S. Darko è inutile, brutto e prova anche a sembrare indie

Ah, i bei tempi in cui a conoscere Donnie Darko eravamo solo io e altre 4 persone in tutto il pianeta. Non per dire “io lo amavo da prima che fosse famoso” ma… io lo amavo da prima che fosse famoso.

Un po’ come tutti, Donnie Darko l’avevo capito e non l’avevo capito al tempo stesso, ma non importava, una cosa bella non va necessariamente capita: prendiamo Superman II, lo amo e lo conosco orgogliosamente a memoria da tutta la vita, ma ancora mi chiedo cosa cavolo fosse quell’idiozia della “S” che Superman ti toglie dal petto per lanciarla contro Zod.

La storia è nota: Donnie Darko uscì nel 2001 senza essere filato da nessuno, fu poi ridistribuito nel 2004 sia negli USA che all’estero in versione Director’s cut, e divenne il cult che conosciamo oggi, tra i primi a venire riscoperti grazie al passaparola di internet (almeno in America, in Italia lo status di cult è molto più recente).

Chiunque avesse amato Donnie Darko non poteva che concordare in un punto: un sequel sarebbe stato carne da macello. Un po’ per la legge non scritta secondo cui qualsiasi sequel di un cult 9 volte su 10 è un disastro annunciato (ci credereste che Highlander 2 non è neanche tra i peggiori esempi di “sequel disastroso di un cult”?) e un po’ perché… beh, non aveva senso e basta.

Che lo si ami o lo si odi, Donnie Darko era un film talmente atipico e particolare da essere un fenomeno irripetibile, ma non per i capoccia della Silver Nitrate Entertainment (già produttori di… boh) che vedevano in “quel film là di cui il regista non c’ha manco i diritti e che piace tanto agli adolescenti depressi/incazzati” un potenziale sequel.

La stesura della sceneggiatura fu affidata a Nathan Atkins, che da bravo fan di Donnie Darko aveva mille dubbi su quanto fosse giusto farne un sequel, ma si sa, il lavoro è lavoro, e alla fine accettò. Propose poi di dirigere il progetto al regista Chris Fisher, che aveva mille dubbi sul sequel anche lui, ma si sa, il lavoro è lavoro, e alla fine accettò. I due proposero poi di tornare a interpretare la sorellina di Donnie Darko ad 8 anni di distanza a Cavenigh Chase, che aveva mille dubbi sul sequel anche lei, ma si sa, il lavoro è lavoro, e alla fine accettò.

Nessuno voleva farlo, ma si sa, il lavoro è lavoro, e alla fine accettarono tutti

La “teoria degli errori” è una branca dedita alla classificazione degli errori, che vengono catalogati in quattro categorie: gli “errori grossolani”, ossia quelli dovuti alla semplice distrazione, gli “errori strumentali”, dovuti a malfunzionamenti degli strumenti, gli “errori indeterminati”, dovuti a varie cause non facilmente individuabili, e poi c’è la quarta categoria, nota come “S. Darko” (in principio nota anche come “Highlander 2”), dove si compie un azione sapendo sin dal principio quanto sia profondamente sbagliata, andando comunque avanti spinti da inspiegabili istinti autolesionistici.

S. Darko per certi versi sembra un sequel degli anni ’80, uno di quelli a cui bastava ripetere i 2/3 momenti più iconici del primo film per sentirsi legittimato ad esserne il degno successore.

Perché S. Darko è essenzialmente questo: un film che ripete a pappagallo i momenti più caratteristici del primo, magari piazzandoli in modo più sconnesso e onirico per sembrare un po’ più indie ed esasperandoli pure, come il tanto discusso viaggio dimensionale che Donnie compie alla fine del primo film, che su S. Darko tutti i personaggi compiono come fosse a metà tra un superpotere e il deus ex machina di turno.

Praticamente S. Darko sono gli ultimi 15 minuti di Donnie Darko ripetuti per 1 ora e 40. Spoiler? Vabbè tanto il film è brutto.

Se, come si dice, ogni azione che svolgiamo è il risultato di un equazione, S. Darko potrebbe definirsi come “l’equazione dello SBAGLIO”. Donnie Darko ai tempi aveva fatto da panacea per tutti noi adolescenti tristi e incazzosi e troppo piccoli per aver vissuto l’era del grunge, dunque cosa potrebbe essere un cast formato da: un tizio di Gossip Girl, uno di Vampire Diaries, un altro di Twilight, e una fresca vincitrice del prestigioso MTV Best Kiss Award nonché protagonista di Step Up 2, se non un perfetto e matematico risultato dell’ “equazione dello SBAGLIO”? Se avessero fatto un biopic su Kurt Cobain e Courtney Love con Zac Efron e Vanessa Hudgens mi avrebbero ferito di meno.

Affidare i ruoli di outsider ed emarginati con frasi nichiliste sulla vita sparate ogni 15 minuti perché ehi, siamo belli e dannati, a dei bei faccini che sembrano piazzati su commissione da Hollister non avrebbe fatto prendere sul serio neanche il primo film, figuriamoci S. Darko e i toni da film maledetto che vuole darsi, conciando Ed Westwick come una specie di James Dean riadattato ai trecento servizi per Dolce e Gabbana che Westwick avrà sicuramente sul curriculum, e limitandosi a piazzare un paio di occhiali sul bel faccino pulito di Jackson Rathbone (persino il nome è da modello) per catalogarlo come sfigato perculato dalla città:

Ci crederete che il tizio a sinistra è lo sfigatone del film? E che quello a destra pronuncia “La vita fa schifo e poi si muore”? Insomma, come direbbero nella Svezia nord-occidentale, S. Darko non è altro che un capitolo della saga di After che ha la faccia come il culo di darsi dei toni indie. Una faccia come il culo che però posa per Hollister.

Che poi tutte queste arie un po’ intellettuali e maledette Donnie Darko in realtà non se le dava mai, concedendosi anche non pochi momenti di ironia.

S. Darko sembra anche dimenticarsi che una parte del fascino di Donnie Darko era anche nella sua cornice del 1988, rafforzata da una colonna sonora non proprio di nicchia ma da un sound caratteristico, senza neanche sforzarsi per dare contesto e personalità al “suo” 1995.

E di certo non per questioni di budget, visto che Donnie Darko con la stessa cifra di partenza (4 milioni) si era assicurato Duran Duran, Joy Division, e Tears for Fears. Che poi a pensarci Donnie Darko, insieme a GTA: Vice City due anni dopo, è stata la prima vera operazione a proporre i tanto – all’epoca – denigrati anni ’80 in salsa nostalgica, a neanche troppi anni di distanza.

S. Darko lo vidi al cinema (addirittura in ANTEPRIMA) nella lontana estate 2009. Avevo 14 anni e uscito dalla sala lo considerai il film più brutto della storia.

A rivederlo oggi non l’ho trovato così atroce come ai tempi, ma “solo” come uno dei tanti film che tenta di darsi un po’ troppe arie indie, indegno del suo predecessore, che tenta di risultare volutamente illogico per sembrare più complicato di quanto non sia, con dei personaggi di cui ti frega zero, e senza il minimo entusiasmo dietro.

Qua non si butta niente.

Perché alla fine il povero S. Darko puzzava così tanto di bruciato che non lo voleva fare nessuno dal principio, e si è invece ritrovato ad essere un fan movie con un budget Hollywoodiano. Brutto e goffo come spesso sono i fan movie, ma senza l’entusiasmo e la buona fede che solitamente i fan movie hanno.

Un pensiero su “S. Darko è inutile, brutto e prova anche a sembrare indie

  • Agosto 25, 2021 in 2:05 pm
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    Questa recensione era proprio quello che mi serviva dopo aver rivisto entrambi i film a distanza di molti anni. Sapevo che doveva esserci un motivo se non ricordavo assolutamente nulla di S. Darko. Il mio cervello si è rifiutato di immagazzinare informazioni inutili rischiando di distruggere il bel ricordo di Donnie Darko. E sicuramente, lo farà di nuovo e tra dieci anni tornerò a chiedermi “come mai non ricordo assolutamente nulla di quel film?” e la risposta sta nella domanda: questo film è il nulla.

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