Ragazzi perduti, o quando Joel Schumacher inventò i vampiri “cool”

Ci piace Joel Schumacher, e intendiamo approfondire il discorso con qualcosa di più grosso e ambizioso della recensione di un suo film, ma ogni scusa è buona per ribadirlo: per noi è stato un autore fortemente sottovalutato, vittima – da vivo come da morto – di preconcetti così radicati da inficiare anche i giudizi su film belli o addirittura più che belli.

Si parla spesso di “grande mestiere” e poco altro, che per noi è giusto un pelino troppo sminuente. Schumacher era infatti in grado di imprimere – nei suoi lavori migliori come nei più sfortunati – una personalità gigantesca: è il caso dei suoi odiatissimi (non da noi, come saprete) Batman come di Un giorno di ordinaria follia, di Linea mortale come di St. Elmo’s Fire.

Joel ha sempre saputo far passare la quantità giusta di “visione” per assicurare al pubblico uno spettacolo sì figlio della logica degli “studio movie”, ma al contempo “vivo” e memorabile.

Ma la percezione del suo lavoro presso l’appassionato medio è da sempre annegata nei pregiudizi. Una delle prove più lampanti è l’equivoco, dovuto ai Batman, secondo cui sarebbe un regista votato esclusivamente al kitsch, ad un immaginario colorato, queer e festaiolo: sbagliatissimo. Quella è la sua interpretazione dell’universo di Batman, è la sua risposta alla domanda “come faresti un Batman colorato in risposta a quello tetro di Tim Burton?”.

Schumacher ha sempre avuto un senso del dark spiccatissimo, chiaro anche – per dire – in Batman Forever, che nei bellissimi flashback sull’omicidio dei genitori di Bruce Wayne si rivela in tutto il suo splendore (o la sua oscurità: carina, eh?), per non parlare delle inquietanti e suggestive sequenze tagliate (facilmente reperibili online).

A parer mio ci sono due film in cui il suo occhio “dark” raggiunge l’apice: 8mm (ne parliamo qui), e Ragazzi perduti. Che è il film di cui parleremo oggi.

Nato come una sorta di rivisitazione moderna e formato blockbuster anni ’80 della storia di Peter Pan e sempre con la curiosa aggiunta dei vampiri (questa era l’intenzione originale degli sceneggiatori Janice Fisher e James Jeremias), l’ormai stra-noto film di Joel Schumacher si è lentamente evoluto fino ad assumere la forma di “film di vampiri rockettari con una spruzzata di Goonies” che conosciamo oggi.

L’idea di Schumacher fu quella di trasformare i protagonisti bambini in degli adolescenti e di marcare la vena teen, estendendola anche ai vampiri. Un cambiamento determinante per il successo del film, un tocco di originalità che aprì le porte a tantissime re-interpretazioni dell’immaginario vampiresco (ci torneremo).

I veri Hollywood Vampires

È il 1987 e siamo a Santa Carla, cittadina fittizia della California ispirata a Santa Cruz e battezzata – proprio come quest’ultima – la “capitale mondiale degli omicidi”. Muore un sacco di gente a Santa Carla. Il motivo? Vampiri. Non normali vampiri, ma vampiri motociclisti rockettari, come scopriranno presto i fratelli Emerson, appena trasferitisi in questa pittoresca località di mare assieme alla loro neo-divorziata madre.

Il più grande dei due fratelli, Michael, verrà “vampirizzato”, mentre Sam, il più piccolo, troverà degli alleati nei fratelli Ranocchi (in originale Edgar e Allan Frog), giovani cacciatori di vampiri che passano larga parte delle loro giornate in fumetteria.

Il paragone con I Goonies è figlio di tre fattori: la presenza di Corey Feldman nel cast, quella di Richard Donner come produttore, e infine la componente fanciullesca, con i ragazzini che si attrezzano per combattere i vampiri. Sicuramente gli echi ci sono e sono anche voluti, ma Ragazzi perduti non è I Goonies in tinte horror: quello è Scuola di mostri (film essenziale di cui parliamo qui).

In realtà si tratta di un film che quando non parla di ragazzini parla di vampiri, e lo fa con grande stile e con un’attenzione nella costruzione delle atmosfere e dell’immaginario da incubo che va oltre l’avventura per ragazzi: è horror puro. È pittoresco, ma non gioca a smorzare l’orrore con gag a effetto: vuole proprio affascinare, e quando possibile inquietare e/o spiazzare con una violenza non scontata.

La fotografia di Michael Chapman è splendida come il set design di Bo Welch, mentre le musiche di Thomas Newman marcano ulteriormente la dimensione quasi “onirica” in cui si svolgono tutte le sequenze vampiresche.

L’ideazione ed il design dei villain furono poi decisamente seminali, ispirando orde di prodotti che puntavano a rendere cool i vampiri, incluso Buffy – L’ammazzavampiri, per il quale Joss Whedon ammette senza problemi di aver attinto a Ragazzi perduti.

Schumacher, che affermò di aver deciso di dirigere un film di vampiri perché “sono sexy, a differenza di Frankenstein”, inventa i vampiri stilosi, che però – alla faccia di Twilight – quando devono fare i mostri orribili diventano mostri orribili.

Capitanati da un Kiefer Sutherland perfetto, con la faccia da stronzo che si confà al leader di una congrega di vampiri motociclisti coatti, i mostri sono protagonisti dei segmenti migliori, senza ombra di dubbio. Dal loro utilizzo dell’ipnosi (inquietantissima la scena con il cibo cinese) a quando se ne stanno appesi a testa in giù sotto una ferrovia, sono loro a rubare lo spettacolo.

Le parti che riguardano i ragazzini sono un marchio di fabbrica 80s che in questo caso specifico è di sicuro stato determinante nel decretare lo status di cult del film, ma per quanto molto ben riuscite e interpretate con convinzione dai giovani attori, non brillano per originalità come il resto, apparendo spesso “slegate” seppur gradevolissime. Anche la loro “indagine” non regala grossi sussulti, culminando in un presunto “colpo di scena” che si può prevedere un po’ troppo facilmente.

Non c’è la sceneggiatura a prova di bomba di uno Scuola di mostri né quella arguta di un Ammazzavampiri, insomma, ma si compensa alla grande con tutto il resto, ed il merito – signore e signori della giuria – è di Joel Schumacher, che ci delizia con la sua personale visione dei vampiri “sexy”, spingendosi come non mai con l’immaginazione prima, e con un mestiere gigantesco poi. Una regia splendida, come sempre.

Ragazzi perduti è un film che fa la sua figura sia vissuto in ottica “anni ‘80” – perché sì, abbraccia fortissimo l’immaginario dell’epoca – che come intrattenimento horror per ragazzi puro e semplice, mantenendo un fascino visivo e un immaginario stimolante che in prodotti oggi “equivalenti” – e cioè pensati per le masse e non per un pubblico più settoriale – è difficilissimo trovare.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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