L’immortale grandezza di Karate Kid

John G. Avildsen è famoso per due motivi: ha diretto Rocky (il primo e il quinto) e Karate Kid (i primi tre). Ha fatto anche altre cose, ovviamente, persino altre cose premiate agli oscar (Salvate la tigre), ma il marchio l’ha lasciato con questi due classici: film tuttora amati e celebrati, proprietà intellettuali tuttora spremute e seguite (Creed, Cobra Kai).

È chiaro che, nonostante le varie similitudini, Rocky e Karate Kid siano diventati dei classici per motivi distinti e separati. Il primo è la parabola ascendente di Sylvester Stallone, che si era scritto la sceneggiatura da sé e aveva preteso di interpretarla, regalando al mondo la star che non sapeva di volere. Avildsen prese le redini del progetto e lo capì alla perfezione, aderendo alla visione di Stallone e consegnandocela in tutta la sua potenza. Per farla breve, Rocky era (ed è tuttora) Sylvester Stallone: l’underdog che ottiene la sua occasione, che lotta per portarla a casa nel migliore dei modi. Questo succedeva dietro le quinte e questo succede nel film, e questo conferisce al tutto un’energia palpabile. Rocky è un film vivo e pulsante, commovente e vero. Quella di Karate Kid non è una genesi altrettanto clamorosa.

Trattasi infatti dello script dell’allora giovanissimo Robert Mark Kamen, che aveva un suo background effettivo con le arti marziali e pensò ad una storia di formazione con il karate sullo sfondo, ma non credeva che questa potesse destare chissà quanto interesse. La sua sceneggiatura da sola era un buon ingrediente, ma il miracolo lo fece l’unione tra più elementi azzeccatissimi.

Per i profani, la trama: Daniel LaRusso è un teenager appena trasferitosi in California con sua madre, e non è per nulla entusiasta all’idea. In effetti gli va subito piuttosto maluccio: ci prova con la ragazza sbagliata e si mette contro il bullo Johnny Lawrence, membro – assieme ai suoi amici fomentati – del Cobra Kai, dojo di karate capitanato da un sensei fascistoide che risponde al nome di Kreese. LaRusso nel frattempo stringe però amicizia con il suo vicino di casa, l’anziano giapponese Miyagi. Miyagi è un esperto conoscitore dell’arte del karate, che si deciderà ad allenare il ragazzo una volta appreso dei suoi problemi con i bulli. I suoi insegnamenti mirano però a renderlo più consapevole, quindi capace di difendersi senza dover essere mai il primo ad attaccare. Tra i due nascerà un’amicizia profondissima, un rapporto allievo/mentore di quelli rari da vedere sullo schermo, e che solo due grandi attori potevano restituire con tanta efficacia.

LaRusso venne interpretato da Ralph Macchio, che all’epoca delle riprese aveva già ventidue anni ma ne dimostrava sedici (oggi, per la cronaca, ne ha sessanta e ne dimostra quaranta). Per la stessa parte venne considerato Sean Penn, ma Macchio ebbe la meglio, ed effettivamente si rivelò un scelta meno scontata e assolutamente perfetta. Per la parte di Miyagi inizialmente si pensò a Toshirō Mifune: un grande nome, un grande attore, ma il suo Miyagi risultava troppo “severo”, quasi spaventoso. Arrivò quindi la scelta decisiva, che da sola avrebbe rappresentato il cuore di questo classico: Pat Morita.

Di famiglia giapponese ma nato e cresciuto negli Stati Uniti, Morita era un comico, il cui ruolo più famoso era quello di Arnold in Happy Days: va da sé che l’idea di vederlo nei panni di una figura così seria potesse apparire stonata, almeno sulla carta. Ma fin dai primi provini fu chiaro: lui era Miyagi. Al personaggio riuscì a conferire facilmente credibilità e autorevolezza, ma anche una certa commovente fragilità, più quel tocco perfettamente misurato di umorismo. Venne perfino nominato agli Oscar.

La chimica con Ralph Macchio è evidente, e infatti i due hanno sempre detto di essersi trovati benissimo a lavorare insieme. Il rapporto di amicizia tra i loro personaggi è reso semplicemente alla perfezione; i tocchi e le piccole sfumature che entrambi riescono a mettere rendono il tutto perfettamente credibile, palpabile.

Questi ingredienti più la regia sapiente e “classica” di Avildsen – attenta a catturare il divertimento, il dramma e la poesia nell’amicizia tra i due protagonisti – decretarono la sua riuscita artistica, ma Karate Kid è molto più di un film centrato. La grazia con cui descrive il “viaggio dell’eroe” di Daniel LaRusso è l’elemento che ha permesso al film di toccare le corde più profonde di diverse generazioni di giovani spettatori, stregati dal suo fascino, dalla capacità di fondere il divertimento alle riflessioni più lucide e illuminanti.

Si rischia di prenderlo sottogamba a vederlo da “cresciuti”, ma chiunque abbia avuto la fortuna di scoprirlo da giovanissimo sa che può diventare un film importante, quasi cruciale.

L’intelligenza della sceneggiatura sta nel tratteggiare un protagonista tutt’altro che impeccabile. Non a caso negli anni sono nati dibattiti su chi fosse il vero villain tra lui e il bullo Johnny Lawrence, fatto che è alla base della (bellissima) serie-sequel di Karate Kid, Cobra Kai, che a Lawrence ha fornito delle sfumature inedite, esplorando il suo punto di vista. Il fatto è che LaRusso quasi sempre “se le cerca”, è una testa calda, ma siamo dalla sua parte perché, pur con le sue magagne, ha la fortuna di trovare un buon maestro in Miyagi: il primo a insegnargli che non esiste il male assoluto, che non esistono cattivi allievi ma solo cattivi maestri.

Se in Cobra Kai la possibilità di migliorare ed evolversi viene data a Johnny Lawrence, qui semplicemente è il turno di LaRusso, che imparerà non solo a difendersi ma ad avere una visione del mondo meno offuscata dai suoi bisogni immediati, più riflessiva e ampia, più zen. Mai avrei pensato di dirlo come complimento, ma la forza di Karate Kid sta nell’essere, tra le altre cose, un film fortemente istruttivo.

Ma nulla di tutto questo sarebbe assurto così tanto a culto senza la ciliegina sulla torta: le musiche di Bill Conti. Conti, già responsabile dell’iconica colonna sonora di Rocky, ripete il miracolo con un lavoro meno “canticchiabile” ma ugualmente forte, capace di raccontare in note l’evolversi dell’amicizia tra i due protagonisti, la svolta radicale nella vita del giovane LaRusso. L’effetto è maestoso; un piccolo capolavoro a parte dentro un’opera intelligente, universale e destinata a rimanere sempre attuale.

Un film vicino a chiunque stia provando o abbia già provato gioie e dolori della vita adolescenziale, quando tutto ciò che ci servirebbe e che cerchiamo è un buon maestro.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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