Space Jam 2, proprio come il primo film, è il perfetto specchio dei suoi tempi

Quali sono i difetti di Space Jam – New Legends? Diversi, ma concentriamoci sui più importanti: dura una ventina di minuti di troppo (un film del genere non ha scuse per durare più di un’ora e venti), “spiega” dove non ce ne sarebbe bisogno, è uno spottone lungo spacciato per film e snatura i Looney Tunes.

Dei primi due difetti il primo Space Jam (di cui parliamo qui) era sprovvisto, ed è per questo che alla fine della fiera è sicuramente un film migliore di questo sequel fuori tempo massimo (ecco un altro difetto, spuntano fuori come niente), ma quanto agli ultimi due punti – quelli su cui tutta la critica si è soffermata di più – era esattamente identico. E lo amammo tutti comunque. Parlo di noi che quando uscì eravamo ragazzini, ovviamente, poi gli altri non so.

Come accennavamo nel nostro articolo su Looney Tunes: Back in Action (lo trovate qui), il primo Space Jam non venne ben accolto tra i fan duri e puri dei personaggi, né tantomeno da uno dei suoi autori storici, Chuck Jones, che li trovò spogliati delle caratteristiche che li avevano resi popolari negli anni. Questo a cominciare da Bugs Bunny, che sotto la sua supervisione era sempre stato scaltro, ineffabile, un infame capace di tenere in scacco qualunque avversario. In Space Jam all’inizio è vagamente così, ma poi fa il cascamorto davanti a Lola Bunny (personaggio odiato da Jones, creato apposta per Space Jam), e soprattutto sul campo da gioco è troppo spesso fallibile, quando secondo la teoria di Jones “avrebbe potuto battere tutta la squadra avversaria da solo”. Parlava l’autore dei migliori cortometraggi sul personaggio, mica uno qualunque.

Veniamo ora al presente. In questo film, per dire, Bugs Bunny si commuove (!) e ha a cuore “la famiglia”, ergo non è Bugs Bunny. Lo è meno ancora che nel film prima, nonostante alla sua prima entrata in scena (una delle scene più divertenti del film) prometta scintille. E mentre lui fa continue cose “fuori dal personaggio”, gli altri Looney Tunes sono semplicemente bidimensionali, non arriva nulla della psicologia che avevano nei corti dell’epoca d’oro, cosa che invece Joe Dante era riuscito a restituire in Back in Action.

Le gag però va detto che fanno spesso ridere, e l’animazione – sia nella parte in 2-D che nella successiva in 3-D – è molto ben fatta. Insomma, siamo dalle stesse parti del primo Space Jam: tecnicamente ben fatto (volendo anche impressionante, considerata la mole di roba diversa che vediamo sullo schermo), divertente, non un vero film sui Looney Tunes. Sarebbe la catastrofe che dicono tutti se il primo film fosse stato Chi ha incastrato Roger Rabbit?, ma è Space Jam, un film tratto da uno spot della Nike.

Cosa ha questo sequel in più del primo film? Ambizione (?). O forse più voglia di strafare (!). Fatto sta che è molto più denso. Se il primo serviva a sfruttare una delle proprietà più importanti della Warner associandola all’atleta più amato del momento, quindi Michael Jordan, questo sequel invece vuole essere un giro sulle giostre tra tutte le proprietà più iconiche della Warner, con i Looney Tunes a guidare il tour e LeBron James al posto di Michael Jordan a fargli compagnia. Non so nulla di sport ma credo che LeBron sia uno bravo a giocare a basket e che sia famoso, quindi direi che per mantenere un legame tematico con il primo film ha senso. Oltretutto mi è simpatico.

Comunque il fatto che il film sia un tour nel mondo della Warner ha fatto addirittura “inorridire” certi critici, ricordo una recensione in particolare che diceva “non so cosa ho appena visto, ma avrei preferito non vederlo” o altre cose tipo “è davvero questo che ci dobbiamo aspettare dall’intrattenimento dei prossimi anni?”. Che esagerazione, ragazzi. È una cosa che la più blasonata Disney fa di continuo (penso a Ralph Spaccatutto), questa qua, e anzi è strano che la Warner – con il catalogo vastissimo che ha – non ci abbia pensato prima.

Semmai ciò che gli si dovrebbe criticare è che manchi spesso di magia nel mandare avanti questo tour di facce conosciute da film o cartoni animati storici. La ragione è semplice: l’ingresso nel mondo dei Looney Tunes – come quello di altre proprietà della Warner, come la DC o Casablanca – ha stavolta delle basi tecnologiche. Laddove nel primo Michael Jordan veniva risucchiato nel mondo dei cartoni dalla buca di un campo da golf, qua ci sono di mezzo i server e un cattivo insulso che è letteralmente un algoritmo vivente, interpretato da Don Cheadle.

Senza volerlo (?) gli sceneggiatori fanno però una cosa che sì appesantisce la narrazione, ma è quasi interessante: confermarci che il sequel di Space Jam fatto oggi ha senso solamente se a crearlo è un algoritmo con manie di grandezza, e che l’amore per i personaggi (spesso sminuiti con sprezzo da Cheadle, che però li gestisce a suo piacimento) c’entra meno di zero. È una storyline gestita male visivamente e nel ritmo, ma è praticamente metacinema e ci dice parecchio sull’intrattenimento di massa moderno, con una sfacciataggine che i toni (giustamente) leggerini del film fanno passare in sordina.

Giudizio finale: poco peggio del primo, molto peggio di Looney Tunes: Back in Action. Ha avuto senso gridare alla “distruzione” di una “pietra miliare” dell’infanzia? No, e Space Jam 2 è utile per più ragioni: come il primo film è uno spaccato del presente, ma è anche l’ennesima prova di come la memoria sia capace di piegare a suo piacimento qualunque cosa (il primo film all’improvviso è un capolavoro), e anche di come sia impossibile creare “a tavolino” – o meglio, con un algoritmo – un cult.

Perché alla fine quello che per molto tempo mancherà a questo sequel – e dubitiamo che lo acquisti strada facendo, purtroppo – è un immaginario da rimpiangere, o almeno da ricordare con affetto. Le videocassette dell’edicola con la custodia in cartone ormai lisa, il passaparola tra amici che avevano visto questo film incredibile e dovevano assolutamente farlo vedere anche a te, l’attesa trepidante per quando lo avrebbero dato su Italia 1 e una videocassetta vergine pronta a inciderlo su nastro insieme a spot pubblicitari che all’epoca ci davano noia ma che oggi ci restituiscono – nella sua gloriosa, scarsa qualità visiva – un mondo che non esiste più.

Tutto questo però non è colpa di Space Jam 2, che come il primo è un film tendenzialmente mediocre, ma con in più la sfortuna di essere stato pensato per un’epoca mediocre, con un immaginario nuovo e più noioso a cui aderire, in cui a comandare sono le possibilità sconfinate offerte da una tecnologia ormai evoluta a livelli che negli anni ’90 del primo film erano impensabili, che è capace di darci tutto quello che vogliamo, tutto quanto insieme, soprattutto la nostalgia. Quella Hollywood sa assecondarla sempre senza problemi, con la sua solita freddezza.

Se questo film ha un pregio, quindi, è quello di farci vedere il “dietro le quinte” abbastanza onesto di un’operazione nostalgia, con un algoritmo che ha il controllo su tutto senza avere a cuore nulla. E non dovremmo sorprenderci se il fascino proprio non è di casa.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.