Non fate l’errore di partire prevenuti con Mi chiamo Francesco Totti

Se c’è una tendenza tutta italiana che non sopporto, è quella di demolire i propri prodotti solo perché italiani, per poi esaltare la medesima cosa quando è fatta all’estero, sia per cose più becere (non potete dirmi che i cinepanettoni con De Sica “non fanno ridere” se poi Seth Rogen che si infila una cosa nel culo “fa sbellicare”) sia per quelle più serie, come nel caso di Mi chiamo Francesco Totti.

Mi spiego: l’anno scorso su Netflix è uscito The Last Dance, bellissima docu-serie sull’ultima stagione di Michael Jordan nei Chicago Bulls, talmente ben fatta da appassionare persino chi (come me) di Basket sa ben poco e ha visto più Michael Jordan su Space Jam che in azione sul parquet.

La serie è stata, giustamente, accolta con entusiasmo all’unanimità, mentre qui in Italia, all’uscita del documentario su Francesco Totti (ripeto, un documentario su uno dei più grandi e rappresentativi fuoriclasse della storia del calcio, non un kolossal da 100 milioni di budget rubati a qualche regista indie-neorealista) c’è stata un esplosione di populismo cinematografico andato dal “Un film su Totti? Ma dove andremo a finire signora mia?” al “Quanto sta messo male il cinema in Italia per fare un film su Totti”, fino ai vari “La morte del cinema”.

Ma d’altro canto, sono sicuro che se Space Jam fosse stato prodotto in Italia, con Totti accanto a Bugs Bunny al posto di Michael Jordan, gli stessi che lo definiscono “un cult e un pilastro dell’infanzia” lo avrebbero trovato come “la morte del cinema”. Chissà, magari chiamandolo “My name is Francis Thottis” sarebbero stati tutti contenti.

Ironico poi che quella “morte del cinema” che è Mi chiamo Francesco Totti abbia vinto il Nastro d’argento, di solito un premio che si dà ai cosiddetti “film veri”. Che poi “film veri” che vorrà mai dire…

“Uno sportivo milionario e Bugs Bunny insieme? Ma dove andremo a finireeeeeeee”

Chi vi scrive è romano e romanista da generazioni, quindi il mio potrebbe sembrare un giudizio molto di parte per quanto riguarda Totti e il documentario in sé. Ma in realtà non è così, e mi prendo l’arroganza di dirmi da solo di essere abbastanza obiettivo nei giudizi per sentenziare che Mi chiamo Francesco Totti è uno dei migliori documentari sportivi – almeno nel ramo del calcio – mai prodotti.

Non è un film lecchino, è privo di ogni retorica, e non è un auto-esaltazione fine a sé stessa come possono essere alcuni documentari cuciti su misura, soprattutto nello sport moderno, dove si tende a costruire intorno agli sportivi immagini di superuomini creati in laboratorio, dove i fallimenti sono solo spinte motivazionali verso il prossimo successo, e non fisiologici sintomi di umanità.

Qui a Roma di Totti si conosce ogni singolo dettaglio, e non è un segreto che la sua carriera non fosse proprio “da film”. Ma d’altro canto, gli sportivi con una storia “degna” di andare al cinema senza essere eccessivamente romanzata sono molto pochi (nel ramo del calcio solo la storia di Maradona avrebbe davvero qualcosa da dire al cinema). Ed è qui che subentra la bravura del regista Alex Infascelli.

Anche solo avere Totti in persona a fare da voce narrante, come fosse una confessione piuttosto che un’intervista, dà un impronta più umana e personale al film, trasformandolo in un viaggio nel viale dei ricordi piuttosto che una semplice celebrazione sportiva di un fuoriclasse.

Mi chiamo Francesco Totti non è un film sul calcio, e per certi versi neanche un film su Totti: non è una banale cronologia di eventi sportivi, e neanche una specie di racconto superomistico di vita e successi, o una serie di eventi ordinari infiocchettati per sembrare più epici di quanto non fossero… è un film sul tempo che passa senza mai tornare, per Totti, come per tutti noi. E quello del tempo che passa resta un argomento universale, capace di elevare Mi chiamo Francesco Totti oltre la semplice cronaca di eventi come sono i documentari per definizione.

Senza volerlo è indirettamente la storia di tutti

Faccio parte di quella generazione di romanisti “abituati bene” alla Champion’s League o alla Roma (quasi) sempre tra le prime 4 del campionato, e che ha vissuto praticamente tutta la vita con la figura di Totti. Quando un Totti ancora 18enne segnava un gol alla Juventus in Coppa Italia, io nascevo (letteralmente, la partita avvenne negli stessi istanti in cui mia madre partorì).

Quando Totti fu tra i protagonisti dello scudetto del 2001, io avevo appena finito la prima elementare. Quando Totti vinse il Mondiale 2006, io andavo in seconda media. Quando Totti sfiorava il secondo scudetto con Ranieri, io ero in primo liceo. Quando Totti segnava in acrobazia alla Lazio, io mi avvicinavo alla Maturità da lì a pochi mesi. E sempre quando Totti si ritirava, in quell’estate io mi apprestavo a prendere la patente e a iniziare il mio primo vero lavoro: dei miei -all’epoca – 22 anni di vita, tutti e 22 erano stati scanditi dai calci di Totti come fossero delle lancette.

Una catena di eventi che ha toccato un po’ tutti, visto che Totti è diventata negli anni una figura talmente pop da scandire e toccare indirettamente un po’ chiunque, noi romani e romanisti soprattutto. Perché quel 28 maggio 2017, il tempo si è fermato per davvero, anche per i più populistici “come si fa a guadagnare milioni solo per calciare un pallone?”.

Mi chiamo Francesco Totti è il vero lascito ai posteri per tutte le future generazioni che non avranno la fortuna di averlo visto giocare, o anche solo di aver vissuto il suo fenomeno. Il miglior modo per capire cosa è stato Totti oltre le semplici statistiche e i video, ma anche per ricordarci quanto lo sport possa avere delle bellissime storie da raccontare al cinema, motivo per cui qualsiasi documentario sportivo non sarà mai quello che molti hanno chiamato “la morte del cinema”, ma un’opera che merita rispetto senza prevenzione, che si tratti di Michael Jordan, di Francesco Totti, o di Ciccio Caputo.

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