Showgirls e il problema del conformismo critico

Se c’è una cosa che non sopporto è l’accanimento verso i film cosiddetti “brutti”. Il gusto sadico nell’identificare il difetto, lo sbaglio, la goffaggine, il ridicolo, per poi puntare il dito e ridere, o peggio ancora indignarsi.

Gente che a suon di espressioni internettiane (criiiinge) castiga quei film che proprio non ce la fanno, quei film sfigati che chi li ha girati dovrebbe vergognarsi per il resto dei suoi giorni, venire lapidato e poi esiliato a vita.

Questo atteggiamento è sintomatico del peggior conformismo cinefilo, che dall’altra parte si genuflette riverente verso i film che s’è deciso che invece sono belli. Noi che a colazione ci guardiamo Holy Motors non ce la possiamo fare quando un film è “troppo ridicolooooo”, no? Ci mancherebbe.

Se seguite gruppi e pagine di cinema non vi saranno sfuggiti questi atteggiamenti idioti, questa dura lotta per la credibilità e l’affermazione. Ecco, finché si tratta di una pletora di automi me ne frego (più o meno, il fastidio comunque è fisiologico), ma quando è la stampa specializzata a cadere vittima di quei meccanismi è un problema, perché può seriamente danneggiare film che non lo meriterebbero.

Questo avvenne in America con Showgirls di Paul Verhoeven, film che – indipendentemente dal giudizio che si può avere a riguardo – oggettivamente non venne capito quando uscì, cadendo vittima di un tritacarne che lo fece a pezzi a suon di sfottò e di critiche indignate, facendogli guadagnare questo titolo di film “tremendoooo”, “so bad it’s so good” o quel che volete, manco fosse The Room.

Chiariamoci: una recensione negativa ha tutto il diritto di esistere, ovviamente, non è di questo che si parla. Non è “hai parlato male di questo film che invece è fico come ti permetti”, ma una problematica più legata al diffondersi di un trend, all’appiattimento di questioni stratificate. Il rifiuto di riconoscere in un film delle sfumature che di fatto chi si occupa di critica – di analizzare qualcosa – non può permettersi di ignorare.

Quando parlare male di Showgirls divenne tendenza e si lessero anche cose negative sulla regia di Paul Verhoeven, o in generale sulla realizzazione tecnica ritenuta “da incompetenti”, allora era abbastanza chiaro che non si trattasse di critica assennata ma di conformismo e di ignoranza. Definire “mal realizzato” questo prodotto è un errore, non un’opinione.

Ma cerchiamo di contestualizzare un po’ il tutto. L’anno è il 1995. Verhoeven ha già diretto Basic Instinct su un copione di Joe Eszterhas, film che per l’interpretazione fiammante di Sharon Stone e per la sua forte carica erotica desta un gran clamore.

Dopo una simile hit Verhoeven e Eszterhas tornano a collaborare per un altro progetto dalle venature erotiche, che stavolta deve osare e sorprendere ancora di più. Si punta dunque scientemente al NC-17, che a livello commerciale è un suicidio, dato che a differenza del più permissivo Rated-R non ammette la presenza di minori nemmeno accompagnati dai genitori, ma non importa: Verhoeven pensa di aver bisogno del divieto definitivo per avere in mano tutta la libertà possibile e poter spingere sull’acceleratore nelle sequenze di sesso e di nudità.

Ovviamente – vista la sua rinomata tendenza ad esagerare – riesce facilmente ad ottenerlo, realizzando così quello che è stato giustamente definito da Quentin Tarantino (grande amante di Showgirls) “l’ultimo film d’exploitation a budget altissimo realizzato ad Hollywood”.

Ma vi parlavo di un lavoro stratificato. Ebbene, Showgirls deve la sua fama abbastanza positiva in Europa e quella estremamente negativa in patria allo stesso motivo: è un film iperbolico, una satira che usa il sesso esattamente come Robocop o Atto di forza usavano la violenza.

È cinema eccessivo confezionato però con estrema classe, ed ha un obiettivo che non è quello di provocare sconcerto e basta, ma anche di fare un discorso compiuto, circolare, cinico se vogliamo ma comunque interessante e ricco di spunti.

Siamo a Las Vegas, e la giovane Nomi (Elizabeth Berkley) – arrivata fin lì in autostop e il cui passato non ci è dato sapere – vuole ricominciare da capo, affermarsi in campo artistico utilizzando le sue doti da ballerina. Dopo un po’ di gavetta come stripper finisce per essere presa nel corpo di ballo dello Stardust, prestigioso casinò di Las Vegas.

Nomi viene presto catapultata nella più squallida delle realtà, in una scalata al successo fatta di incontri terribili e di dinamiche squallidissime, alle quali risponderà con mezzi altrettanto bassi pur di veder finalmente brillare la sua stella.

Un film tanto ritmato e pimpante quanto disperato, che ambientando la vicenda a Las Vegas piuttosto che a Broadway toglie tutto il glamour dalla classica storia di ascesa di una stella dello spettacolo e ci mostra tutto il degrado con un sarcasmo ed un umorismo spietati.

Il lavoro di Verhoeven comunque non solo non venne capito come satira, ma non venne apprezzato nemmeno per i suoi discorsi sulle donne nell’entertainment, su quanto sia dura per loro farsi strada tra competizione agguerrita e continue molestie e percosse da parte degli uomini.

Tutti discorsi decisamente avanti per i tempi, e che Verhoeven trattava con la stessa implacabilità e la stessa durezza che dominavano i suoi migliori lavori action. In America è un cult assoluto nelle comunità queer – penso per le sue indubbie qualità camp -, ma non mi risulta che sia visto come un qualcosa dall’alto valore “femminista”. Eppure di film così granitici e strazianti su tematiche facilmente riconducibili al #metoo non è che se ne vedano molti.

Da alcuni entusiasti di Showgirls ho visto usare la parola “capolavoro”, e a queste persone voglio bene, perché a) non sono stupide, c’è un motivo se lo dicono e b) farlo con un film che su IMDB ha la media del 4.9 e ad oggi ha la fama di robaccia sbagliata che ha avuto un’altra vita solo grazie al culto che è nato dopo – uno di quei film che magari qualcuno ci potrebbe chiedere di proiettare per la nostra rassegna LUNEDì DI M*RDA, per dire –, beh, è una presa di posizione provocatoria ma di un provocatorio giusto, contro la retorica ed il conformismo cinefilo d’accatto.

Quando un film così ben girato si guadagna una fama affine a quella di Birdemic è giusto che la difesa sia altrettanto agguerrita, soprattutto quando quei dementi dei Razzie Award – i famigerati “Oscar per i film brutti” – decidono di premiarlo a iosa senza averci capito nulla come al solito.

Menzione d’onore per Verhoeven che andò a ritirare tutti e 8 i Razzie vinti dal film in uno slancio di grande autoironia e classe, anche se quei pagliacci non lo meritavano.

Comunque la stampa, i Razzie e chi più ne ha più ne metta alla fine riuscirono a sabotare la carriera della povera protagonista Elizabeth Berkley, che dopo questo film venne mollata dal suo agente e non ottenne più ingaggi di livello, finendo presto nel dimenticatoio.

La Berkley è in realtà il cuore pulsante del film, con la sua interpretazione dedicata e coraggiosamente cartoonesca, fuori controllo, senza la minima paura di osare e di abbandonarsi alle scene più eccessive, di recitare i dialoghi più surreali (come quello in cui si confronta con Gina GerShon sul sapore del cibo per cani).

Le scene della lap dance prima e quella di sesso poi (entrambe con Kyle MacLachlan) sono di una violenza e di una potenza disarmanti, e la seconda è l’emblema della creatura grottesca e corrosiva che vuole essere il film: le scene di sesso esplicito non hanno la minima intenzione di risultare erotiche, ma al contrario sono sgradevoli, meccaniche, volutamente ridicole (anche se si continua a dire erroneamente che è ridicolo involontario).

I momenti “erotici” (virgolette perché secondo Verhoeven il film è in realtà profondamente anti-erotico) tradiscono l’impassibilità della protagonista, che deve solo farsi strada usando il suo corpo come meglio può. Ovviamente cercare di vedere queste scelte creative per quello che sono richiede uno sforzo, perché il film di didascalico ha ben poco, ma è davvero un peccato che i più in America ancora continuino a puntare il dito e a ridere invece di stare un po’ più dietro al discorso di Verhoeven ed Eszterhas.

Showgirls magari non sarà un capolavoro, ma è una creatura così strana, così atipica che non può fare a meno di rimanerti sottopelle. Una rivisitazione cinica dell’american dream, delle classiche storie di affermazione che trattano di persone di talento che dal nulla riescono ad affermarsi a livelli inaspettati e a raggiungere il successo. Le storie fatte di sacrifici e di momenti sofferti, ma che quasi sempre portano ad una ricompensa, al coronamento di un sogno.

Invece l’epopea di Nomi finisce come iniziava: è di nuovo lì a fare l’autostop, e capita anche nella macchina dello stesso tizio che l’aveva caricata all’inizio. Le viene chiesto “che hai trovato?” e la risposta è “me stessa”. No, non è una risposta “vincente” né retorica, anche se così vuole comparire, un po’ come tutto il film gioca a fare la caricatura estremizzata del drama medio all’Americana: è una semplice presa di coscienza, e non delle più felici.

Nomi ha trovato “sé stessa”; per il resto non c’è nulla e non c’è nessuno.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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