Stress da vampiro è il film perfetto se volete capire Nicolas Cage

Esiste un film con Nicolas Cage di cui tutti hanno visto sicuramente delle immagini, ma del quale in pochi conoscono il titolo. Un film da cui è stato tratto un meme inflazionatissimo, un tormentone onnipresente sotto ai thread di ormai quasi dieci anni fa (“You don’t say”) ma che si può ritrovare anche oggi, magari rivangato da qualche nostalgico.

Il meme in questione [mai davvero divertente, ndr] fu sì popolarissimo, ma riuscì a fare tutto il male possibile sia al film – deriso da molti senza essere visto – che a Cage, lasciando che si diffondesse a macchia d’olio l’idea che il nostro fosse un attore terribile, imbarazzante, dedito ad un overacting impresentabile; il tutto per via di sequenze estrapolate dal contesto.

Stress da vampiro – al secolo Vampire’s Kiss – è invece il film perfetto per cercare di inquadrare Nic Cage. Il primo saggio sulla sua idea di recitazione, sulla sua capacità non comune di portarla in scena. Un film che se vi dite suoi fan dovreste aver visto, e che se vi dite suoi hater dovreste provare a guardare. Lasciamo i meme al varco e parliamone un po’.

La genesi di Stress da Vampiro: crisi di coppia, Barbados, pipistrelli

Se non avete mai sentito nominare Joseph Minion è perché dopo questo film ha faticato a farsi produrre altre cose, ma parliamo nientemeno che dello sceneggiatore di Fuori orario di Martin Scorsese.

All’epoca Minion era nel pieno di una crisi di coppia con la sua ragazza di allora, la produttrice Barbara Zitwer, e mentre i due erano in vacanza alle Barbados il clima si fece così teso che la Zitwer lo lasciò lì e gli disse “io me ne vado, tu scrivi un copione. Qualunque cosa sia te la produco”. Fu una mossa disperata per provare ad aggiustare le cose, e al signor Minion sembrò una buona idea.

Che cosa scrivere, però? L’idea che gli balenava nella mente da un po’ era quella di fare un horror a basso budget, ma su quali premesse? Un giorno uno stormo di pipistrelli volò di fronte alla finestra aperta della sua camera da letto e fu come un segno: vampiri. Ovviamente non una storia di vampiri classica, ma qualcosa di più “urbano”, nel suo stile: portare il vampirismo – o presunto tale – nella New York degli anni ’80.

Il risultato fu un copione intriso di un dark humour così torbido da tradire una disperazione di fondo fortissima; una storia che come Fuori orario dipingeva una Manhattan notturna a suo modo “da incubo”, e che utilizzava il vampirismo come allegoria per parlare dell’alienazione di un uomo incapace di gestire i propri sentimenti, per sviscerare proprio la crisi di coppia tra Minion e la Zwiter nella maniera più brutale.

Il protagonista della storia è Peter Loew (Cage), giovane agente letterario nel bel mezzo di una crisi personale violentissima. Peter va regolarmente da una strizzacervelli a cui racconta le sue disavventure sentimentali, e già da subito capiamo che davanti all’idea di una relazione stabile è confuso e insofferente.

Ha una segretaria, Alva (Maria Conchita Alonso), che si diverte a torturare affidandole mansioni difficili e non necessarie per il puro gusto di esercitare autorità. Come se non bastasse, è convinto di essere un vampiro. Dopo una notte d’amore con una sconosciuta, tale Rachel, si convince infatti di essere stato vampirizzato da quest’ultima, un’infernale meretrice che l’ha morso sul collo, condannandolo per sempre con il fatale “bacio del vampiro” del titolo.

Se la sua follia crescente è motore di alcuni dei momenti più grotteschi e divertenti del film, sfocerà però presto in qualcosa di molto più sinistro, culminando in una parte finale dove da ridere c’è poco o niente, mettendo fine a una parabola di autodistruzione decisa ad andare fino in fondo.

Barbara Zwiter lesse il copione e ne rimase inorridita: si capiva troppo che Minion l’aveva scritto pensando a lei. In che modo non ci è dato sapere, ma a quanto pare è così. Ciononostante le piacque, e superato lo shock iniziale si attivò per produrlo.

L’occasione d’oro di Nicolas Cage

All’epoca delle riprese Nicolas Cage aveva solo 23 anni ed era lì lì per esplodere come star. Non fu però la prima scelta per il ruolo: a manifestare interesse per primo fu infatti Dennis Quaid, il che aiutò Zwiter e soci a trovare finanziatori. Quaid abbandonò poi il progetto per recitare in Salto nel buio di Joe Dante, lasciando tutti i coinvolti nella produzione del film con il proverbiale “culo per terra”.

A quel punto il copione aveva già girato un po’ in quel di Hollywood, e quanto pare interessava parecchio all’astro nascente Nicolas Cage.

Cage – al secolo Nicolas Coppola – è il nipote di Francis Ford Coppola, e tra i vari ruoli in cui già aveva dato buona prova di sé (tra i quali Arizona Junior dei Coen e Stregata dalla luna, una delle migliori rom com degli anni ’80) c’erano anche quelli in tre film dello zio: Rusty il selvaggio, Cotton Club e Peggy Sue si è sposata. Quest’ultimo film è parecchio importante, perché contiene le prime avvisaglie di quello che Cage è realmente interessato a fare come attore e che esploderà proprio in Stress da vampiro.

Cage in realtà non voleva prendere parte a Peggy Sue si è sposata, di sicuro non nel personaggio che si trovò poi ad interpretare. “Troppo scialbo”, diceva, ma suo zio lo implorò di esserci. Cage accettò ad un una sola condizione: dovevano lasciarglielo interpretare con una voce da cartone animato.

Kathleen Turner, protagonista del film, non sopportava la cosa, voleva che fosse licenziato, ma niente da fare: Cage riuscì ad imporsi con la sua prova bizzarra ma – badate bene – ampiamente studiata.

Perché è proprio in questo (magnifico) film di Coppola che si capisce che Cage non è semplicemente un folle che vuole farsi notare, ma uno con le idee chiare, capace di andare oltre con la recitazione come pochi altri ma sempre con cognizione di causa. Peggy Sue è il primo film in cui mette in atto la sua scuola di pensiero sulla recitazione surrealista, senza svilire per questo il personaggio.

Il miracolo in cui riesce Cage in quel film è infatti quello di rendere memorabile un personaggio effettivamente già visto – il liceale galletto anni ’50 con il sogno di diventare una star della musica – e di donargli non solo una comicità cartoonesca sorprendentemente funzionale (nel film c’è pure Jim Carrey, che stavolta si lascia scippare lo scettro), ma anche una tenerezza assolutamente inedita, riscattandolo dall’anonimato. Quello fu l’antipasto, l’apporto surrealista ad un copione tutto sommato “standard”.

Stress da vampiro sulla carta invece era il canovaccio ideale per portare in scena le ossessioni di Cage, da sempre patito di espressionismo tedesco e di umorismo slapstick. Un personaggio in discesa verso la follia era perfetto per provare cose davvero inedite.

E non poteva che diventare una fabbrica di meme: il modo in cui Cage si spinge oltre con la mimica, con la gestualità, è divertente già visto nel contesto del film, figuriamoci se estrapolato e re-interpretato a proprio piacimento… Però, siccome qua dei meme ci frega (meno di) zero, parliamo di meriti artistici: questo film è il one-man-show di un artista eccezionale.

Dietro alle scene più derise, dagli occhi sgranati che diventano “You don’t say” alla sequenza esilarante in cui Cage ripete l’alfabeto dalla A alla Z alla sua strizzacervelli con una mossa diversa per ogni lettera, c’è sempre un’idea precisa e perfettamente in linea con lo spirito del film.

Proprio per la scena dell’alfabeto Cage rivela di aver preparato la coreografia meticolosamente nella sua stanza d’albergo assieme al suo gatto. E che gli vuoi dire? Per la famosa scena di You don’t say invece voleva vedere fino a che punto potesse riuscire a sgranare gli occhi, in una sequenza in cui il suo personaggio doveva diventare una minaccia sempre più orrenda per la povera segretaria Alva, arrivando però a un livello di surrealismo tale sullo schermo da risultare più grottesco che spaventoso.

L’idea venne a Cage assieme al regista Robert Bierman: i due, leggendo il copione, concordarono sul fatto che un’interpretazione più “naturalistica” per il personaggio del folle Peter Loew sarebbe potuta risultare insostenibile, mentre con quel tocco deciso di grottesco assumeva un fascino inedito e funzionava anche meglio come satira del maschio di successo degli anni ’80.

Quando Nicolas Cage uccise gli anni ’80

Cage sembrerebbe un corpo estraneo all’interno della città così “viva”, così hip in cui si trova, invece ne è un’incarnazione in piena regola. La sua totale incapacità di lasciarsi trasportare dai sentimenti e la sua misoginia – che altro non sono che il prodotto del decennio edonista in cui si è trovato a farsi strada professionalmente – arrivano al limite, facendolo uscire di testa e regalandoci un narratore schizzato e spesso inattendibile.

In un certo senso Stress da vampiro, classe 1989, somiglia non poco all’American Psycho di Bret Easton Ellis, e rispetto al film tratto da quest’ultimo ha il vantaggio di poter raccontare in diretta la fine di un decennio oggi idealizzato ma del quale all’epoca in molti sembravano nauseati, pronti a lasciare spazio alla disillusione degli anni ’90.

In Stress da vampiro il Nosferatu di Murnau incontra gli anni ’80 newyorchesi al loro tramonto, e l’espressionismo contamina col surreale la plasticosità, l’ottimismo artefatto e i colori sgargianti di un decennio che ha nascosto così tanto sotto al tappeto le sue magagne da poter solo finire nel modo più torbido possibile.

Come sottolineò Pauline Kael – una delle poche critiche ad aver inquadrato il film alla sua uscita -, l’interpretazione di Cage fu superlativa nel catturare i manierismi del cinema muto e trasportarli in una cornice in cui potessero assumere una nuova dimensione grottesca, spesso satirica ed esilarante, spesso da incubo.

Ci sono film in cui la ricerca e l’esecuzione di Cage non hanno reso al meglio, e non per colpa sua. Guardate ad esempio Il prescelto, remake dello splendido The Wicker Man con Christopher Lee, dove Cage va dritto e deciso nella sua direzione e il film non riesce a stargli dietro, creando uno scollamento che ha portato il film a venire massacrato dai critici, oltre ad attirare i soliti sfottò dagli umoristi improvvisati di internet.

Stress da vampiro è invece un film che vive dell’interpretazione espressionistica di Nicolas Cage, che la comprende e la abbraccia senza paura, seguendolo e cercando di creargli intorno il contesto più libero possibile per fargli fare quel che gli riesce meglio.

Girato in economia, il film ha diverse sequenze filmate per le strade di New York in cui un delirante Cage ricoperto di sangue finto e con in mano un’asse di legno appuntita, corre urlando “Sono un vampiro! Sono un vampiro!”, e le reazioni dei passanti – ignari che si stesse girando un film – sono reali.

In una scena gli vedrete mangiare uno scarafaggio, e anche quello lo ha fatto per davvero: in origine avrebbe dovuto divorare un uovo crudo, ma non gli sembrò abbastanza d’effetto, così insistette per avere uno scarafaggio.

Cage volle così tanto interpretare Peter Loew da accettare un salario più basso del solito, ignorando anche le raccomandazioni (comprensibili) del suo agente, che vedendolo come un attore lanciatissimo (l’adorabile Stregata dalla luna era stato un successo) riteneva troppo azzardato un film così sui generis, in cui avrebbe interpretato un personaggio sulla carta sgradevolissimo. La risposta di Cage:

Non molti anni dopo l’attore avrebbe vinto il suo primo (ed unico, finora) Oscar per la sua interpretazione in Via da Las Vegas, in cui interpreta un alcolista che in tutto il film non ha nemmeno in singolo momento lucido, oltre ad avere esplosioni di rabbia repentine e inaspettate. I semi di quell’interpretazione (struggente e riuscitissima) per me sono tutti qui.

Stress da vampiro fu la prima volta in cui lo vedemmo calarsi nei panni di uno spostato con un’energia e una dedizione tali da rendere riduttiva l’espressione “overacting”: questo film è una buona dimostrazione – forse la migliore possibile – che dietro ai suoi momenti più esplosivi c’è uno studio complesso e ricercato, che c’è differenza tra chi urla e basta e chi ha saputo farne un’arte come pochissimi altri. Non a caso è ritenuta da Cage stesso la sua prova migliore di sempre.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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