Wonder Boys: il canto del cigno di Steve Kloves, storico sceneggiatore di Harry Potter

Oggi parleremo di Steve Kloves, sceneggiatore che si tende ad associare sempre e solo ad Harry Potter. Questo perché ha curato le sceneggiature di tutte le trasposizioni cinematografiche della saga letteraria di J.K. Rowling ad eccezione del il quinto capitolo, senza praticamente dedicarsi ad altro (se non all’insulso The Amazing Spider-Man di Marc Webb).

Ma un tempo Steve Kloves era stato un promettente giovane sceneggiatore, con una prima sceneggiatura – In gara con la luna – opzionata quando aveva solo 24 anni, e un conseguente esordio registico a 28 con il bellissimo I favolosi Baker, commedia drammatica con Jeff Bridges, suo fratello Beau Bridges ed una Michelle Pfeiffer prossima ad esplodere come diva.

Il film metteva subito sul piatto le notevoli qualità del suo Autore: un animo nostalgico nel senso più nobile del termine – con un amore viscerale per il jazz e per il noir (l’interpretazione di Jeff Bridges ha echi di Robert Mitchum) -, un ottimo senso dell’umorismo ed un talento innato per la scrittura dei dialoghi.

Il film successivo, Omicidi di provincia (1993), doveva essere la conferma, ma floppò pur potendo vantare un cast di serie A (Dennis Quaid e Meg Ryan in testa).

A quel punto successe la cosa peggiore che si possa augurare ad un promettente giovane autore: il blocco dello scrittore. Steve Kloves si convinse che il suo successo iniziale fosse stato il proverbiale “strike del dilettante”, ed abbandonò le scene per 7 anni. Poi pensò che forse poteva continuare a scrivere almeno per pagare le bollette.

Arrivò così Wonder Boys, trasposizione del romanzo omonimo di Michael Chabon. Stavolta Kloves avrebbe curato solo la sceneggiatura, preferendo lasciare la regia nelle mani esperte di un Curtis Hanson fresco del successo di L.A. Confidential.

Invece che limitarsi ad un freddo lavoro su commissione, Kloves colse l’assist dato dal materiale di partenza e scrisse una sceneggiatura molto personale: l’espressione “wonder boy” che dà il titolo al romanzo e al film sta infatti ad indicare una figura che ha raggiunto un successo straordinario in giovanissima età, complici l’istinto, il talento e quel pizzico di fortuna che non fa mai male. Non di rado un successo così immediato può annichilire, specie quando si fa strada l’idea che potrebbe essersi trattato di un colpo di fortuna.

I wonder boys del film sono tre: lo scrittore e professore universitario Grady (Michael Douglas), stimato nell’ambiente letterario per il suo ottimo romanzo d’esordio ma fermo da sette anni sul suo secondo lavoro; il suo editor Terry Crabtree (Robert Downey Jr.), che lo attende fiducioso da tutto questo tempo ed è considerato anche lui “finito”, dato che a parte il primo libro di Grady non è riuscito a piazzare nessun altro successo; ed infine uno studente del corso di scrittura creativa di Grady, James Leer (Tobey Maguire), un dissociato con un talento straordinario per la scrittura ed un’ammirazione smisurata per il suo professore.

Gli eventi del film si svolgono tutti nell’arco di due giornate in cui la vita incasinata di Grady sta per subire uno scossone: dovrà decidere cosa fare di quel suo romanzo, dovrà prendere coraggio e mettersi finalmente insieme alla sua amante di lunga data (una fantastica Frances McDormand) che peraltro è incinta di lui, e dovrà passare il testimone al prossimo wonder boy.

Il tutto è scandito da un’imprevedibile sequela di bizzarrie, che permettono a Kloves di dare libero sfogo alla sua bravura nel tratteggiare situazioni divertenti e personaggi assolutamente credibili. Dialoghi brillanti, momenti riflessivi e momenti genuinamente emozionanti: tutto emerge alla perfezione sia grazie ad una sceneggiatura ad orologeria che a un cast e ad un regista in formissima.

Douglas è bravissimo a dare corpo a questo personaggio indeciso, tormentato, schiavo della sua insicurezza. Il rapporto con lo studente interpretato da Tobey Maguire è reso alla perfezione, e Maguire è ottimo nei panni di questa sorta di hipster ante-litteram con la passione per i vecchi film ed un amore viscerale per la scrittura.

I momenti in cui il film brilla di più sono sicuramente quelli in cui i due personaggi – fulcro di un film che parla a chiunque aspiri a scrivere  – si trovano da soli, ad interrogarsi sul perché le storie – sia su carta che sullo schermo – siano per noi così importanti.

Il personaggio di Douglas è spesso scontroso con quello di Maguire, sicuramente perché quest’ultimo è strambo ed ha atteggiamenti discutibili, ma anche perché lo costringe a fare i conti con ciò che era e che non potrà più essere, cioè una giovane promessa. È la sua paura più grande ma inconsciamente incarna anche una speranza, la prova che ci sarà sempre qualcuno pronto a dare corpo a delle storie interessanti, e in questo caso quel qualcuno è stato ispirato da quel primo, fortunato lavoro che Grady tende a sminuire.

Mentre mette in discussione l’utilità stessa delle storie e afferma disilluso che “a nessuno interessano più i libri”, si trova in compagnia della prova vivente che ha torto.

I restanti personaggi sono tutti funzionali al discorso ed arricchiscono lo spettacolo, soprattutto l’editor eccentrico interpretato da un Robert Downey Jr. più in parte che mai, giusto qualche annetto prima di farsi arrestare (se la Disney avesse comprato la Marvel qualche anno prima non lo avremmo mai visto come Iron Man). Quanto ci manca questo Robert Downey Jr.? Quello attratto dai copioni strambi e dai ruoli sui generis, intendo.

Un talento gigantesco ingabbiato nella posa di un playboy battutaro che nessuno meglio di lui avrebbe mai saputo interpretare, che lo ha fatto esplodere come divo mondiale nonostante il suo passato burrascoso ma che ne ha anche cristallizzato l’immagine, diventata presto stantia. Chissà se avrà voglia di tornare a questi fasti, di abbandonare i panni da divo per famiglie per mettersi a fare qualcosa con cui brillare sul serio.

Non è da meno Tobey Maguire, attore che ha avuto un inizio di carriera notevole, fatto di film spesso davvero interessanti (o di capolavori, come Tempesta di ghiaccio) e culminato nel ruolo di Spider-Man, che lo ha consacrato definitivamente al grande pubblico ma allo stesso tempo è stata la sua pietra tombale, in questo caso per colpa dei meme e dei fenomeni di Internet che hanno deciso di affibbiargli l’etichetta di attore incapace (eh, se lo dice Mimmo89…).

Il wonder boy onorario di questa storia resta però Steve Kloves, che tornò a parlare di sé per un’ultima volta proprio con questo film, un anno prima di diventare lo sceneggiatore del più importante franchise del nuovo millennio e rendersi paradossalmente “invisibile”, facendo umilmente da esecutore della visione di J.K. Rowling e rifiutandosi di far sapere al mondo quanto bravo fosse davvero con qualcosa di suo.

Ma, come lui stesso ha detto con Wonder Boys (che gli valse anche una nomination agli Oscar), raccontare storie non è da tutti, e riuscirci – anche per poco – può fare sempre la differenza. I più cinici diranno che Kloves è stato un fuoco di paglia quando non un bluff, noi sentimentali ringraziamo. Magari sperando che un giorno gli venga voglia di fare di nuovo qualcosa di originale. Al momento è al lavoro su Animali fantastici 3, ma restiamo ottimisti.

Comunque non poteva mancare la menzione d’onore per la bellissima canzone di Bob Dylan che apre il film, Things Have Changed, che zitta zitta si portò a casa anche un Oscar. A voi:

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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