Perché si dice che I Puffi sono comunisti?

Internet è (o meglio, era) un posto bellissimo. Un luogo dove basta vivere di pochi dogmi preimpostati per sopravvivere illesi e partecipare alla grande risata collettiva: Nicolas Cage è monoespressivo, quello là è un fottuto genio, Gianni Morandi mangia la merda, e i Puffi sono una metafora marxista. Alcuni di questi tormentoni/leggende metropolitane hanno origini precise, altri nascono perché… boh, come nascono le leggende metropolitane? Nascono e basta. Ma al contrario di tante altre, la famosa interpretazione comunista dei Puffi nasce in un momento ben preciso.

I Puffi nacquero nel 1958 dalla mente di Pierre Culliford, in arte Peyo, ma il primo a vederci una metafora marxista arrivò 40 anni dopo: fu il giovane universitario australiano Marc Schmidt, che espose la sua tesi in un articolo scritto nel 1998, dove sottolineava come il villaggio dei Puffi fosse un’utopia marxista senza capitalismo, monete, o proprietà private, dove tutti erano uguali persino nelle uniformi come nella Cina di Mao, con un prefisso nel loro nome (Puffo Golosone, Puffo Vanitoso, ecc.) come il sovietico “compagno” (compagno Stalin, compagno Lenin, ecc.), senza nessun culto (in effetti nel villaggio non c’è nessuna religione e nessun Puffo Prete), e che Gargamella rappresentasse la minaccia capitalista, visto il suo obiettivo di trasformare i Puffi in oro (dunque in capitale).

Schmidt si spinse addirittura oltre, lasciandosi andare a interpretazioni e paralleli tra i Puffi e alcune delle figure più importanti dell’Unione Sovietica, come il Puffo intellettuale Quattrocchi, che Schmidt vedeva come la rappresentazione di Trotsky: entrambi intellettuali dei loro mondi, ed entrambi isolati/esiliati a loro volta. Se Quattrocchi viene fatto costantemente ostracizzato dal resto del villaggio, Trotsky fu esiliato dall’URSS dopo la morte di Lenin e i contrasti con Stalin, 11 anni prima di essere assassinato dallo zio di Christian De Sica, anche se il parallelo più celebre ovviamente resta quello tra il Grande Puffo e Stalin, ulteriormente rafforzato dal rosso dei suoi vestiti. Ma il Grande Puffo era davvero uno Stalin più barbuto e family friendly? Quattrocchi era effettivamente Trotsky? Anche altri Puffi erano legati a figure storiche dell’Unione Sovietica? Tante insensate domande a cui cercheremo una risposta.

Puffo Quattrocchi.

I Puffi sono anticapitalisti, sessisti, e omofobi?

Schmidt vide nei Puffi persino una tendenza sessista tramite la figura di Puffetta. Come diceva la femminista e poetessa Monique Witting (la citava Schmidt nel suo articolo, non sono così acculturato) “Le donne sono definite dall’essere donne, gli uomini dal loro mestiere”, una definizione che sembra adattarsi proprio a Puffetta, unica donna del villaggio, e in quanto tale oggetto conteso tra i Puffi senza un altro scopo se non quello di essere “la donna del villaggio”.

L’articolo sosteneva inoltre che nel fumetto di Peyo ci fosse un implicito messaggio omofobo, visto che nel villaggio sono tutti innamorati i Puffetta nonostante l’eterosessualità nel loro villaggio non potesse fisiologicamente esserci, come a insinuare che l’eterosessualità l’unica normalità possibile. Dopotutto, come potrebbero definirsi etero degli esserini cresciuti in un mondo dove l’altro sesso non esiste proprio? O meglio, dove non c’è proprio il concetto di un altro sesso?! Stando a Schmidt il fatto che, nonostante questo, i Puffi provino qualcosa per Puffetta non è che un’insinuazione che l’eterosessualità sia l’unico stato naturale delle cose a prescindere dal contesto sociale.

L’articolo di Schmidt era una sparata a metà tra il serio e il goliardico, eppure in poco tempo guadagnò una tale popolarità su internet da venire espansa da utenti di tutto il mondo, tanto che qualcuno sostenne persino che il nome dei Puffi (in inglese “Smurf”) fosse un acrostico – una parola le cui lettere formano una frase – di “Small Men Under Red Flag”, teoria ovviamente priva di senso visto che Puffi non sono inglesi ma belgi, e che il loro nome originale non è “Smurf” ma “Schtroumpf”. I Puffi hanno persino dato il nome ad un attacco hacker, lo “Smurf”, un sovraccarico del computer con numerosi messaggi provenienti da molti altri nodi della rete, in risposta a false richieste che vengono spacciate per richieste della vittima stessa (ho fatto copia e incolla da Wikipedia, di computer capisco quanto di fisica nucleare).

Come la storia ci insegna la Russia inseguì l’utopia marxista oltre un secolo fa liberandosi di Nicola Romanov, l’ultimo Zar russo. Nella storia dei Puffi invece non ci sono informazioni riguardo uno Zar dalla pelle blu o un Puffo Romanov, né di condizioni di vita piene di stenti come nella Russia pre-Rivoluzione d’Ottobre: i Puffi sono così e basta; dunque, il loro presunto marxismo non nasce come risposta alle disuguaglianze create dal capitalismo e alla repressione zarista.

Il Puffo Zar, della cui esistenza ancora non si hanno prove certe.

I Puffi non aberrano consapevolmente il capitalismo perché i Puffi non sanno neanche cosa sia il capitalismo. Ne ignorano l’esistenza persino il Grande Puffo e Quattrocchi, presumibilmente i più saggi e/o acculturati del villaggio. Ma se ne venissero a conoscenza, ne verrebbero sedotti o continuerebbero a condannarlo? In realtà a questa domanda una risposta “ufficiale” di Peyo c’è, seppur involontaria (Peyo non rispose mai alle interpretazioni marxiste dei Puffi perché morì nel 1992, 6 anni prima dell’articolo di Schmidt): una storia che (stranamente) non viene citata da Schmidt nel suo famigerato articolo, ma che alimenterebbe l’interpretazione anti-capitalista dei Puffi più di qualsiasi altra cosa: “Il Puffo Banchiere”.

Ne “Il Puffo banchiere” il villaggio è sconvolto da un’incredibile scoperta proveniente dal mondo degli uomini, dei piccoli dischetti d’oro con cui puoi ottenere qualsiasi cosa: il denaro.

Inizialmente i Puffi vivono lo scambio di denaro come un gioco divertente, finché parole prima sconosciute come “ipoteca”, “tassi d‘interesse”, “pedaggio”, “costo di manodopera” portano discordia del villaggio, e i crescenti debiti portano alle dinamiche che tutti ben conosciamo quando ci sono di mezzo disparità economiche. La storia è del 1992, e per ironia della sorte fu l’ultima che Peyo scrisse prima di morire, magari in preda alla rabbia per la caduta dell’Unione Sovietica dell’anno prima.

Ma quanto era serio l’articolo di Schmidt?

Come se la questione non fosse già abbastanza cervellotica, nel 2008 Schmidt pubblicò un secondo saggio sull’argomento chiamato “I segreti della cultura popolare”, scritto in coreano (!) per elevare la scala hipster over nine thousand, dove non aggiunse molto rispetto al suo articolo di 10 anni prima, ma ebbe comunque modo di motivare il perché della sua interpretazione, venendo intervistato per l’occasione dal Korea Times:

“Non sono sicuro che fosse intenzione di Peyo fare una metafora socialista, se fosse inconscio, o se fosse solo una coincidenza. Trovo comunque difficile credere che non avesse tenuto conto dei risvolti politici quando ha creato i Puffi. I Puffi parlano, tra le varie cose, di società: di come è strutturata e di come funziona. E questa è politica”.

E che copertina…

In realtà Schmidt nel suo articolo sostenne persino che “fosse un bene” che i cartoni parlassero ai bambini di politica, e che se i Puffi fossero stati davvero propaganda marxista “non avrebbero potuto far peggio di tanti altri cartoni nati solo per vendere giocattoli”. Oltre a non ritrovarsi la CIA in casa per queste dichiarazioni solo perché la guerra fredda era già finita dal 1991, Schmidt aggiunse pure che quando scrisse l’articolo nella sua università andava di moda rileggere e reinterpretare la cultura pop secondo analisi critiche e riletture moderne.

A rendere popolare il puffo-comunismo in Italia ci pensò un articolo del 2000 apparso su Digiland, che oltre a riprendere le tematiche di Schmidt trovò nuovi paralleli tra i Puffi e l’ex Unione Sovietica. E qui cito il mio preferito:

“Ogni società ed ogni comunità attribuisce a qualche soggetto il monopolio della violenza legittima: nel villaggio dei Puffi questo ruolo è di pertinenza di Puffo Forzuto. Forzuto è il braccio dell’esecutivo (il Grande Puffo), egli ha potere di coercizione, in quanto la propria forza fisica lo rende istituzionalmente preposto a gestire l’ordine della comunità. Il ruolo ricoperto da Forzuto lo inquadra come un tipico agente di sicurezza sovietico, e in molti episodi una vera e propria funzione di spia del KGB”.

Una spia del KGB.

Questa denuncia italiana del puffo-comunismo fu presa come spunto da Roberto Davide Papini per un articolo ironico pubblicato nel dicembre 2000 su La Nazione, dove sfotteva le definizioni e i paroloni che in quel periodo venivano additati a personaggi dei fumetti come Valentina trotskista, Asterix ideologicamente a metà tra i gollisti francesi e i leghisti italiani uniti contro “Roma ladrona”, Tintin nazista, Topolino repubblicano e amico delle guardie (quest’ultima l’aggiungo io perché oggettivamente verissima), o Tex Willer “misto tra John Wayne e Che Guevara”.

Se a leggerlo l’articolo di Schmidt era a metà tra il serio e quell’ironia in cui ci rifugiamo ogni volta che lanciamo il sasso ma abbiamo troppa paura a passare per seri o complottisti, qualcuno lo prese più sul serio del previsto. Chi lo prese proprio terribilmente sul serio fu Antoine Buéno, romanziere francese che nell’estate 2011 (la stessa in cui uscì il primo film dei Puffi) pubblicò addirittura un saggio sull’argomento chiamato “Il Piccolo Libro Blu” per denunciare i messaggi stalinisti dei Puffi, un libro che già dal titolo ricorda il celebre e controverso “Il Libro Nero del Comunismo” di Stéphane Courtois (un’analogia di cui si sono accorti pure gli adattatori italiani, visto che in Italia è uscito col titolo “Il Libro Nero dei Puffi”): entrambi francesi, ed entrambi con l’obiettivo di mettere a nudo il lato oscuro del comunismo, del Grande Puffo il primo, di Stalin il secondo.

I Puffi sono nazi-comunisti?

Buéno sostenne che la società dei Puffi non rappresentava solo l’utopia marxista o il comunismo stalinista, ma anche la Germania del Terzo Reich: un villaggio dove è ammessa una sola possibile etnia, senza minoranze o multiculturalismo, e che obbliga Puffetta a cambiare colore di capelli da nero (suo colore originale) al biondo ariano non poteva rappresentare che una società razzista, nazista, sessista, e tanti alti “ista”. E pure antisemita. Se Schmidt vedeva infatti Gargamella come una rappresentazione dell’avarizia capitalista, Buéno lo interpretò invece come una caricatura degli ebrei insieme al suo gatto (da noi in Italia il gatto di Gargamella è sempre stato tradotto in Birba, ma in originale è un gatto maschio chiamato Azrael, come l’angelo della morte della tradizione ebraica). Il razzismo dei Puffi fu attribuito soprattutto a una vecchia storia chiamata “I Puffi neri” del 1959, dove il villaggio è invaso da un esercito di Puffi neri rabbiosi, aggressivi, e che sanno dire solo “Gnap”.

Le gente mi da dell’idiota o dell’impostore, ma le mie teorie non vengono dal nulla”, così si difese Buéno, ma nel caso dei Puffi nero le sue teorie un po’ campate per aria lo sono: il Puffo nero, infatti, non è un Puffo di un’altra etnia ma un Puffo che, punto da una mosca, viene infettato da un misterioso virus, fino a contagiare altri Puffi mordendoli e rendendoli neri a loro volta. La propagazione dei Puffi neri è dunque più paragonabile a un’apocalisse zombie che a una ”invasione” etnica.  La storia fu anche adattata nella serie animata nel 1981, dove la censura americana cambiò il colore da nero a viola per evitare letture razziste.

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Ma le accuse di razzismo fanno passare in secondo piano qualcosa di molto più interessante, ossia che “I Puffi neri” sotto molti punti di vista anticipò di 9 anni La Notte dei Morti Viventi di George Romero, l’apripista moderno del genere zombie. Non che Peyo avesse inventato gli zombie (già esistenti nel folklore haitiano) né la sua propagazione tramite morso (Romero stesso prese ispirazione dai vampiri di Io Sono Leggenda), ma senza volerlo unì le due cose diventando un inconsapevole precursore della moderna concezione di zombie. Sarà un caso che pure gli zombie di Romero saranno noti per le loro metafore anticapitaliste?

Per le sue connotazioni pseudo-razziste “I Puffi neri” è stato spesso paragonato a – tanto per rimanere nel fumetto francofono – Tintin in Congo, storia del 1936 che quasi bloccò la produzione del film di Steven Spielberg del 2011 e che ogni tanto viene denunciata per propaganda razzista passando ciclicamente per tribunali, messe al bando, e ristampe pirata.

Che le dittature di Hitler e Stalin fossero antisemite è un po’ il segreto di Pulcinella, ma non si può dire lo stesso sul trattamento dei neri. Se ci fa strano pensare agli afro-russi nel 2022 figuriamoci 100 anni fa, eppure nella Russia di Stalin l’integrazione africana procedeva molto meglio che negli USA. Almeno fino all’inizio della guerra fredda, dove l’integrazione trovò una grossa frenata per gli afro-russi non perché neri, ma perché stranieri e dunque potenziali spie americane.

Se i Puffi erano così razzisti verso la diversità come dimostrato coi Puffi neri, come potevano paragonarsi all’accogliente Unione Sovietica stalinista? E se il Grande Puffo avesse trovato la formula per una super-mega dittatura galattica a tinte blu capace di far coesistere il sogno marxista, il comunismo di Stalin, la xenofobia di Hitler, e l’antisemitismo di entrambi? Che Peyo avesse creato con i Puffi “Il manifesto del Partito Nazi-comunista”? Possibile che Peyo sia stato così scaltro da eludere persino i radar anticomunisti di Berlusconi (dopo aver esordito sulle reti locali i Puffi in Italia esplosero nel 1982 grazie a Canale 5) e indottrinare milioni di bambini?

I Puffi sono una loggia massonica?

Alla fine, anche Buéno si difese buttandola sull’ironia incompresa, come praticamente chiunque lanci il sasso del puffo-comunismo per poi nascondere la mano.

Il puffo-comunismo ha la stessa credibilità dei creepypasta sulla Sindrome di Lavandonia, eppure sono stati fatti così tanti (anche troppi) libri e saggi su quella che doveva essere solo una delle tante sparate di internet, che neanche rifugiarsi ancora in calcio d’angolo nell’immortale “Ma dai, lo dicevo solo per goliardia” è più valido. Nel 2005 fu pubblicato un italianissimo libro chiamato “I Puffi: la vera conoscenza e la massoneria” con una di serissima prefazione di Massimo Introvigne, sociologo e fondatore del CESNUR (Centro Studi delle Nuove Religioni), che analizzava la possibilità che i Puffi fossero un’allegoria massonica: un’interpretazione per cui si espresse persino Luigi Pruneti, Gran maestro della Gran Loggia d’Italia. E qui forse qualcuno la storia dei Puffi l’ha presa per davvero troppo sul serio.

Queste insinuazioni massoniche, infatti, fecero apparire i Puffi persino in una nota del sito ufficiale della Gran Loggia d’Italia nel giugno 2010: “Il caso è stato creato da un’opera di Antonio Soro “I Puffi, la “vera conoscenza e la massoneria”, secondo cui nelle avventure dei Puffi si può individuare l’allegoria di una loggia massonica. Proprio su questo argomento interverrà, nell’ambito della rubrica televisiva I TG della Storia, il Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia prof. Luigi Pruneti”.

Una farfalla batte le ali, e dall’altra parte del mondo si verifica un uragano”. È l’effetto farfalla, il più celebre esempio della teoria del caos: un giovane universitario australiano pubblica un articolo mezzo goliardico nel 1998, e 13 anni dopo il Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia è costretto a esprimersi pubblicamente riguardo un collegamento tra il Grande Puffo e la massoneria. Il vecchio sito della Loggia e di conseguenza la nota sui Puffi oggi purtroppo sono offline, ma visto che a citare l’esistenza di questa nota è un vecchio servizio di Mamma RAI mi fido. Anche perché insomma, i miei 90 euro annuali di canone RAI che pago spero servano almeno a chiarire la controversia Puffi una volta per tutte.

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