Ma qualcuno se lo ricorda The Mask 2?

Ve lo ricordate The Mask 2? Probabilmente no. E se ve lo ricordate, non è un ricordo piacevole. O sbaglio? Raramente ho sentito parlare bene di questo film, o più semplicemente raramente ne ho sentito parlare senza astio. Vi faccio vedere il suo voto su IMDB:

Curiosamente più basso del voto di Captain Marvel

Ora invece vi mostro una piccola panoramica delle recensioni degli utenti:

(Ne ho messe poche ma sono tutte così)

Devo fare outing: quando uscì The Mask 2 (in patria Son of the Mask, titolo che rimanda ai vecchi classici coi mostri della Universal) avevo dieci anni, quindi mi piacque. E non poco. Come molti ragazzini nati negli anni ’90 adoravo il primo The Mask e lo avevo rivisto infinite volte (la cassetta noleggiata da Blockbuster la restituimmo tardissimo e ci costò una rata salatissima).

Va da sé che quando in TV comparve il teaser di questo The Mask 2, che ci mostrava solamente un cane simile al Milo del primo film nell’atto di indossare la maschera e diventare un cane mostro verde, io impazzii.

Più avanti vidi i trailer più estesi e scoprii che non c’era Jim Carrey. Mh. Okay, dai, passi ‘sta cosa assurda, è pur sempre un sequel di The Mask. Volli andare a vederlo al proverbiale “day one” e venni esaudito. Sono abbastanza sicuro che mi piacque più del primo. Il motivo? Facile: era pensato ancora di più su misura per me.

The Mask, per chi non lo sapesse, veniva da un fumetto della Dark Horse creato da John Arcudi e Doug Mahnke, e rispetto a quel fumetto era quasi un film all’acqua di rose (pur conservando elementi piuttosto “adulti”): per dire, Stanley Ipkiss – il personaggio interpretato da Jim Carrey del film – moriva alla fine del primo numero.

La maschera nel fumetto non era un mezzo per esternare un potenziale inespresso, ma serviva piuttosto a tirare fuori il male represso e le recondite fantasie violente di ognuno, e passava di proprietario in proprietario seminando morte e distruzione. Un concept improponibile per uno studio movie a meno di non ridimensionarlo pesantemente.

L’adorabile Stanley Ipkiss

E quindi già il film del ’94 non era che una versione (molto) riveduta e (molto) corretta del materiale d’origine, cambiata per forza di cose per diventare vendibile e soprattutto per vestire adeguatamente i panni da “film con Jim Carrey”.

Questa lunga premessa per dire due cose: 1) il fumetto di The Mask è fico, recuperatelo se potete; 2) il sunto secondo cui The Mask 2 farebbe schifo non per motivi che riguardano il film in sé ma perché “tradisce lo spirito dell’originale” è un po’ ingenuo.

Poi certo, non lo nego, l’esistenza di The Mask 2 è comunque una stramberia. Girato ad undici (!) anni di distanza dal primo capitolo, senza Jim Carrey e – sentite un po’ – andando ancora più al ribasso sul target di riferimento. Tecnicamente rispetto al fumetto il film del ’94 era un film “per adolescenti”, se vogliamo crogiolarci nell’ingenua convinzione che gli adolescenti non amino la violenza gratuita. The Mask 2 invece puntava agli infanti.

Non è il primo caso nella storia del cinema in cui il target di riferimento di un franchise ha subito una così curiosa variazione (vedasi Robocop), e infatti di solito queste cose non vanno mai giù bene ai fan.      

Ho rivisto The Mask 2 oggi dopo non so quanti anni, e per i primi minuti ho veramente temuto il peggio. Se per anni avevo deciso di metterlo nel cassetto è stato perché ne avevo un ottimo ricordo e non mi andava proprio di rovinarmelo. Per un po’ ho creduto che fosse proprio questo il caso (il film parte male assai). E invece no.

Intendiamoci, non è che sia una rivelazione, ma come “sequel senza Jim Carrey” non è affatto messo su con idee sbagliate, anzi. Lo Stanley Ipkiss di Carrey aveva una segreta ossessione per i cartoon di Tex Avery, e quindi il protagonista di questo film è direttamente uno scalcinato disegnatore di nome Tim Avery, un insicuro cronico che, trovatosi casualmente in possesso della maschera, la indossa, fa lo smargiasso a un party di Halloween (scena orribile, peraltro) e poi copula con sua moglie concependo “il figlio della maschera”.

A lato abbiamo Loki (un Alan Cumming più simpatico di Tom Hiddleston, non che ci voglia molto), che ha dei capelli à la dragonball ed è il creatore della maschera. Suo padre Odino (il grande Bob Hoskins) lo rimprovera per aver lasciato che la sua creazione finisse sulla terra, e lo incalza fino allo sfinimento pur di fargliela recuperare. Nel frattempo, il piccolo figlio degli Avery rivela delle straordinarie abilità: è capace di tutte le cose di cui normalmente si sarebbe capaci grazie alla maschera e non manca di dimostrarlo nel modo più rumoroso possibile, sfasciando casa e cercando di far impazzire il padre.

Queste sono le premesse. Parliamo immediatamente di cosa proprio non funziona: Jamie Kennedy – l’interprete di Tim Avery ed ex membro del team di giovinastri lanciati da Kevin Williamson (era il nerd feticista di horror nei primi due Scream) – è in parte nei panni del fumettista sciatto ed immaturo, ma quando si trasforma in The Mask non funziona per niente, rivelandosi impacciato ed improbabile, oltre a scomodare per forza di cose il confronto con un Carrey che nel ruolo – piaccia o meno il suo modo di recitare – era oggettivamente perfetto, un cartone animato vivente.

Oltretutto il capostipite era pensato meglio, presentando il protagonista immerso in una realtà abbastanza “comune” ed i villain con un taglio crime in fin dei conti credibile, per poi giocare di contrasto con la parte più cartoonesca quando Carrey diventava il simpatico antieroe con la faccia verde.

Qua i toni esasperati, “fumettosi” del prodotto per bambini irrompono fin da subito, in scene di vita quotidiana (insopportabili le scene in cui la moglie di Avery lo implora di fare un figlio con lei), e così la prima breve parentesi con Jamie Kennedy nei panni de “la maschera” non sortisce l’anelato effetto “sfumeggiante”, apparendo anzi più debole e meno incisiva del resto. Fortuna vuole che in quell’improbabile veste Kennedy abbia solo due scene. Comunque l’attore odiò lavorare a questo film. Le motivazioni addotte: nella cittadina dove giravano non veniva riconosciuto e non rimorchiava nessuna. Giuro.

Comunque il film, una volta superati i suoi momenti peggiori (tra i quali annoveriamo degli inguardabili spermatozoi verdi in CGI), fa entrare in scena il marmocchio coi superpoteri e rivela finalmente la sua vera natura: un tributo senza vergogna ai gloriosi cartoon di un tempo, da Tex Avery a Hannah e Barbera passando per altri classici Merrie Melodies/Looney Tunes (in special modo il famoso corto Solo io canto di Chuck Jones, con la rana canterina Michigan J. Frog). E come tale è sfacciato abbastanza da trovare una sua ragion d’essere.

(Tim) Avery resta a casa da solo col figlio per una settimana e viene torturato da quest’ultimo nei modi più cartooneschi possibili, mentre il suo cane indossa la maschera trasformandosi in un cane-mostro-verde (nonché nella migliore creatura in CGI del film) e litigandosi l’affetto del padre con il marmocchio-cartoonesco-pazzo. Non proprio il tipo di film di cui trovi gli screenshot su “Cinema mon amour”, insomma.

Riguardandolo ho capito che a 10 anni – quando preferivo questo film al primo – avevo poco gusto, ma anche che era giusto così. The Mask 2 è un film strampalato, spesso confuso, ma chi è cresciuto a pane e Looney Tunes non lo può odiare. Per i marmocchi va bene, ed è quello il suo target. Tra i sequel di film di Serie A esistono poi aberrazioni decisamente peggiori (vedi Thor 2).

Un sottile tributo ai cartoni di un tempo.

Trivia: il regista, Lawrence Guterman, è quello di come Come cani e gatti. Rispetto.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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