Seinfeld è la sit-com più grande (e importante) di sempre

Oggi parliamo della storia della sit-com che ha fatto la storia delle sit-com. Un capolavoro che non dovrebbe avere bisogno di presentazioni eppure ce l’ha, perché se in America è stata un fenomeno pop clamoroso in Italia è uscita decisamente in sordina.

Parliamo insomma di Seinfeld, serie – andata in onda dal 1989 al 1998 – la cui portata rivoluzionaria fu tale che ancora oggi si stenta a trovare la stessa freschezza in prodotti dello stesso genere. Non fraintendetemi: di serie comedy originali e coraggiose negli ultimi anni se ne sono viste diverse (Louie, Barry, Ramy, per fare qualche esempio), ma la sit-com propriamente detta – quella col pubblico che ride, per intenderci – non è mai andata oltre Seinfeld. Anzi, se l’è sentita così poco di provare a bissarlo da fare addirittura qualche passo indietro.

La prima scelta “di rottura” operata dallo show creato da Larry David e Jerry Seinfeld fu quella che oggi ci appare come la più scontata del mondo: scrivere una sit-com su un gruppo di amici, non su una famiglia come tanto si usava fare. È la ragione per cui oggi abbiamo Friends, How I Met Your Mother, Big Bang Theory eccetera. La seconda, la più audace, fu quella di abbracciare un mantra netto, perentorio: “no hugs, no learning”. Zero emotività, zero insegnamenti. Siamo qua per far ridere.

E se all’apparenza la cosa potrebbe sembrare una scorciatoia, un approccio più superficiale alla scrittura, si rivelò invece una lente inedita ed efficacissima.

C’è un interessante confronto tra Larry David e Ricky Gervais (lo trovate qui), in cui il primo dice “abbiamo tutti pensieri buoni e pensieri cattivi, e la verità è che quelli cattivi sono divertenti”: alla fine è un po’ su questo che è fondato Seinfeld. I quattro protagonisti – il “vincente” ed immaturo Jerry, il nevrotico George (Jason Alexander), l’impulsiva Elaine (Julia Louis Dreyfus) e il folle Kramer (Michael Richards) – divertono e alla fine conquistano solo ed esclusivamente tirando fuori il peggio di sé, senza che la scrittura inciampi mai in soluzioni “da manuale” per spiegarci che in realtà sono persone bellissime, desiderose di migliorare eccetera eccetera.

E non inciampa se è per questo nemmeno nel fine a sé stesso, perché rivelando più magagne che altro i personaggi acquistano una certa verità, una tridimensionalità che aiuta lo spettatore a vederli più “vicini” e meno come ideali da raggiungere. Insomma, è come vedere gli amici nostri. E ad una sit-com non si può chiedere di meglio.

La sua scrittura è ancora tra le più sofisticate, ma ci mise un po’ prendere forma.

La genesi

Il 6 Maggio 1981 il comico Jerry Seinfeld, allora ventisettenne, compare al Johnny Carson Show, fa il suo monologo e riceve l’ambito “ok sign”, benestare del noto presentatore americano. Come spiega il suo storico agente George Shapiro (uno che ha rappresentato i migliori), l’ok di Johnny Carson significava sostanzialmente “ok, sei nello show business”. E Jerry Seinfeld nello show business ci era entrato: era un comico caustico, brillante e sofisticato, ed al pubblico piaceva. Il suo trampolino di lancio verso un inaspettato successo arriva però quasi dieci anni dopo, quando la NBC gli offre uno show tutto suo.

Ma come impostare la cosa? L’emittente in realtà è aperta a diverse possibilità, dal talk show allo special di stand-up comedy passando poi, appunto, per la sit-com. Lo stesso Seinfeld non sa bene dove andare a sbattere, quindi chiede una mano all’amico Larry David, comico che incrociava regolarmente al Catch a Raising Star, storico comedy club di New York.

David, che in Italia conosciamo soprattutto come l’interprete di Boris Yellnikoff in Basta che funzioni di Woody Allen (film nel quale, a mio avviso, è ingabbiato in un ruolo che non lo fa brillare realmente), è una delle menti comiche più geniali del pianeta, ma all’epoca la cosa doveva ancora emergere. Quando faceva stand up era solito abbandonare il palco al grido di “vaffanculo!” se il pubblico non rideva alle sue battute. Un caso famoso, il mio preferito, è quello in cui David abbandonò il palco senza nemmeno esibirsi perché non gli piacevano le facce del pubblico.

Scene del genere si verificavano spesso. David era stato anche autore per il Saturday Night Live, ma in un anno di collaborazione aveva visto andare in onda un solo sketch da lui scritto, cosa che lo spinse ad inveire contro i produttori, abbandonare lo show su tutte le furie e – una volta realizzato che questo significava non avere più soldi – tornare sui suoi passi; non chiedendo scusa, semplicemente fingendo che la cosa non fosse mai successa.

David era uno sregolato, ma la sua sensibilità umoristica era affine a quella del più popolare Jerry Seinfeld. Non aveva soldi. Tanto valeva buttarcisi.

Uno show sul niente

I due giravano per New York, cazzeggiavano, entravano nei mini market e scherzavano sui prodotti in vendita, sedevano nei diner e parlavano del più e del meno, quando ebbero un’illuminazione: “questo potrebbe essere lo show: due persone che parlano di cose”.

Seinfeld, oltre a fare tesoro dei vaneggiamenti di Larry David e Jerry Seinfeld, finì col parlare di quel che poteva andare storto in situazioni sulla carta così così ordinarie, così poco spettacolari, che nessun autore di sit-com aveva mai pensato di farne la colonna portante di una puntata.

Non erano solo i dialoghi tra i personaggi ma proprio le situazioni ad essere inusuali nella loro disarmante quotidianità: un intero episodio in tempo reale in cui i protagonisti aspettano che si liberi il loro tavolo al ristorante cinese (ci torneremo), un altro in cui sono nel parcheggio di un centro commerciale e non si ricordano dove hanno parcheggiato la macchina… era “come la vita”, insomma.

Grazie alla parentesi meta inaugurata con la quarta stagione, in cui ai personaggi di Jerry (Jerry Seinfeld nel ruolo di se stesso) e George (il dopplenganger di Larry David) viene chiesto di scrivere il pilot di una serie, Seinfeld è diventato effettivamente famoso come uno “show sul niente”: la sit-com nella sit-com che viene ipotizzata dai due personaggi si chiama Jerry, non parla di “niente”, e i divertenti episodi che ne illustrano il processo creativo sono interessanti soprattutto perché, nell’evidenziare con autoironia l’apparente assurdità del tutto, sembrano dire “ma com’è possibile che una sit-com del genere sia riuscita a finire in TV?”.

Ovvio che dietro a quel “niente” si celasse in realtà dell’altro: il malessere per il vivere sociale, per prima cosa. I protagonisti vivono malissimo l’uscire dalla loro comfort zone per andare a feste, a cene con gente che conoscono poco, o anche solo fare file chilometriche per un film al cinema. C’è una rabbia fortissima verso le convenzioni sociali, un divertito nichilismo che tornerà anche nella bellissima serie successiva di Larry David (ancora in corso), Curb Your Enthusiasm.

Il cast e i personaggi

La prima stagione conta solo 5 episodi, che rischiarono anche di rimanere gli unici. Gli ascolti infatti non erano stati granché, e sicuramente la serie era ancora acerba. Il potenziale si vedeva però fin dal pilot.

Jerry Seinfeld apriva con un monologo di stand-up in linea con le tematiche dell’episodio, e la cosa diventò una costante ed un tratto distintivo dell’intera serie (scomparendo giusto nelle ultime stagioni). Nel ruolo di se stesso era un po’ ingessato e non nascondeva i suoi limiti come attore, ma funzionava. Ad affiancarlo aveva i bravissimi Jason Alexander e Michael Richards, e l’intesa c’era già tutta. Tra i tre Alexander era l’attore più formato, veniva dal teatro ed aveva a cuore il lavoro sul personaggio di George Costanza, un nevrotico newyorchese di famiglia ebraica che inizialmente interpretò con in mente Woody Allen, per poi capire che era pensato come un alter ego di Larry David – una sua rielaborazione “esasperata” – e ridimensionandolo di conseguenza.

Il suo personaggio diventò con il passare delle stagioni il più divertente di cui seguire l’evoluzione: egoista, impulsivo e bugiardo patologico, destinato a fare sempre la scelta sbagliata. Con il suo carattere impossibile finiva con l’infilarsi nelle situazioni peggiori, ed un’intera stagione (la settima) è dedicata ai suoi disperati tentativi di cancellare le nozze tra lui ed una povera ragazza a cui ha chiesto la mano solo per paura di un’incombente crisi di mezza età.

Kramer, il molesto vicino di casa di Jerry, era invece l’elemento più surreale, e Michael Richards gli prestò la sua fisicità impressionante imbarcandosi in esilaranti numeri slapstick. Il personaggio vestiva con abiti ricercatamente vintage, scelta fatta dagli autori per evidenziare la sua totale estraneità verso il mondo (nell’idea di Larry David quelli potrebbero essere i vecchi vestiti del padre). Nella serie a un certo punto viene apostrofato con un’espressione azzeccatissima: “an hipster doofus”.

Kramer di solito tentava di convincere gli altri a fare cose improbabili, come parcheggiare sul posto per i disabili perché “tanto i disabili non guidano”, salvo poi trovare la macchina distrutta da una folla adirata. Aveva anche spesso idee per dei business peculiari, come quello di una pizzeria in cui il cliente potesse prepararsi la pizza da sé.

Il personaggio di Elaine Benes, assente nel pilot, arrivò invece per via di una “production note”. Le production note, come spiega Jerry Seinfeld, di solito non sono nulla più che richieste antipatiche dei produttori per rendere gli show più “acchiapponi”. In quel caso però i dirigenti chiesero di inserire un personaggio femminile nel cast fisso, e Larry David e Jerry Seinfeld capirono che era effettivamente ciò che mancava alla loro serie.

Arrivò a bordo Julia Louis Dreyfus, che Larry conosceva dai tempi del Saturday Night Live. Il suo arrivo fu la svolta: non solo era un’attrice fenomenale, divertente come poche, ma la sua chimica con gli altri era semplicemente perfetta. Oltretutto si tratta senza esagerazione del personaggio femminile più importante nella storia delle sit-com: cazzara come gli altri personaggi, protagonista tanto quanto loro e inserita organicamente nella scrittura, alla quale aggiungeva il punto di vista femminile favorendo la freschezza dell’insieme.

Elaine Benes era moderna, brillante e imperfetta esattamente come i suoi colleghi maschi, ed in questo fu un personaggio pionieristico.

La rivoluzione, il successo, la fine

Una volta rinnovato dopo la prima stagione Seinfeld doveva presentare altri 12 episodi, cosa che gettò i due autori in erba – che già si sentivano fortunati ad averne portati a casa 5 – nel panico più totale. Ma è con la seconda stagione che si gettarono le basi di quello che ha reso Seinfeld così grande. Il team di autori si estese, portando dentro anche gente come Larry Charles, famoso per aver diretto in seguito i mockumentary con Sacha Baron Cohen (da Borat a Il dittatore). Cominciarono a farsi strada idee sempre più audaci, più moderne.

L’importanza dello show fu infatti anche quella di sdoganare argomenti ancora tabù per il suo medium, come il sesso ed in una delle puntate più celebri (The Contest) persino la masturbazione. Se oggi diamo per scontato che sit-com Friends scherzino su cose del genere, all’epoca di Seinfeld si trattava di un qualcosa di tutt’altro che sdoganato. Gli autori poi erano bravissimi a trattare gli argomenti delicati in punta di penna, senza sfociare nel volgare.

Ma torniamo a parlare di “show sul niente”. The Chinese Restaurant, cui accennavamo prima, mostrava tre dei quattro protagonisti (Michael Richards è un grande assente, e ne fu risentito) nell’attesa che il loro tavolo prenotato al ristorante cinese si liberasse, e per tutta la durata dovevamo aspettare assieme a loro. Era un episodio “in tempo reale”, il primo a presentare questa particolarità nella scrittura di Larry David e, al di là della sua effettiva qualità (comunque alta), probabilmente il più importante dell’intera serie, quello che marcò definitivamente la natura “inusuale” di Seinfeld.

Fu la prima volta che David e Seinfeld dovettero veramente lottare con la NBC, che davanti alla puntata reagì sostanzialmente dicendo “ma che è ‘sta cosa!? Ma non succede niente!”. Le production note chiedevano agli autori di inserire più elementi da sit-com classica, tentando di scoraggiare il loro approccio differente. Per nostra fortuna Larry David era una testa calda e puntò i piedi, cosa che permise allo show di evolversi ulteriormente invece di normalizzarsi. E poi i risultati gli diedero ragione, perché nel giro di un paio di stagioni arrivò il boom, e ancora oggi Seinfeld in America è pura cultura pop, con personaggi (Kramer, Newman, The Soup Nazi) ed espressioni (“Master of Your Domain”, “Yada Yada”, “Serenity Now”) entrati nell’immaginario collettivo.

Il team creativo di Seinfeld nel corso degli anni aveva accolto sempre più autori di talento. Ormai era una certezza, una fucina di trovate brillanti con le quali il cast artistico poteva divertirsi un mondo.

Le idee non mancavano mai, neppure quando Larry David decise di abbandonare lo show sul finire della settima stagione, lasciando la supervisione completamente in mano a Jerry Seinfeld per gli ultimi due anni. Jerry scelse di chiudere con la nona stagione, questo nonostante le offerte molto generose del Network, a sua detta per seguire l’esempio dei Beatles, suoi beniamini, e mettere fine a tutto dopo nove anni.

Larry David tornò per scrivere il finalone, che fece ascolti record ma indispettì i fan, molti dei quali a tutt’oggi non perdonano certe scelte. Per noi invece è un finale perfetto: non stiamo qua a rovinarvelo, ma possiamo dire che è perfettamente rappresentativo della poetica di Seinfeld. Non ci sono abbracci, non ci sono insegnamenti: ci divertiamo solo a guardare gli amici nostri che ne combinano un’altra. Non si tifa per nessuna love story, non ci si commuove, non ci sono grosse domande a cui dare risposta.

Se è vero che la sit-com contemporanea è figlia di Seinfeld, non si può dire che ne abbia ereditato anche la devozione totale alla comicità, il rifiuto dei sentimentalismi, del melenso. Ma ci sta, eh. Abbiamo guardato dieci stagioni di Friends anche per vedere finalmente insieme Ross e Rachel, e pure di How I Met Your Mother ci interessavano molto i risvolti sentimentali. Però una sit-com che tiene botta per 9 stagioni affidandosi solo alle idee comiche, senza mai inciampare, alla fine è di un altro livello.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *