Quantum of Solace è un Bond Movie qualunque, e va (più o meno) bene così

Dopo esserci presi una pausa considerevolmente lunga, ci sembrava il caso di riprendere il nostro discorso sulla saga di James Bond. Ormai abbiamo quasi finito, poi non ci rimarrà altro che aspettare questo benedetto No Time To Die, sperando non lo rinviino per l’ennesima volta. Comunque è stato fico rivederli tutti, anche gli episodi più infelici.

Il fatto è che la saga di James Bond, tra alti e bassi, è essenzialmente immortale, una formula che con autoironia e con la costante voglia di stupire si è sempre voluta adattare ai tempi senza rinunciare a esistere. Anche quando si inceppa o quando tocca vette di follia inenarrabili (tra le più clamorose sicuramente Moonraker e La morte può attendere), 007 resiste. E quando ci dice bene, arrivano – a sorpresa – dei film eccezionali, dopo i quali di solito l’asticella si riabbassa.

È il caso di GoldenEye, un film-bomba (il mio preferito di tutto il franchise) che aveva lanciato così bene il James Bond di Pierce Brosnan per poi vedere relativamente vanificato il suo sforzo con il più ordinario Il domani non muore mai. E poi è il caso di Casino Royale, il bond-movie moderno migliore che si potesse concepire, seguito dal divertente ma più convenzionale Quantum of Solace.

Il mondo non basta e Quantum avevano l’ingrato compito di continuare un discorso inaugurato da Martin Cambpbell (regista sia di GoldenEye che di Casino Royale) senza Martin Campbell. E insomma, di registi action come Martin Campbell ne fabbricano davvero pochi a questo mondo.

Piccolo off topic: vi consiglio di recuperare – se non li avete visti – due film relativamente recenti di Campbell: Fuori Controllo, con un Mel Gibson strepitoso, e The Foreigner, dove dirige un Jackie Chan memorabile (nei panni di Rambo, praticamente) e ci concede anche una piacevole rimpatriata con Pierce Brosnan. Due film di una potenza mostruosa, e la prova che ad uno così i Bond io li farei dirigere finché campa.

E insomma, Martin Campbell si è accontentato di svecchiare la formula con la sua mano sapiente e poi è passato ad altro (Lanterna Verde, mannaggia a lui), quindi con Quantum ci siamo dovuti accontentare di Marc Forster, regista di Monster’s Ball, Neverland e Il cacciatore di aquiloni, tre film che non rivedrei nemmeno se mi pagaste (cioè in quel caso sì, ma non mi sembra un’ipotesi molto realistica). Purtroppo il calo qualitativo si sente, nel senso che dopo Casino Royale si passa da “FILM DI BOND DEFINITIVO” a “film di Bond”.

È un male? Sì e no. A me i film di Bond piacciono, quindi me lo rivedo con piacere. Lo spettacolo c’è, il ritmo anche, le scene d’azione sono belle arroganti e divertono nonostante un montaggio epilettico a tratti stucchevole. Per il resto, purtroppo, viaggiamo sul dimenticabile.

Il villain interpretato da un sosia di Roman Polanski (Mathieu Amalric, che effettivamente con Polanski ci ha lavorato) è abbastanza insulso, la Bond Girl è un grosso boh (e veniva dopo la riuscitissima Vesper di Eva Green), la trama è di interesse scarso se non nullo.

Quello che posso dirvi è che Bond va in un sacco di posti e poi a un certo punto torna Giancarlo Giannini da Casino Royale, muore dopo poche scene e Bond lo getta in un bidone della spazzatura (tra i pochi momenti effettivamente memorabili). Comunque questa cosa della trama mi sa che è un mio problema fino a un certo punto: Daniel Craig stesso ammette che praticamente non c’era una sceneggiatura (girarono durante lo sciopero degli sceneggiatori) e certe cose se le è scritte lui da sé, per dire.

Lo script solido di Casino Royale (lì la trama la seguo! Giuro! Parla di carte) è solo un lontano ricordo, benché vengano accreditate le stesse persone (Paul Haggis e gli abituali Neal Purvis e Robert Wade).

Il prologo è uno dei più insipidi dell’intero franchise (un banale inseguimento), e la Bond Song di Jack White e Alicia Keyes è pochissimo ispirata. Anche qui, i brividi regalati da Chris Cornell e la frase “YOU KNOW MY NAME” gridata come la promessa di un ritorno in pompa magna sono un lontano ricordo.

Ma torniamo a Daniel Craig, l’unica cosa del film che sembra decisa a voler mantenere i livelli alti del predecessore. Al nostro va infatti riconosciuto il merito di riscattare un po’ il tutto dall’anonimato, con una performance convinta, incazzatissima, prova della sua dedizione inscalfibile verso il ruolo.

Io personalmente non amo il suo Bond, sono più legato alla versione classy di Connery o Brosnan, ma va detto che come alternativa “moderna” funziona, e può contare su un interprete davvero in palla. Poi mi hanno detto che è più simile al Bond dei libri, frase che sospetto dicano quasi tutti senza averli letti veramente, ma nel dubbio alzo le mani.

Tra le note positive abbiamo certamente le musiche di David Arnold, compositore di tutto il ciclo moderno di Bond da Il domani non muore mai in poi, qui alla sua ultima avventura con il franchise.

Marc Forster in cabina di regia fa il suo e gli va riconosciuto il merito di girare l’azione in maniera esagitata ma comunque comprensibile (notevole il montaggio alternato di una sparatoria durante la Tosca), che non è scontato. Nel film non c’è comunque nulla per cui si possa gridare al miracolo, ma è abbastanza adrenalinico da mantenere avvinto lo spettatore.

Il regista di Rosemary’s Baby

Quantum of Solace è un passo indietro al quale rimedierà Skyfall, poi arriverà Spectre a deluderci nuovamente e ora chissà che questo addio di Craig alla saga con No Time to Die non riesca a stupirci di nuovo tutti. Io cerco di non crearmi troppe aspettative, ma i trailer che sono usciti promettono effettivamente scintille. Vedremo. E presto, si spera.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.