Matinee, il film più personale e nostalgico di Joe Dante

La grande nemica dei nostri tempi sembra essere la nostalgia. Un sentimento che vedo svilire spesso, perché effettivamente motore di molti atteggiamenti discutibili e di molta arte brutta.

In effetti siamo nell’era della nostalgia pre-fabbricata, generica, che fa leva sugli elementi più faciloni per conquistare un po’ tutti: basti pensare agli inutili live-action dei cartoni classici Disney, o alle recenti operazioni nostalgia – quasi sempre piatte e ruffiane – sugli anni ’80.

Spesso questi prodotti attecchiscono alla grande, ma altrettanto spesso la loro inconsistenza artistica si fa sentire. In molti si dicono insoddisfatti, anche se il biglietto lo hanno già pagato, o hanno già perso ore e ore delle loro vite dietro all’ennesima, inutile serie Netflix. E ci cascheranno di nuovo.

La mia teoria è che l’unica nostalgia che abbia un senso in un film, o in una qualunque opera di finzione, sia quella del suo autore: un pozzo a cui attingere per creare il proprio immaginario, per dare corpo alla propria personale voce.

Molti dei romanzi (o dei racconti) più belli di Stephen King, ad esempio, conquistano proprio per come riescono a descrivere e a dare di nuovo vita a tempi lontani, tempi che King ha chiaramente vissuto e che si diverte a rivangare, ricordandosi però anche delle magagne intrinseche di ogni epoca. Il fatto è comunque che la sua nostalgia non è solo un vezzo ma ha anche una funzione precisa, che è quella di costruire un mondo “vivo” e tangibile intorno ai suoi personaggi.

Matinee di Joe Dante è un film che fa esattamente questo: il modo in cui costruisce un period piece dettagliato e animato da gran sentimento (impossibile non notare l’affetto nella ricostruzione) è qualcosa di così sentito da riuscire ad arrivare anche a chi quei tempi non li ha vissuti in prima persona, a parlare di qualcosa di specifico e allo stesso tempo di universale.

1962. Siamo a Key West, Florida, in piena Guerra Fredda; più nello specifico nel pieno della crisi missilistica di Cuba. Il terrore per il nucleare è a livelli altissimi, la tensione è costante, c’è il sentore – forte – che il mondo stia per finire.

Il protagonista, Gene Loomis (il bravo Simon Fenton), è un adolescente in gamba, appassionato di film di mostri, dei quali si nutre incessantemente assieme a suo fratello minore, che ama farsi spaventare in una sala cinematografica per poi tornare sano e salvo a casa. A latere, loro padre è un ufficiale della marina militare inviato proprio a Cuba per monitorare la situazione, e in casa la paura (vera) è palpabile. Fin dall’inizio il film si divide infatti tra la paura dell’atomica e il potere “consolatorio” e catartico dei film.

In città arriva il produttore e regista Lawrence Woolsey (un John Goodman commovente), che ha appena girato Mant!, film su un uomo che per gli effetti dell’atomica si trasforma in una formica gigante: musica per le orecchie di Gene e di suo fratello!

Woolsey ha in mente di fare la premiere del film con una matinée, circostanza atipica che serve però a coinvolgere più ragazzini possibile. La proiezione presenterà degli studiati gimmick, che nei momenti più intensi del film verranno azionati per far sentire lo spettatore ancora più immerso nella vicenda: sedili che danno scossoni, fuochi d’artificio vicino allo schermo, un attore vestito da formica gigante…

Come l’horror ha imparato a non preoccuparsi e ad amare la bomba

Poco fa citavo Stephen King, e in effetti inizialmente la sceneggiatura di Matinee era molto kinghiana: la vicenda doveva ruotare attorno a un cinema infestato, nel quale i protagonisti adulti tornavano a trent’anni di distanza per ricordare quel che gli era successo nelle matinée “stregate” a cui avevano partecipato da bambini. Una struttura a flashback e un concept generale molto simili a IT. Quel copione però non lo voleva finanziare nessuno, quindi Dante lo fece riscrivere in chiave “realistica”.

La maggior parte di quello che troviamo nel film viene da cose reali: gimmick simili a quelli per la proiezione di Mant! vennero infatti adoperati dal regista e produttore William Castle – al quale il personaggio di Goodman era infatti ispirato – nel film Il mostro di sangue (The Tingler) del ’59.

Come il Lawrence Woolsey di John Goodman, anche Castle era solito montare trailer in cui egli stesso compariva, avvisando gli spettatori dei contenuti terrorizzanti dei suoi film.

Ed è vero anche che in quegli anni i film dell’orrore cavalcarono l’onda del terrore per il nucleare, parlando – tra le altre cose – di insetti che a contatto con le radiazioni si trasformavano in mostri giganti pronti a distruggere l’umanità: i film fanta-horror usciti nella metà degli anni ’50, come Attacco alla terra (Them!, film al quale Van Morrison rubò il nome per la sua prima band) del ’54 e Tarantola (Tarantula!) del ’55, erano costruiti proprio su queste premesse.

Il primo tratta di formiche giganti, il secondo di ragni giganti.

Joe Dante e lo sceneggiatore Charlie S. Haas (con cui aveva già collaborato in Gremlins 2) decisero saggiamente di non mostrare questi film in Matinee, ma di inventarne uno loro di sana pianta su quella falsariga, e nacque così Mant!. I film fittizi costruiti da Dante (dentro troviamo anche una parodia delle commedie Disney dell’epoca, con il cameo di una allora giovanissima Naomi Watts) sono fatti con passione, classe, umorismo e amore per i dettagli (potrebbero essere davvero scambiati per film anni ’50/’60).

Il film più autobiografico di Joe Dante

Dante nel 1962 aveva esattamente l’età del protagonista. Come lui era ossessionato dai film di mostri, divorava riviste horror (oltre a inviargli lettere che venivano spesso pubblicate) e aveva un fratello minore che si divertiva a spaventare, magari portandolo al cinema a vedere l’ultimo film su un qualche insetto radioattivo gigante.

La sua infanzia e la sua adolescenza – passate tra letture e matinée varie, molte più di quanti non fossero concesse ai suoi coetanei – è stata divertente e ricca di stimoli. Matinee è il suo lavoro più autobiografico, più nostalgico (appunto), e spesso commuove per questo.

C’è trasporto e c’è cuore in ogni momento: che sia nel vedere un ragazzino che si innamora a prima vista e in testa sente Theme For A Summer Place (canzone più bella del mondo, per una volta utilizzata a dovere), o le timide interazioni tra due adolescenti che si piacciono ma sono alle prime armi, o scene in apparenza “insignificanti” come quella in cui Gene e il suo amico Stan ascoltano divertiti un vinile di Lenny Bruce solo per il gusto di sentire qualche parolaccia, per poi toglierlo in fretta e furia quando sentono arrivare gli adulti…

Che Dante si riferisca a un momento storico specifico e a esperienze di prima mano è chiaro, ma proprio per questo il suo racconto è così vero, e proprio per questo certe dinamiche possono parlare a chiunque. C’è una scena in particolare in cui potremmo rivedere dinamiche simili a quelle degli ultimi anni, ed è quella in cui gli abitanti di Key West – terrorizzati dalla minaccia dei missili di Cuba – assaltano in massa i supermercati per fare provviste.

Ma Matinee è bello soprattutto perché va oltre alla nostalgia. La sua carta vincente la trova infatti nel personaggio di John Goodman, che diventa un mentore per il protagonista, passandogli le sue riflessioni sul perché del cinema; insegnamenti che vengono da un uomo che fabbrica film “popolari”, non da chissà quale presunto genio perso in mille vaneggiamenti, e proprio per questo colgono subito nel segno.

Quando Goodman ci dice che non dovremmo coprirci gli occhi durante le scene “spaventose”, e soprattutto quando ci spiega perché, risponde in maniera candida (e incontestabile) a chiunque si sia mai chiesto “ma qual è il senso di vedere un film horror?”, ma allo stesso tempo ci illumina sulla potenza (sempre più sottovalutata) dell’esperienza collettiva.

Lawrence Woolsey è un regista “di cassetta” ed è fiero di esserlo, perché sa che mentre il mondo trova sempre un modo di andare in malora – oggi è la Guerra Fredda, domani è il Vietnam, come sottolinea l’amara inquadratura finale – alla gente serve il brivido di guardare il pericolo sullo schermo e di uscirne indenne e carica di adrenalina.

Esatto, è come quando si paragona il cinema a un giro sulle giostre: per chi in un film vede solo un’opportunità di apprendere chissà cosa di “alto” questo accostamento è una bestemmia, ma sappiamo bene che le cose stanno diversamente. Il pop-corn movie continuerà sempre a essere visto come un’arte “inferiore”, ma la realtà è che lo è solo quando non è fatto con il cuore di un Lawrence Woolsey.

La grandezza di Matinee sta proprio nell’essere così inequivocabilmente bello senza per questo rinunciare a regalare del sano spettacolo, arrivando a un glorioso terzo atto da distaster movie ambientato nel cinema dove ha luogo la premiere.

Joe Dante ci parla dei suoi personaggi e dei loro problemi con finezze da grande narratore, ma tutte le strade portano al cinema, dove le ansie scivolano via mentre assistiamo alla catastrofe.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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