RIPASSONE #5: Guerre Stellari (1977)

Il 18 dicembre nelle sale italiane approderà Star Wars: Episodio IX – L’ascesa di Skywalker, ma non ve lo dobbiamo certo dire noi, avrete già acquistato i biglietti e sarete tutti in fibrillazione. Ah, forse la parte sulla fibrillazione è un tantino esagerata? Okay, comprensibile. C’è davvero hype intorno al finale di questa nuova trilogia? Non esattamente. Noi non lo sentiamo granché, però è pur sempre un film di Star Wars, quindi tocca andare a vederlo. Noi abbiamo trovato un’idea per arrivare in sala con la giusta dose di entusiasmo: il RIPASSONE. Tutti i film del brand, dal primo all’ultimo. In che ordine? Stavolta non di uscita, ma di time-line. Eccoci arrivati, dopo Rogue One, al momento più importante del nostro RIPASSONE: il primissimo, seminale Guerre Stellari scritto e diretto da George Lucas.

Perché Star Wars merita più rispetto.

Un orfano che ignora il suo passato, un vecchio saggio a fare da guida e mentore, una principessa da salvare, l’abbandono della terra natale come simbolo di “crescita”, e un serie di comprimari non-umani a fare da spalle comiche al protagonista: la struttura di Guerre Stellari, o Star Wars Episodio IV: Una nuova speranza, è talmente simile a quella dei Classici Disney anni ’90 che sembrava quasi logico che la Casa del Male si comprasse la Lucasfilm nel 2012. Ma sarebbe riduttivo definirla una struttura da Classico Disney, visto che Star Wars è il più grande esempio cinematografico della Bibbia della narrativa, il saggio L’eroe dai mille volti di Joseph Campbell, che a sua volta fu ispiratore di uno dei manuali di sceneggiatura più abusati, Il viaggio dell’eroe di Christopher Vogler. Per chi non li conoscesse, si tratta di due saggi che analizzano quanto, pur con qualche variazione, i miti e gli archetipi che l’uomo segue sono, alla fine, sempre uguali: dal protagonista orfano e adottato (Luke Skywalker, Harry Potter, Spider-Man, Batman, Superman, o anche Re Artù andando su miti pre-XX secolo) al vecchio saggio (Obi-Wan Kenobi, Albus Silente, Gandalf, Zio Ben, Merlino) e cosi via. È un ispirazione che Lucas ha sempre ammesso, e per quanto lo schema oggi ad alcuni possa sembrare ripetitivo e prevedibile, anche quando si prova a discostarsene ci si torna inevitabilmente in un modo o nell’altro. Perché l’uomo è fatto per rimanere affascinato dallo stesso schema di base: è così e basta.

L’Eroe ed il Mentore.

Facile dirlo nel 2019, ma proprio per il suo seguire alla lettera “il viaggio dell’eroe” era quasi inevitabile che Star Wars, nonostante fosse una produzione su cui erano in pochi a puntare, diventasse il fenomeno che conosciamo, perché prima di Star Wars il cinema era povero di miti come li intendiamo oggi: con l’eccezione dei mostri della Universal negli anni ’30 e di James Bond negli anni ’60, sono gli anni ’70 il decennio in cui nascono prime vere icone cinematografiche moderne, da Vito Corleone a Rocky Balboa, a Travis Bickle; ma Star Wars spianò la strada affinché potessero nascerne anche altri: senza Star Wars non avremmo ET, Ghostbusters, I Goonies, Highlander, Ritorno al futuro, La storia infinita e in generale tutti i cult di stampo fantasy del decennio successivo. Inaugurò il cinema per ragazzi prima ancora che venisse accreditato a Steven Spielberg con l’aggettivo Spielberghiano e, insieme al Superman di Richard Donner l’anno dopo, creò il concetto di blockbuster moderno, diventando un modello, come lo fu Easy Rider 8 anni prima, di cosa volesse il pubblico dagli studios. Inventò anche involontariamente il franchising legato al cinema, visto che la Lucasfilm si attrezzò in proprio stringendo accordi per il merchandising, vista la paura di George Lucas che la Fox non promuovesse abbastanza il film.

Uno degli aneddoti più divertenti sul merchandising è quello sulle compagnie di giocattoli che, dopo aver preso sottogamba il film, si trovarono impreparate quando diventò un fenomeno di massa. La soluzione fu mandare nei negozi delle scatole vuote che promettevano l’uscita dei giocattoli.

Star Wars anticipò e in un certo senso creò gli anni ’80, un decennio volto (apparentemente) all’ottimismo, al consumismo più sfrenato e all’intrattenimento più spensierato. Praticamente l’unica cosa degli anni ’80 che Star Wars non predisse erano i film di bicipiti e pettorali, ma per quello pose le basi Sylvester Stallone l’anno prima. Qualche strascico del cinismo e del pessimismo che gli anni ’70 si portavano appresso dopo il Watergate e il Vietnam è visibile sul lato estetico, con un inedita visione di fantascienza sporca, vissuta e “brutta” da vedere (ben prima del cyberpunk e del post apocalittico al cinema), in contrapposizione alla fantascienza pulita, ottimista e speranzosa per il futuro degli anni precedenti legati alla corsa nello spazio con i sovietici.

Tutti questi elementi fanno entrare di prepotenza Star Wars nell’olimpo dei film più importanti della storia, e il fatto che sia una nerdata fantascientifica spesso fa dimenticare il suo ruolo nella Storia, quella con la S maiuscola, a discapito di un banale “No, meglio Il signore degli anelli”, “Eh ma Ian ha sparato per primo” ecc., roba che lo lascia più in pasto a nerd rabbiosi piuttosto che a “gente di cinema”. Certo, la stessa “gente di cinema” che magari nel 1977 lo definì un film fracassone e nulla più senza riconoscerne l’importanza, ma anche solo definirla la saga più importante della storia è riduttivo, perché Star Wars non è solo cinema, è costume del XX secolo.

…tutto questo per arrivare a dire cosa?

Che a Star Wars spesso non sono riconosciuti certi meriti dai non-fan. Vengono riconosciuti universalmente la fantasia, la sua visione e la sua imponenza, ma nulla di più… seppellendo superficialmente sotto spade laser, blaster e scimmie di 2 metri la sua grandezza. Lucas sudò le proverbiali sette camicie per far prendere sul serio alla troupe un’idea così fuori dagli schemi dell’epoca, e neanche la partecipazione di un premio Oscar come Alec Guinness bastò a legittimare la serietà del film (mossa simile fu fatta per gli stessi motivi l’anno dopo con la scritturazione di Marlon Brando per Superman).

Ma le intenzioni di Lucas erano le stesse dei miti che tanto amava e che voleva omaggiare con la sua opera, ovvero dare messaggi grandi in piccole (spettacolarizzate) dosi. Questo è il motivo per cui introdusse la Forza, un concentrato fantascientifico dei culti orientali da cui era sempre affascinato (e da La Fonte di Jack Kirby, diamo al Re quel che è del Re) e che voleva far conoscere ai più piccoli, culti ben lontani nelle credenze da quelli occidentali (e infatti subito banalizzati e semplificati negli ultimi episodi come semplice telecinesi). Che è un po’ quello che hanno fatto tanti altri miti moderni, come i fumetti, venendo però sempre banalizzati ed etichettati come “roba per ragazzini”. E indovinate, Star Wars lo è, ma questo non lo rende meno vero. Perché se Re Artù, col suo estrarre spade magiche dalle rocce ed essere assistito da un mago è “accettato” mentre un spada laser no è segno che non c’è onestà intellettuale in certe critiche.

I siparietti tra C-3PO e R2-D2 non sono certo scritti da Woody Allen, la storia non l’ha scritta Dostojevski, e Lucas non tiene particolarmente all’efficacia della recitazione o della scrittura quanto alla sua visione (parte del cast, pur elogiando il Lucas persona, critica tutt’oggi l’incredibile fretta che mette agli attori e che impedisce a loro stessi di dare umanità e spessore ai personaggi, un problema ben visibile nei prequel). La fretta nel far recitare gli attori viene per fortuna compensata da casting che Lucas azzecca praticamente sempre (Hayden Christensen a parte), e a beneficiarne è ovviamente la storia, strutturata in tre atti tutti diversissimi tra loro, e con talmente tanti elementi da dare l’impressione che il film sia durato un ora in più, non perché pesante ma perché così pieno di materiale sul piatto.

E pensare che la lavorazione fu un disastro: tra ricoveri in ospedale di Lucas per il troppo stress, set che crollavano per tempeste di sabbia, montaggi disastrosi, la troupe che credeva nel progetto meno di zero e produttori che fiutavano flop da un chilometro, fu un miracolo consegnare un prodotto decente alle sale. Lucas stesso non inseguiva il successo, per sua stessa ammissione l’unica cosa che gli interessava era fare “i suoi film”, ed andandoli ad analizzare è effettivamente cosi. Per quanto il termine “personale” non si sposi proprio spesso con “blockbuster”, tutta la filmografia di Lucas va sul personale, dall’adolescenza vissuta in California (American Graffiti), al tributare gli eroi delle riviste pulp anni ’40 che avevano cresciuto una generazione (Indiana Jones), al condensare secoli di miti e archetipi che avevano influenzato la sua infanzia, come il Robin Hood di Herrol Flynn o Flash Gordon, vero gold standard della fantascienza dell’epoca insieme a Buck Rogers (i mitici opening crawl di apertura sono un esplicito omaggio a quelli del serial di Flash Gordon con cui Lucas era cresciuto) nel contesto moderno della fantascienza, con la speranza di dare la space opera definitiva. Ci riuscì? Beh se Joseph Campbell stesso definì Lucas “il suo migliore allievo” e se Luke Skywalker viene spesso riportato nella copertina de “Il viaggio dell’eroe”, direi di sì.

PS: Solo a me Darth Fener che pilota un caccia nella scena finale ha sempre fatto strano/ridere per quanto era fuori contesto?

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