Looney Tunes: Back in Action meritava di più

Vi abbiamo già parlato di Space Jam (l’articolo qui), inquadrandolo più come fenomeno di costume che come film in sé, dato che sul suo status di cult si nutrono pochi dubbi ed il film è quello che è: uno spot di un’ora e mezza. Che è il motivo per cui o lo si ama o lo si odia.

Di certo è il motivo per cui Joe Dante (regista cult dietro a L’ululato, Gremlins e Salto nel buio) lo odiava, così tanto che quando accettò di dirigere il successivo film dei Looney Tunes si riferì a tutta l’operazione come all’”anti-Space Jam”.

Il cast al lavoro sull’anti-Space Jam

Okay, parliamone. Mentirei se dicessi che non amo Space Jam, perché ho un legame sentimentale fortissimo con quel film (come suppongo ce l’abbiano moltissimi miei coetanei nati negli anni ’90), però Joe Dante aveva ragione: se volete trovare i veri Looney Tunes, Space Jam è il film sbagliato.

I Looney Tunes non sono solamente i cartoni che guardavamo da piccoli e di cui conserviamo un ricordo lieto: sono storia dell’animazione, e hanno ancora molto da insegnare quando si parla di umorismo. Trovate fini, tempi comici a prova di bomba, animazione avanguardistica… tutto questo e molto altro, specie quando dietro le quinte c’era Chuck Jones (per farvi un’idea sul suo lavoro vi suggeriamo di recuperare il film Super Bunny in orbita!, che raccoglie alcuni dei suoi corti più celebri).

Dante si rimboccò quindi le maniche per rendere degnamente omaggio allo stile corrosivo di Jones, suo grande amico, per il quale inizialmente aveva altri progetti: l’idea era infatti quella di realizzare per Warner un film intitolato Termite Terrace, incentrato sulla storia della nascita dei Looney Tunes negli anni ’30 e sull’apporto fondamentale di Chuck Jones. C’era un copione, a quanto pare piuttosto valido (tra gli estimatori c’era anche Steven Spielberg), realizzato attingendo agli aneddoti che Dante ebbe modo di sentire da Jones e da altri animatori all’epoca ancora in vita.

Per chi non lo sapesse, “Termite Terrace” era il nome che diedero gli animatori allo studio scalcinato e pericolante in cui lavorarono per anni ad alcuni dei corti più celebri dei Looney Tunes, per ottenere uno spazio più degno solo a metà degli anni ’50. Quando Dante presentò il progetto erano gli anni ’90, e la Warner disse di no per un motivo molto semplice: Space Jam. Ai piani alti non interessava un period piece, per quanto potenzialmente interessante: volevano rilanciare le loro icone.

Se vi interessa, Dante ne parla in questa intervista.

Inutile dire che allo stesso Chuck Jones non piacque Space Jam, reo secondo lui di non aver capito per nulla lo spirito dei personaggi. Quando gli chiesero cosa ne pensasse del film liquidò tutta la storia con una tesi semplice, lapidaria e inappuntabile: “Bugs Bunny avrebbe potuto fregare i Monstars da solo”.

Ma non erano poche le caratteristiche per cui il Bugs Bunny di Space Jam si può considerare out of character: i suoi modi da cascamorto nei confronti di Lola Bunny – personaggio odiato a morte da Jones e Dante e fatto fuori in Back in Action –, per dire, non c’entrano niente con l’ineffabile sbruffone a cui il pubblico era abituato. Ma ovviamente sono questioni che di fronte a un film di natura così commerciale lasciano il tempo che trovano, e Space Jam è un prodotto che per quel che deve essere si comporta benissimo.

Looney Tunes: Back in Action, dal canto suo, è un potenziale capolavoro a cui purtroppo manca qualcosa: non sono chiari i dettagli della sua travagliata produzione, ma quel che sappiamo è che la Warner non ha concesso molta libertà creativa a Dante, che evita accuratamente di parlare del film nelle interviste.

Se quindi è vero che per certi versi appare limitato (il plot sembra la prima scemenza venuta in mente agli sceneggiatori), possiamo però dire che a livello di intrattenimento ci siamo: lo spirito è quello giusto, dall’inizio alla fine, e la regia di Dante garantisce dei pezzi di bravura che Space Jam non avrebbe saputo nemmeno abbozzare. Basti pensare alla scena più famosa e più citata, quella ambientata al Louvre: un segmento di una classe e di un umorismo disarmanti, che vale da solo tutto il film.

I Looney Tunes hanno tutti il giusto spazio e la giusta resa cinematografica, con Bugs Bunny e Daffy Duck a farla giustamente da padrona. Il duo si esibisce in numeri “di routine” (“Caccia all’anatra!” “CACCIA AL CONIGLIO!!!”) e puntella i vari passaggi del film con gag e battute sempre fedeli allo spirito dei corti originali, con punte di “scorrettezza” sublimi (“ho avuto una soffiata: Bugs Bunny sta per morire!”).

Anche gli attori in carne e ossa sono decisamente quelli giusti per il compito: Brendan Fraser come protagonista è assolutamente perfetto (e ci manca molto, ndr), e trova in Jenna Elfman una spalla più che degna. Per non parlare poi di quella leggenda di Steve Martin, che si lascia pettinare in maniera orribile e dà vita al capo della ACME, un villain live-action che in quanto ad esuberanza, follia e cattiveria (“i bambini di 9 anni non devono cucire le scarpe da ginnastica ACME, quando quelli di 3 anni lo fanno per molto meno!”) non ha nulla da invidiare ai suoi colleghi animati.

Conoscendo il cinema di Dante è chiaro che ci saremmo potuti trovare di fronte a un film migliore, ma Back in Action esce a testa alta dai re-watch fuori dalla nostalgia e dall’infanzia: fa ridere, è diretto con classe e onora le più grandi icone della storia dell’animazione, consegnandole – teoricamente – alle nuove generazioni.

Purtroppo il film floppò fragorosamente, incassando 68 milioni di dollari a fronte degli 80 di budget e lasciando il primato di film col maggiore incasso dei Looney Tunes a Space Jam, che è anche innegabilmente più iconico, specie per come racchiude lo Zeitgeist dei suoi anni. Un film sfortunato, quello di Dante, che riesce nell’intento di vendicarsi della superficialità del film precedente senza però conquistare lo stesso pubblico.

A quasi vent’anni dalla sua uscita forse è arrivato il momento di riscoprirlo e, in caso, di rivalutarlo: non sarà Chi ha incastrato Roger Rabbit?, ma è un ibrido tra live-action e animazione tecnicamente sontuoso (grazie a Dante ma anche all’apporto del direttore dell’animazione Eric Goldberg, già dietro a classici Disney come Aladdin e Hercules), un tributo sentito e una commedia piena di ottime trovate.

Ad oggi sembra improbabile che Dante possa rimettere mano al suo vecchio progetto sulla storia di Chuck Jones e dei suoi colleghi, ma sarebbe interessantissimo. Quel che è certo è che la storia dei Looney Tunes merita di essere raccontata, e che Dante – regista magistrale, ex aspirante cartoonist e fan sfegatato dei personaggi – era decisamente l’uomo giusto, come del resto ha dimostrato regalando ai Looney Tunes il loro vero film.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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