Rifkin’s Festival, un Woody Allen “ordinario” solo in parte

È uscito un nuovo film di Woody Allen. Saprete in mezzo a quale caos, tra campagne diffamatorie e pandemie globali. “E com’è?”. Bello. “Ma bello come?”. Bello come un assolato pomeriggio primaverile in cui entro in sala, mi godo un film piacevole, esco, c’è ancora il sole e ho appena visto un nuovo lavoro di Woody Allen. Questo invece di starmene a casa a fissare la tv, il vuoto o il telefono. Ecco quanto è bello. È bello perché di un film così non ne avrei mai avuto più bisogno che adesso.

Non è un gran film, l’ho già letto in giro e sono d’accordo. E non perché Allen sia invecchiato, dato che i capolavori (Café Society, Wonder Wheel) li sa ancora girare. Se negli anni ce ne ricorderemo è giusto per le circostante atipiche in cui ci è stato presentato, e forse per essere stato uno degli ultimi (poteva essere coerente come ultimo film, ma in cantiere ce n’è un altro da girare a Parigi) di un maestro del cinema spesso amato, spesso discusso e che in molti hanno rinnegato alla luce di una faccenda che mi piacerebbe approfondire in un’altra sede (un articolo a parte, magari).

Per ora mi limito a dire che la serie-documentario narrata dal punto di vista degli accusatori, Allen v. Farrow, è un obbrobrio senza appello, ma va vista: solo così potrete farvi un’idea su quanto sia gretta la narrazione che si sta facendo su Allen negli States, con meccanismi comunicativi che per fortuna da noi non attecchiscono fuori da certe bolle social (e infatti Rifkin’s Festival è una co-produzione italo-spagnola).

Allora, di che parla questo film? Come in molti film “turistici” di Allen, c’è una coppia in crisi che viaggia, c’è la riscoperta di sé tramite il viaggio e ci sono le riflessioni amare sui sentimenti, sulla vita e sulla morte.

Stavolta seguiamo Mort Rifkin, ex docente di cinema all’università, sposato con un’addetta alla stampa con la quale si recherà al festival del cinema di San Sebastián in Spagna. Mort non vuole realmente andarci, ma sente il bisogno di monitorare sua moglie, che a quanto pare ha una cottarella per il giovane regista che segue, Philippe, interpretato semi-svogliatamente da Louis Garrell.

Rifkin si invaghirà di una dottoressa del posto, tornando per un attimo a fantasticare su una vita idilliaca. Nel frattempo fa degli strani sogni, che hanno la forma dei classici europei (e non: c’è anche Quarto potere) che ha amato per tutta la vita, parlandone sempre nei suoi corsi: , Fino all’ultimo respiro, Il settimo sigillo, Il posto delle fragole, Persona… Queste sono non solo rielaborazioni di scene da vecchi film, ma anche di precisi momenti della sua vita. Che cosa vorrà dire? Forse che ha sempre utilizzato il cinema come lente per indagare sull’esistenza, o più probabilmente che ci si è sempre rifugiato per fuggire all’insensatezza del vivere, trovandosi alla fine a doverci fare davvero i conti. Se Harry a pezzi rifletteva su come si possa dare senso all’esistenza – o almeno di come la si possa riempire – creando arte, Rifkin’s Festival si interroga sui benefici (o più in generale gli effetti) del fruirne.

Il fulcro, il cuore del film è questo; il resto è ordinaria amministrazione.

La coppia di questa storiella comunque è tra le più squilibrate di tutto il cinema alleniano (e dire che spesso alle bellissime attrici dei vecchi classici toccava amoreggiare con Allen stesso): Gina Gershon e Wallace Shawn.

Quest’ultimo, poraccio, è il protagonista del film, eppure il suo nome nella locandina è tipo il quarto. No, ecco, ho controllato: è il quinto.

Locandina peraltro brutta anziché no.

Shawn aveva già recitato con Allen in più occasioni (Manhattan, Radio Days, il sottovalutato Ombre e nebbia, La maledizione dello scorpione di giada…) ed è tra i pochi attori statunitensi a non avergli voltato le spalle dopo la tempesta mediatica. È però anche un attore anziano e ormai fuori forma, che riesce a regalare sottigliezze in pochissimi momenti, mentre per il resto grida le sue battute con un fare piatto che spesso e volentieri smorza l’effetto di dialoghi sulla carta divertenti.

Visto che il suo personaggio è più basato su Allen che mai, è il caso di dire che sarebbe funzionato meglio interpretato da Allen stesso: si parla di vecchiaia, delle influenze cinematografiche che alimentano il fuoco creativo del regista da sempre, di scendere a patti con l’idea della morte e l’insensatezza della vita visto l’avanzare dell’età… Tutto questo arriva, ma è innegabile che con il volto di Allen avrebbe avuto tutt’altro impatto. Le più brave alla fine sono Gina Gershon e Elena Anaya (una delle mogli di Dracula in Van Helsing, mica bruscolini), che rendono i loro personaggi decisamente più tangibili degli altri.

Il film per il resto lo fanno la fotografia di Vittorio Storaro – bellissima, ovviamente – e la mano solida di Allen, che sa sempre raccontare i suoi personaggi, che non rinuncia a inserire momenti di (buona) comicità e soprattutto ha l’accortezza di congedarci esattamente quando le cose da dire sono finite, con un finale disteso, dolce e davvero elegante.

E ci lascia anche con un film che potremmo dire (non a torto) di aver già visto, ma con delle variazioni sul tema che lasciano da riflettere. Che vi devo dire? Per quanto mi riguarda, ne vale sempre la pena.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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