Non siamo più appassionati di cinema, ma di produzione

Con l’iniziare degli anni 2010 qualcosa è cambiato. O si è rotto. Martin Scorsese se ne è lamentato e la cosa ha regalato a internet mesi e mesi di dibattiti e di meme. Sì, parliamo del Marvel Cinematic Universe, e questa è una riflessione che ci tenevamo a condividere con voi da un po’.

Ricordiamo le discusse (perché discutibili) parole di Scorsese: “quella roba non è cinema, sono parchi a tema”.

In realtà, prima che scoppiasse uno dei trend topic più stimolanti della storia della cinefilia internettiana, il dibattito sul fatto che i film del MCU fossero o meno “cinema” c’era già: si discuteva di come avessero un linguaggio smaccatamente seriale, di come ignorassero il concetto di immagine, appiattendo il lavoro di qualunque regista capitasse a dirigerne uno, il tutto per mantenere intatta l’idea di universo condiviso. In ultima analisi, quindi, si discuteva di come tutto questo fosse effettivamente molto poco “cinematografico”.

Le dichiarazioni di Scorsese hanno solamente fatto esplodere la questione, costringendoci – volenti o nolenti – a farci i conti. Non perché fosse di vitale importanza, ma perché era ovunque.

Un giorno ero a pranzo in un locale, e al tavolo dietro al mio era seduta una comitiva di ragazzetti del liceo. Avranno avuto 16, 17 anni, e stavano parlando della questione Scorsese-Marvel. Mi è rimasto impresso l’acume (per così dire) di uno di loro: “beh, escono al cinema, quindi è cinema”.

Nella sua semplicità è una frase che – sentita da un qualcuno di così giovane – mi ha colpito, perché ero stato fino al giorno prima a contribuire alla polarizzazione del discorso schierandomi con gli “scorsesiani”, vedendola solo dal mio punto di vista di cinefilo “giusto” con la verità in tasca. Se la frase del tizio fosse stata un commento, probabilmente si sarebbe ritrovato risposte acide e urticanti di gente “che ne sa”. Forse avrei messo like ad alcuni di quei commenti, non lo so.

Fatto sta che sentite espresse così, con quella leggerezza, quelle parole mi hanno fatto riflettere. Su cosa? Sul cinema, ma anche e soprattutto sui fruitori.

Il ragazzo non aveva torto, e soprattutto mi mise davanti a una realtà difficile da accettare: non quella che i film MCU fossero cinema, ma quella che anche io stessi facendo ciò che odio, vale a dire comportarmi da cinefilo dogmatico, o comunque – in qualche modo – da snob. Si potrebbe dire che è inevitabile: ognuno di noi ha un tipo di cinema con il quale non va né andrà mai d’accordo.

Vale quindi poco la pena di lanciarsi in crociate, perché le energie che ho speso nello spiegare pazientemente a non so quante persone che gli Spider-Man con Tom Holland non valgono un’unghia di quelli di Sam Raimi sono le stesse che avrei potuto impiegare a metabolizzare e ad accettare che il tipo di cinema commerciale che sono cresciuto amando non esiste più, che quello che abbiamo oggi ne è la versione “starbuckizzata”, che è per questo che funziona, e pace.

“Non è cinema” è una frase troppo vaga che non spiega il problema: a essere cinema è cinema; sono opere di finzione con una mezza storia da raccontare ed escono al cinema.

È solo che in questi prodotti non è il cinema in senso stretto quello che cercano gli spettatori paganti (parlo di masse ovviamente, non di appassionati): non immagini che parlino da sole, non movimenti di macchina “narrativi”, non una colonna sonora esaltante che ci risuoni in testa anche giorni dopo la visione (e infatti le grandi colonne sonore intese come un tempo sono scomparse). Quello di cui il pubblico generalista è fan è la produzione.

Steven Spielberg insieme a una giovane Kathleen Kennedy

Rifletteteci un attimo. Da quand’è che ci siamo messi a riconoscere un produttore, a lodarlo se faceva le cose bene o a maledirlo se invece i conti non tornavano? È un fenomeno recentissimo: per lo più si è sempre parlato di registi, con Christopher Nolan come ultimo grande esponente.

Ormai invece esistono addirittura schieramenti pro o contro case di distribuzione! La Disney ha i suoi adepti e i suoi hater, la Warner ha per lo più hater che lamentano questa o quella mancanza, ci si arrabbia con la Sony perché non vuole cedere i diritti di sfruttamento di Spider-Man alla Disney (non so se ricordate quel periodo, sembrava si dovesse scendere in piazza).

La nuova trilogia di Star Wars viene contestata quasi solo puntando il dito contro Kathleen Kennedy, la produttrice, che in effetti è la responsabile dello squilibrio tonale tra i tre episodi, della mancanza di un piano produttivo solido.

E il pubblico se ne accorge eccome! Ecco perché una figura come Kevin Feige – showrunner dell’universo condiviso Marvel – oggi ha la stessa coolness che un tempo avrebbero potuto esercitare un Tarantino o un Nolan. I nuovi eroi del cinema non girano film belli, organizzano piani a prova di bomba.

Quello della Marvel è il cinema più amato al mondo. Che sia o meno in maniera conscia, tutti sono atterriti dall’impeccabile lavoro produttivo che c’è dietro: i critici promuovono ogni titolo (anche il più insulso), i fan restano fedeli, gli incassi sono sempre altissimi anche quando la Casa delle Idee ricorre ai suoi personaggi più di nicchia (vedasi Guardiani della Galassia).

Quello di Feige è un lavoro di rigore assoluto al quale tutto il mondo ha risposto in maniera entusiastica. È una garanzia: la garanzia che troverai tutti gli ingredienti che ti servono e tutti dosati secondo una ricetta sicura, e soprattutto che continuerai a vivere in un mondo popolato da personaggi che hai cominciato a seguire e amare. Il film non conta (quasi) più niente.

E infatti c’è una larga fetta di prodotti in quel franchise che se non sono raccapriccianti restano comunque quanto di più “usa e getta” si possa concepire in un medium come il cinema (Ant-Man and the Wasp). È un caso poi che i film più vicini ad essere autoriali del franchise – Thor: Ragnarok e Iron Man 3 – siano anche i più odiati dai fan? Direi di no: è che escono, anche se solo parzialmente, dal seminato.

Parliamo per un attimo della concorrenza. La DC è considerata una barzelletta dai seguaci di questo tipo di intrattenimento. Perché? Perché ha provato a rispondere alla Marvel creando un universo cinematografico proprio, ma con un piano produttivo incerto se non inesistente. Non per la qualità dei film in sé, che restano blockbuster con supertizi – alcuni riusciti, altri per niente – esattamente come quelli Marvel.

Questi prodotti sono considerati di bassa lega pur non avendo – presi a sé – nulla da invidiare al Marvel medio da un punto di vista prettamente cinematografico. Anzi, ci sarebbe da dire che i registi – che di certo non avranno totale libertà creativa – trovano quantomeno un certo spazio di manovra per marchiare esteticamente i loro film (vedasi Zack Snyder o Cathy Yen). Ma che sia proprio questo a confondere? È possibile, no? Abituato a vedere film visivamente uniformati, il pubblico dei film di supereroi potrebbe inconsciamente rispondere male a un’estetica più marcata. Possibile, ma non è ovviamente l’unico fattore né il più decisivo.

È che si esce da uno schema. Sia pubblico che critica tornano quindi a ragionare su un modo di intendere il cinema slegato dalla “rivoluzione produttiva” della Marvel, e mettono i prodotti DC vicino ai film cosiddetti “seri”, ripartendo con la solita operazione che consiste nello spogliare i prodotti smaccatamente di intrattenimento della loro dignità.

Birds of Prey è una stronzata”: okay, ma perché invece Captain Marvel no? “Shazam! è una stronzata”: benissimo, allora perché Spider-Man: Homecoming non dovrebbe esserlo? Sono film che provano a fare la stessa cosa: convincerci che esista gente che si veste strana e salva il mondo.

I fatti – e cioè gli incassi, le critiche – lo hanno dimostrato: la standardizzazione rende tutto più facile, dalla fruizione all’analisi. I cattivi di un film di Shane Black direbbero che “non ci sono più eroi”: e invece sì, ci sono, sono ovunque, proprio come sognavamo da bambini. Sono una certezza, inscatolati con meticolosa precisione da un’azienda che non ha intenzione di fare passi falsi. E ad oggi un film che rischia qualcosa artisticamente, anche la più piccola delle cose, è un potenziale passo falso.

Un paio di anni fa usciva C’era una volta a… Hollywood, per noi uno dei film più belli degli ultimi anni e probabilmente tra i migliori in assoluto di Quentin Tarantino. A moltissimi non è piaciuto. Ci sta: ho discusso con gente che stimo e che mi ha fornito un punto di vista interessante. Però non si può ignorare che in molti, nel manifestare la loro delusione, abbiano usato questa frase: “non è quello che io mi aspetto da Tarantino”.

Che significa? Vi risulta che Tarantino abbia mai girato un film uguale all’altro? Se siete hater e mi rispondete “sì, fa film tutti uguali” non vale: Tarantino è il tipo che gira Pulp Fiction e subito dopo Jackie Brown, che gira un divertissement come Django Unchained e subito dopo un giallo da camera come The Hateful Eight. Di lui riconosci la mano, come peraltro succede anche con C’era una volta. Ma lo stesso la gente si aspetta qualcosa di “specifico”, almeno presumibilmente.

I semi di queste “pretese” risiedono nell’immaginario della cinefilia di internet. Non quella settoriale, fatta di appassionati veri e dedicati, ma quella standard. La cinefilia “starbuckizzata”. Quella delle pagine che appiattiscono i discorsi sugli autori condividendo gli stessi frame dai loro film con una citazione cool a uso e consumo dello spettatore occasionale, spremendo fino all’ossesso film cult finché non vengono svuotati della loro essenza e non diventano parte di un immaginario asettico, di uno schema, schema che a questo punto non si può più tradire. Ecco cosa si aspetta la gente da Tarantino: che ogni film sia un campionario di aforismi e di frame da ricondividere per colorare i propri profili social.

E allora dopo questa digressione posso tornare alla Marvel: cosa c’è di più sicuro di dare al pubblico esattamente quello che si aspetta e quello che gli serve? Quando si saranno tutti stufati della ricetta, Kevin Feige intercetterà i loro umori e varierà, e vincerà di nuovo. Ha e avrà sempre più forza del più visionario o del più peculiare dei registi.

E sì, non esiste solo il cinema della Marvel, però è quello più visto, e sono veramente in pochi a contestare la sua pochezza formale. “Che lavoro di produzione incredibile!”, leggiamo e sentiamo dire ogni volta dai critici. A noi comincia a fregare sempre meno di questo incredibile lavoro di produzione, ma è una realtà, è la realtà. Una realtà a cui si sono inchinati i fan ma anche gli specialisti, gli studiosi della settima arte. E se così è, e la macchina continua a girare, allora sì: questo è cinema. Con buona pace di Scorsese. E nostra.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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