L’atipico approccio di Karate Kid II

Li ho visti più o meno tutte le volte che Italia 1 li mandava in onda il sabato/domenica pomeriggio (quindi circa 300 volte), eppure per anni e anni ho sempre confuso Karate Kid II con Karate Kid III. Mi spiego: ho creduto per anni che il 2 fosse il 3, e che il 3 fosse il 2. Era un’associazione automatica del cervello, perché tutte le cose che di solito succedono nei “capitoli 2” di Hollywood su Karate Kid invece avvenivano nel terzo capitolo, mentre il 2, col viaggio di Daniel LaRusso in Giappone, era un sequel talmente “strano” rispetto ad altri colleghi da sembrare più uno spin-off o, appunto, un sequel tanto atipico quanto piacevole e originale, talmente atipico e lontano dal primo che persino su Cobra Kai prima di trovare il modo di inserire anche Karate Kid II bisognerà attendere 2 stagioni e mezza per attaccarcelo un po’ a forza (in senso buono, Cobra Kai non avrebbe difetti neanche se lo volesse).

Per chi non se lo ricordasse, Karate Kid II è ambientato per il 95% in Giappone, ad Okinawa, dove Miyagi è chiamato a tornare per la malattia di suo padre, e dove ritrova l’amico/nemico Sato, a cui decenni prima aveva rubato la donna. Ovviamente Daniel-san gli si accoda, perché sennò il film non si chiamerebbe Karate Kid.

In effetti forse Karate Kid II si potrebbe definire senza grandi esagerazioni come il sequel più atipico di sempre, e non è difficile capire il perché: il vero protagonista di Karate Kid II non è Daniel, ma Miyagi. Non nel senso che “ruba la scena”, come poteva essere nel primo (e che valse a Pat Morita pure una nomination all’Oscar), ma nel senso che il protagonista è letteralmente lui. Suo è il soggetto, suo è il villain, sua è la crescita, e suo è l’arco narrativo. A dirla tutta Daniel LaRusso non è neanche il co-protagonista, ma quasi più un sidekick, una spalla, tanto che in effetti avrà il suo sequel solo su Karate Kid III.

Karate Kid II è anche piuttosto coraggioso e intelligente, almeno se si considera che ai tempi i sequel raramente tendevano ad uscire dalla comfort zone. Non era semplice cambiare completamente scenario, lasciandosi alle spalle l’ambientazione, i personaggi, e i messaggi che il primo film aveva lasciato in eredità per andare in tutt’altra direzione, eppure Karate Kid II fa il miracolo di riuscirci senza perdere la sua identità,ma anzi ampliando la sua mitologia.

Sono probabilmente l’unica persona al mondo a preferire Karate Kid III al 2 al netto della sua follia (che posso farci, non capita a tutti di avere il Terry Silver Show per 1 ora e mezza di film), ma Karate Kid II resta qualitativamente il miglior sequel che il franchise abbia mai avuto fino a Cobra Kai, uno dei modi più originali e inusuali per portare avanti una saga.

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