Un topolino sotto sfratto è un cartone animato in carne e ossa, ed è fantastico

È il dicembre del 1997, e la giovanissima DreamWorks – fondata da Steven Spielberg, Jeffrey Katzenberg e David Geffen – sta per rilasciare quello che è solo il suo secondo film: Un topolino sotto sfratto.

Primo film per famiglie della fortunata compagnia che sfornerà Shrek, Mousehunt (così si chiama in originale) è anche l’esordio di uno dei registi più interessanti nel panorama mainstream americano degli ultimi 20 anni, ovvero Gore Verbinski, che finirà per dirigere film come la trilogia originale di Pirati dei Caraibi, il sottovalutatissimo The Weather Man con Nicolas Cage, Rango e La cura del benessere.

La sua prima fatica è un prodotto perfetto per essere sviscerato in questi lidi: accolto freddamene dalla critica, malvisto da una buona fetta di pubblico americano (che quando non capisce comincia a sbracciare gridando “THIS IS SO BAAAD!!!”), cult per (quasi) chiunque l’abbia visto in tenera età. E, a dispetto della sua fama, bellissimo.

Verbinsky è un regista che fin dall’opera prima fa valere il suo notevole talento espressivo: le varie sequenze non hanno un’inquadratura fuori posto, il suo gusto per la commedia “visiva” è invidiabile, e alla fine riesce a portare a casa uno degli esperimenti più gloriosi di “cartone live action” della storia del cinema.

Il film inizia con il funerale dell’anziano papà dei due protagonisti, Ernie (Nathan Lane) e Lars (Lee Evans), che bisticciano mentre trasportano la bara. A un certo punto la bara scivola loro di mano, va giù per le scale e poi prende un’impennata, facendo volare via il corpo del loro defunto padre dritto dentro un tombino.

Se questa scena vi fa ridere siete dentro, altrimenti odierete a morte tutto il resto. In ogni caso è la sequenza d’apertura perfetta, una vera e propria dichiarazione di intenti: questa infatti non è una comune commedia per famiglie, né un comune film per bambini, ma prende quelle suggestioni e le annega nello humour macabro, nella comicità slapstick del cinema muto e dei migliori cartoni animati degli anni ’40 e ’50.

Comunque quel che succede dopo questa sfavillante intro – seguita da dei bellissimi titoli di testa accompagnati dalle altrettanto belle musiche di Alan Silvestri – è che i fratelli ereditano dal padre due cose: la sua fabbrica di spago e una casa abbandonata, dimessa, che inizialmente per loro non è di nessuna attrattiva.

Questo finché Ernie, che di mestiere fa lo chef, non perde il lavoro dopo aver ucciso accidentalmente il sindaco di New York: su un piatto da lui cucinato finisce infatti una blatta, fatto che farà così inorridire il povero sindaco da provocargli un infarto. Di seguito finisce per strada anche Lars, cacciato da sua moglie perché si è rifiutato di vendere la fabbrica del padre alla mafia, rinunciando quindi a un sacco di soldi.

Entrambi, a questo punto, decidono di visitare la casa ereditata, per poi scoprire che era stata progettata dal grande architetto Charles Lyle Larue, quindi di poterla vendere a cifre da capogiro. I due iniziano a ristrutturarla, ma c’è un problema: nella casa si aggira un topo che non ha la minima intenzione di sloggiare.

Loro tentano di catturarlo, ma il roditore è scaltro e metterlo nel sacco è praticamente impossibile: nasce così una guerra tra i due fratelli e il ratto che non potrà non ricordare i violentissimi cartoni di Tom & Jerry, o dei Looney Tunes: tutta quella frenesia, quella violenza stilizzata ci viene restituita dal vero come fosse la cosa più naturale al mondo.

A un certo punto entra anche in gioco un gatto, CatZilla (!), incaricato di trovare il topo e di ucciderlo, e allora assistiamo all’unico vero live-action possibile di Tom & Jerry, con buona pace di Chloe Moretz che fa le battutine su Rihanna.

Nathan Lane e Lee Evans sono due ottimi attori “fisici” e rendono alla perfezione l’idiozia disperata dei loro personaggi, mentre la realizzazione tecnica delle sequenze “soliste” del topo è impressionante e per niente “invecchiata”, come si suol dire oggi parlando di cose che si portano appresso qualche anno.

Un topolino sotto sfratto è infatti un film visivamente ricco e compatto, con un’esecuzione delle gag sempre puntuale ed efficacissima. Ha anche un umorismo spesso “al limite” visto il target di riferimento, non rinunciando a dei momenti di un torbido che in produzioni odierne per bambini ci sogneremmo, fatto che ci conduce all’unica nota stonata di un film altrimenti davvero impeccabile: l’happy ending.

Certo, non poteva avere un finale tragico, ma il modo in cui scelgono di far finire la faccenda sembra più il risultato di una nota di produzione che una scelta realmente coerente con il tono generale. Parliamo comunque di un fattore da poco, considerato lo spettacolo stupefacente a cui si assiste fino a quel momento.

Un topolino sotto sfratto è uno degli esponenti di punta di quel cinema americano per ragazzi anni ’90 fieramente strambo, stilizzato e “dark”, capace di concorrere con alcuni dei maggiori cult del filone – da Matilda 6 mitica a La famiglia Addams di Barry Sonnenfeld – uscendone a testa alta, se non addirittura come il più interessante e irresistibilmente energico del mucchio. Un’opera prima coi fiocchi.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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