No Time to Die è un epilogo indegno

ATTENZIONE! L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER.

Parte bene, No Time to Die, così bene che dentro di me stavo già inveendo contro i pareri tiepidi letti in giro: “come si può non essere entusiasti di un film simile?”, mi chiedevo. Poi mi sono ricordato che il film durava quasi tre ore, e che c’era tutto il tempo di fare cose sbagliate.

Mettiamola così: No Time to Die, con la sua durata pachidermica, si può suddividere in due film: uno bello – diciamo anche molto bello – e uno mediocre.

Cominciamo da quello bello. La prima parte è a dir poco esaltante, a partire dal bellissimo prologo pre-titoli di testa: da un flashback dal sapore quasi-horror si passa all’azione, ed è tutto potente, girato benissimo. Il Bond di Daniel Craig che in un sol colpo torna quello duro, granitico di Casino Royale poi è una goduria.

L’animazione dei titoli è ispirata, come del resto è bella la canzone di Billie Eilish, un deciso passo in avanti rispetto alla stucchevolissima Writings on the Wall di Sam Smith per SPECTRE.

Quando poi inizia la parte spy ci si diverte da matti, e i toni sono più scanzonati di quanto ci si aspetterebbe da un film con il Bond più ruvido della storia del franchise. Il ritmo è impeccabile, l’azione resta di livello, lo humour è intelligente e dosato alla perfezione. Dove molti hanno fiutato lo zampino del “politicamente corretto” c’è infatti una scrittura che invece ci scherza abilmente sopra, senza snaturare Bond.

Come ciliegina sulla torta ci scappa anche una comparsata gustosissima di Ana De Armas, con un personaggio divertentissimo che il film decide poi poco saggiamente di abbandonare.

Arriva infine la seconda parte, quindi il secondo film, quello che delude. Diciamolo subito: non ci va di parlare di No Time to Die senza fare spoiler, quindi se non lo avete ancora visto – ripetiamo – chiudete l’articolo.

Siete ancora qui? Bene.

Se avete visto il film, diciamo che per noi il momento da cui comincia a battere la fiacca arriva subito dopo la morte di Blofeld. Da lì in poi il ritmo cala e si comincia a fare i conti con i buoni spunti che non trovano un adeguato sviluppo (il passato della Madeleine Swan di Léa Seydoux), un villain in ultima analisi insulso (benché il povero Rami Malek si sforzi parecchio) e un epilogo che grida vendetta.

Veniamo al sodo: James Bond in questo film muore. Entrando in sala avevo questo sentore, e infatti così è andata. Al di là del dispiacere umano (sempre stato simpatico), va detta una cosa: la sua morte è davvero, davvero fuori luogo. Non solo perché avviene nel film per certi versi più “leggerino” dell’era Craig, ma anche e soprattutto perché la faccenda viene sbrigata nella maniera cinematograficamente più inetta a cui si potesse pensare.

La melassa, la musica enfatica che è un copia-incolla di altre cose già sentite mille volte (che poi per il resto Hans Zimmer era invece più in palla del solito…), i primi piani con espressioni solenni che non comunicano assolutamente nulla… roba veramente difficile da digerire. Bond che muore per la prima volta in assoluto nella sua storia cinematografica non può farlo in maniera così cheap.

Notare anche come il set-up sia fregato senza vergogna ad Avengers: Endgame, con una figlioletta che esce fuori dal nulla come patetico mezzuccio per farcela sentire ancora più tragica, questa morte. E poi la postilla affidata ai comprimari che lo “celebrano” riesce addirittura a peggiorare la situazione, con una scrittura per nulla sentita e delle interpretazioni altrettanto dimesse. A quel punto, assieme alla convinzione degli attori, il film si spegne con una fiacchezza disarmante; e dire che era partito con una grinta degna di Casino Royale

C’è poco altro da aggiungere: è deprimente sentir uscire dalla bocca di James Bond delle frasi zuccherose mentre si abbandona a una morte senza senso, infertagli tra l’altro da un villain tra i tanti.

Il paradosso è che nel cercare di indorarci la pillola, di imbastire una fine “nobile” rinunciando alla scrittura granitica che aveva fatto la differenza per questo Bond in particolare, ma soprattutto imboccandoci con le emozioni che dovremmo provare, servite con dialoghi didascalici anziché suggerite da un’inquadratura, da uno sguardo, No Time to Die si potrebbe definire un film quasi cinico. Come se Bond non meritasse di meglio.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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