L’uomo d’acciaio è un ottimo blockbuster, peccato manchi Superman

Molti se lo scordano, ma L’uomo d’acciaio non partì affatto con l’intenzione di essere il primo passo dell’Universo DC al cinema. Prima dell’annuncio che “L’uomo d’acciaio 2” sarebbe stato Batman v Superman, ossia un ponte verso la Justice League, L’uomo d’acciaio doveva essere “solo” il rilancio di Superman al cinema, da cui era assente dai tempi di Superman Returns, un film bello e sottovalutato, ma con una serie di problematiche condivise proprio con L’uomo d’acciaio.

Inoltre ai tempi si era ancora in piena Nolan-wave post-Cavaliere oscuro a influenzare i blockbuster (come il primo Amazing Spider-Man, un trauma da cui ancora stiamo tentando di riprenderci), e L’uomo d’acciaio per promuoversi come un legittimo film di supereroi “serio” e diverso da un giocattolone come Avengers poté vantare l’assodata tripletta Nolan-Goyer-Zimmer, senza far capire se si trattasse di una minaccia o di una promessa.

Anche se solo come produttore esecutivo, il nome di Christopher Nolan sembrava un discreto biglietto da visita per il nuovo Superman, mentre quello di di Snyder non era ancora il nome capace di scatenare guerre e rivolte su internet alla sola pronuncia.

Poi con i primi trailer che mostravano un Superman depresso con musiche de Il signore degli anelli miste a immagini rubate a Terrence Malick, che da una parte mi facero dire “Bellissimo!”, e dall’altra “Aspè, ma sanno che stanno a fà un film su Superman?”, l’entusiasmo dei fan era alle stelle: finalmente (?) Superman era un personaggio triste, depresso, spento, tormentato (termine che troppo spesso si confonde con “interessante”), algido, e noioso come voleva la moda dell’epoca. Ma pure un po’ oggi.

Poi, quando uscì, tutti si lamentarono (giustamente) che questo nuovo Superman era forse un po’ troppo depresso e noioso  perché, guarda un po’, un Superman depresso non può essere Superman. I nostri nonni avrebbero detto “L’hai voluta la bici? E ora pedala”.

Privare Superman del sense of wonder è come privare Spider-Man del mantra “grande potere/grande responsabilità (e qualcuno l’ha pure fatto)

Da una parte c’era la necessità di evitare qualcosa di troppo simile all’insuperabile Superman di Richard Donner, e poi perché Superman nel 2000 sembrava un eroe troppo fuori tempo (cosa a mio avviso sbagliatissima, ma sarebbe un discorso lungo), tanto che tutte le sue reinterpretazioni moderne, anche indirette, tendevano a decostruirlo o a riadattarlo in una chiave più tormentata (Sentry o l’Hyperion di Supreme Power della Marvel su tutti) salvo poi tornare sempre al punto di partenza, perché Superman spogliato del suo ottimismo e del suo essere fuori tempo… semplicemente non era Superman. Perché per Superman l’essere fuori tempo è sempre stata una risorsa, non un difetto.

E il problema alla base de L’uomo d’acciaio è proprio quello: essere un ottimo blockbuster senza il suo protagonista, cioè senza tutto quello che per 80 anni ha reso Superman, Superman. Molti si sono scagliati contro questa versione “sovversiva” più per le singole scelte narrative: una su tutte, Superman che spezza il collo a Zod che anzi, nonostante sia la cosa più opposta a Superman che possa esserci (e io sono notoriamente un rompipalle per queste cose) viene stranamente gestita in un contesto credibile. Il problema, strano a dirlo, non è Superman che uccide, ma il contesto generale.

I colori freddi e i toni crepuscolari lasciateli a Watchmen o a una versione noiosa di Batman: vedere Superman non ridere in 2 ore e 20 di film significa aver cannato tutto dal principio. Che poi è essenzialmente il vero motivo per cui il famigerato super-scontro finale che devasta Metropolis ha creato tante polemiche: devastare tutto in uno scontro tra kryptoniani va bene (anzi, benissimo!), ma vedere Superman non salvare praticamente nessuno mentre Metropolis muore non si può vedere. O meglio, crea un’immagine di Superman completamente opposta agli elementi che ha reso il personaggio così iconico.

Poi insomma, Henry Cavill – che chiamo affettuosamente Enricone da quando ho scoperto che per un periodo ha vissuto qui a Roma, a Monterotondo – già ai tempi non era un mostro di recitazione (nemmeno adesso, ma almeno in questi anni ha indubbiamente guadagnato di carisma e presenza scenica), se poi gli si fa pronunciare la sua prima battuta dopo 32 minuti (!!!) neanche l’incredibile somiglianza col Superman cartaceo può fargli tirare fuori chissà quale miracolo.

Un vero peccato, anche perché sarebbe bastato poco (su Youtube è pieno di video dove il film è ritoccato con dei colori più caldi e le musiche di John Williams… e sembra quasi un altro film), soprattutto considerando l’oggettivo – ora mi salteranno tutti addosso – talento di Zack Snyder.

In sintesi, l’errore è stato fare un film su Kal-El piuttosto che su Clark Kent

Chi mi conosce sa che non sono mai stato un detrattore di Snyder: lo considero anzi un regista di oggettivo talento, visivamente e tecnicamente pazzesco, ma poco equilibrato nel modo di raccontare le sue storie, e troppo spesso schiavo della sua sola potenza visiva, che vive troppo di “momenti” (per quanto belli) trascurando un po’ tutto il resto. Snyder è un regista nel senso più tecnico del termine: di grande personalità, capace di regalare momenti memorabili, dallo stile inconfondibile, ma con grandi pecche su tutto quello che va oltre il lato visivo.

Goyer invece si porta appresso difetti del suo Batman come la troppa pomposità, la ricerca maniacale della frase profonda che aveva reso il Joker di Ledger quasi un auto-parodia, dell’epica e dell’aforisma ad effetto a tutti i costi (cosa che Whedon riuscirà persino a superare su Justice League, memore della sua ossessione da frasi iconiche già mostrata sul primo Avengers), e qualche scemenza di troppo (la morte di Kevin Costner mio Dio…).

L’idea di un Superman che fosse in partenza insicuro e tormentato poteva essere un’ottima intuizione nell’ambito di una crescita del personaggio che lo portasse ad essere l’icona solare e ottimistica che tutti conosciamo se si fosse concretizzata alla fine del film, e invece dopo 2 ore e 20 di pellicola, Superman è ancora lo stesso dell’inizio con un paio di occhiali da vista in più, e anzi… nel film successivo è persino più depresso di prima! Nonostante abbia un posto fisso e stia con Amy Adams! Per avere la fantomatica transizione nel “vero” Superman si è dovuto aspettare quell’atrocità di Justice League, ben 3 film!

Visto da solo e senza paragoni fumettistici, L’uomo d’acciaio resta anche un buonissimo blockbuster, pieno di momenti potenti (uno su tutti, Zod che manda messaggi alla Terra in TV), un villain credibile (sempre più una rarità), di grande personalità, e un ottimo ritmo, tralasciando il terzo atto caciarone da blockbuster che dura come al solito più del dovuto (ma è un problema che hanno tutti).

L’uomo d’acciaio è una piacevole versione alternativa di un personaggio che però non può – e non deve – essere alternativo per definizione, e che perde di fascino non appena prova ad esserlo. Un cinecomic che ha sì dei difetti, ma ad avercene invece coi suoi pregi.

Ma se L’uomo d’acciaio ha ribadito qualcosa, è che Superman deve piacevolmente essere un personaggio fermo alla sua versione classica per non perdere di fascino: perché se le migliori storie mai scritte su Superman nei fumetti non sono quelle in cui si tenta di dare al personaggio uno stile alternativo un motivo ci sarà.

Grazie Zack, ci hai dato un cinefumetto di gran lunga superiore alla media, ma uscire il piena Nolan-wave purtroppo ti ha penalizzato quasi quanto l’essere tanto talentuoso quanto poco equilibrato. Meglio comunque del primo Avengers.

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