Ultima notte a Soho: un nuovo, sorprendente viaggio nel tempo

Ultima notte a Soho è l’ultima fatica di Edgar Wright, che stavolta abbandona la sua comfort zone e saluta la commedia per cimentarsi addirittura con l’horror. Ovviamente troviamo molto più di questo: c’è una gran voglia di giocare con i registri, di citare, e nei suoi riferimenti (dichiarati quelli a Repulsion e A Venezia… un dicembre rosso shocking, evidenti quelli al “giallo all’italiana” di registi come Mario Bava, Dario Argento e Lucio Fulci) il film guarda molto indietro; è uno spettacolo passatista, ma non solo: indaga e sviscera il passatismo, rimanendo in bilico tra nostalgia sentita e lucida analisi come in uno dei migliori romanzi di Stephen King (altra ispirazione dichiarata).

È un film che rischia di essere “fighetto” ma non cede mai a quella tentazione, che parla di giovani che amano il passato ma per una volta lo fa senza farteli detestare. Mi ha fatto tornare in mente il penultimo film di Woody Allen, Un giorno di pioggia a New York: in entrambi i film si racconta infatti il passatismo ostinato di un/una protagonista giovane, che vive ai giorni nostri ma ha il cuore proiettato molti decenni indietro. Se gli interessi di Timothée Chalamet nel film di Allen si spingevano addirittura agli anni di Charlie Parker, Thomasine McKenzie nel film di Wright è ossessionata dagli anni ’60 londinesi.

In questo aspetto i due film sono simili, ma al personaggio di Chalamet – ahinoi – crediamo pochissimo: diciamo anche che se ce lo trovassimo davanti, con quel suo amore ostentato per il vintage, ci farebbe cascare le braccia in tempo zero. Al contrario, la Ellie di Thomasine McKenzie è così credibile che fin da subito questo suo amore per il passato le dà tridimensionalità e dà colore al film.

Ellie vuole studiare moda e si iscrive ad una prestigiosa accademia a Londra: sembra quindi che tutto ciò che ha sempre desiderato stia per avverarsi. Nella stanza in cui trova alloggio comincia però ad avere delle curiose “visioni”, o meglio, viene proprio catapultata negli anni ’60! All’improvviso si trova nei panni di una giovane ragazza del suo decennio preferito, tale Sandy (interpretata da Anya Taylor-Joy), figura con cui non ha legami apparenti e di cui non sa nulla, ma di un fascino che la ammalia da subito. Ovviamente dopo l’iniziale meraviglia verrà a galla il marcio, ed Ellie scoprirà di avere a che fare con la storia di un fantasma tormentato, dal passato ingiusto e tragico.

Alla sua quinta fatica Edgar Wright conferma quello che sapevamo già, e cioè che è un regista di uno spessore che va ben oltre il divertissement, il gimmick e tutte le cose per cui tendenzialmente è amato dal (suo) pubblico. Tutti gli elementi che nel suo cinema erano stati debordanti – dall’ironia al senso estetico – qui ci sono, ma sono meno protagonisti. Se gli altri suoi film erano stilosissimi ma anche profondi, questo è il contrario: qui c’è meno violenza ma più tragedia, più disperazione; i trucchi visivi sono meno evidenti, più sottili. E l’effetto è a suo modo ugualmente potente.

Lo avevamo già visto flirtare con l’horror in altre occasioni (ovviamente Shaun of the Dead, ma pure in certi momenti di Hot Fuzz), e basta seguirlo sui social per scoprire che Wright è un cultore del genere. Qui si sfoga, e i risultati sono notevoli: le idee visive abbondano e sono spesso davvero efficaci, passando magari sopra alla resa estetica un po’ plasticosa di alcuni elementi “sovrannaturali” (unico neo e anche inaspettato: di solito lui esteticamente è uno impeccabile).

La potenza e la creatività di alcune sequenze faranno la gioia di chi lo guarderà in sala, mentre il racconto “visivo” della regia è disseminato di piccoli tocchi di classe che fanno un insieme di gran fascino.

C’è poco che io possa dirvi senza guastare la sorpresa, ma un film “nostalgico” così intelligente ed incisivo nell’era della nostalgia da discount è una bestia rara: la cura nella ricostruzione degli anni ’60 è così densa e minuziosa – dal set design, ai costumi fino alla selezione di brani di artisti musicali come John Barry, i Kinks, i Walker Brothers e Dusty Springfield – che ci si sorprende ad ammirare tempi mai vissuti e a commuoversi in momenti che assolutamente non lo richiederebbero (l’esecuzione a cappella di Dowtown di Anya Taylor Joy è uno dei momenti più potenti). Quando Ellie dice “c’è qualcosa negli anni ’60 che mi parla” le crediamo, e quando scopriamo che sotto la superficie apparentemente idilliaca c’è una storia fatta di tristezza e di orrore l’impatto è fortissimo.

Ultima notte a Soho però non si limita a dirci “guarda che il passato non era mica per forza meglio di adesso”: lo dice, ma non gli interessa demolire tesi nostalgiche con la strafottenza tipica di questi tempi. È l’indagine che guida il tutto, e mentre indaga Wright è lucido tanto nella costruzione quanto nella decostruzione del sogno, trasuda passione e affetto ma anche maturità e consapevolezza. Il nostro, classe 1974, è infatti ossessionato (dichiaratamente) dal decennio precedente al suo, e pare che l’idea per il film gli sia venuta ripercorrendo quegli anni assieme ai suoi genitori che li avevano vissuti: il fatto che emergessero molte zone d’ombra lo ha colpito, e l’idea per il suo primo lavoro “serio” ha preso forma.

La scelta più coraggiosa che fa è quindi quella di non rassicurare mai, di non prendere posizione per gridare chissà quale messaggio. Potrebbe sembrare indeciso, ma la verità è che fa la scelta scomoda di creare perplessità quando potrebbe dare risposte semplici, di ribaltare le carte su questioni delicatissime. E oggi che conosciamo tutti i trucchi, esiste forse modo più efficace di creare orrore e inquietudine che non attraverso l’incertezza?

Ogni equilibrio viene sconvolto, veniamo assaliti da verità che accettiamo con un certo disagio quando Wright, con ironia, le mette in scena come nel più classico degli “happy ending”. Ultima notte a Soho è uno strano viaggio nel tempo su cui continuo a rimuginare ormai da un bel po’: di solito mi succede con i film che hanno molto da dire.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.