La satira incorruttibile di Team America

Un giorno succede che Trey Parker e Matt Stone – creatori di South Park – si imbattono in Thunderbirds, storico show d’animazione britannico degli anni ’60 creato da Gerry e Sylvia Anderson con protagoniste delle marionette. È una serie sci-fi, ma ci recitano dei fantocci: non per far ridere, ma perché semplicemente era un’alternativa – tecnicamente più insidiosa di quanto si possa pensare – all’animazione “disegnata”. Il nome della tecnica, coniato da Gerry Anderson, è “Supermarionation”. La lampadina si accende.

In effetti sembra proprio pane per i denti di Parker e Stone: l’animazione deliberatamente “rustica” è il mezzo con cui si sono distinti fin dall’inizio, quando il corto da cui nacque South Park (di cui parliamo qui) e il pilot vero e proprio della serie vennero animati in maniera rudimentale e grezzissima, ma facendo della povertà di mezzi una cifra stilistica. Le marionette erano solo un modo diverso – più bizzarro – di fare la stessa cosa.

La prima idea che viene al duo è quella di fare una parodia dei film action prodotti da Jerry Brukheimer (tra gli altri, abbiamo svariati film del primo Michael Bay) utilizzando il copione originale di uno dei film in questione senza cambiare una riga di dialogo, in quanto già comici di per sé. Ad un certo punto gli capita tra le mani il copione di The Day After Tomorrow di Roland Emmerich e pensano anche di girare esattamente quello con le marionette. Idea divertente, ma di fatto impossibile da attuare per ragioni di diritti, il che li “costringe” a spremersi le meningi e a tirare fuori una storia originale. Per fortuna.

Traendo più spunto proprio dai Thunderbirds e dalla loro International Rescue – team di eroi che può contare sui mezzi di volo sofisticati messi a punto dall’ex astronauta Jeff Tracy – i due inventano il “Team America”, squadra di fomentati reazionari che nasce con l’intento di sventare attentati terroristici potendo contare su armi e mezzi tecnologici all’avanguardia. Hanno tute, veicoli ed armi da veri eroi cazzuti, e la loro base è dentro il monte Rushmore! Il loro inno? “AMERICA! FUCK YEAH!”.

Il Team America – chiara satira iperbolica del patriottismo americano e di certi valori repubblicani – è solito arrivare sui luoghi degli attentati e distruggerli pur di estirpare la minaccia terroristica (proprio a inizio film fanno esplodere la Torre Eiffel e il Louvre), scatenando le ire dei liberal americani, che hanno i loro portavoce nelle star americane. Le star sono nemiche giurate del team, e decidono di contrastarlo a suon di dichiarazioni retoriche.

Tra i vip che troviamo rappresentati nel film: Sean Penn (che si incazzò a morte), George Clooney, una versione mentalmente disabile di Matt Damon (che ci rimase un po’ male), Samuel L. Jackon, Janeane Garofalo, Helen Hunt, Tim Robbins

Se il film di South Park (la nostra disamina qui) era una satira sul puritanesimo e sull’assurda pretesa di “combattere” l’arte, Team America punta stavolta più sulla politica, bersagliando le polarizzazioni. Critici come Roger Ebert uscirono un po’ confusi dalla visione del film, che a loro detta prendeva in giro indistintamente tutti senza apparentemente “prendere posizione”, finendo quindi per essere un semplice sfogo goliardico senza capo né coda.

In realtà i creatori di South Park una posizione la prendono eccome, ed è come sempre la più onesta possibile: nessuno è esente da sfottò, né i repubblicani ignoranti e rozzi né le celebrità liberal che si crogiolano nella convinzione di essere il faro dell’umanità tutta. Così dovrebbe essere sempre, e così Parker e Stone continuano a fare – incorruttibili – tuttora, mettendosi spesso in discussione in prima persona e mettendo in discussione tutto il resto.

Un esempio recente di show che attua la loro stessa filosofia sembra essere The Boys, che mostra sicuramente lo squallore e la pericolosità dei valori di estrema destra, riflettendo su come trovino il modo di insediarsi anche in una società moderna ed evoluta, però non risparmia nemmeno i liberal.

Sembra anzi abbastanza cristallina l’insofferenza nei confronti di certe iniziative ipocrite e finto-inclusive delle corporation: molti articoli che ho letto a riguardo glissano i riferimenti a quest’ultimo aspetto per concentrarsi sul discorso anti-alt-right, che è abbastanza marcato da poter spiccare sul resto; il fatto, però, è che parlando solo di quello non si rende onore al lavoro molto più stratificato e riflessivo degli autori, che fanno lo sforzo di non venderci una visione a senso unico.

Per fortuna in Parker e  Stone c’è un livello di sfacciataggine tale per cui è difficile sbagliarsi: sì, stanno prendendo per il culo pure Sean Penn e Michael Moore e sì, lo stanno facendo sulla base di loro reali atteggiamenti che possono effettivamente rasentare il ridicolo.

Il mantra della satira che “deve attaccare i potenti” viene di fatto attuato, perché vengono messi alla berlina sia i ricchi privilegiati e pieni di sé che pretendono di impartire lezioni al mondo che gli uomini di potere in senso più letterale, come l’allora dittatore della Corea del Nord Kim Jong-il, qui ridotto con un’intuizione geniale a villain dal sapore Bondiano.

Ce n’è per tutti, insomma, e a livello tecnico il film fa il resto per rendere tutto memorabile: le marionette – create dagli stessi fratelli Chiodo che diressero Killer Klowns from Outer Space – sono bellissime ed animate deliberatamente in modo sciatto, risultando esilaranti, specie in momenti pensati per esaltare i loro evidenti limiti (come scene di combattimento, o di sesso). Proprio per l’occasione il duo decise di coniare il termine “Supercrappymation”, come omaggio affettuoso alla Supermarionation di Gerry Anderson.

La fotografia del grande Bill Pope (collaboratore abituale di Sam Raimi) e i bellissimi set progettati da Jim Dultz aiutano Parker e Stone a dare la giusta forma alla loro parodia dei blockbuster action americani, che vengono sviscerati chirurgicamente, mettendo alla berlina i cliché più tipici con il solito senso dell’umorismo devastante.

Essenziali in questo sono ancora le canzoni scritte da Trey Parker, che se stavolta non realizza un musical – anche se si concede una parodia di Rent nei primi minuti del film e regala un momento cantato memorabile a Kim Jong-il  – scrive dei brani umoristici memorabili, da Only a Woman, che compare durante la scena di sesso “di rito” tipica di certi film macho (“All I ask is that you’re a womaaaan”) a The End of an Act che distrugge il Pearl Harbour di Michael Bay (“I miss you more than Michael Bay missed the mark when he made Pearl Harbour”) fino ad arrivare a Montage, che scherza sull’abitudine dell’action tutto testosterone anni ’80 di infilare montage che ci mostrano l’eroe che si prepara all’azione per l’atto finale (un glorioso cliché Stalloniano).

Altro pregio – che per il duo non è una novità – è la capacità di costruire dei personaggi tridimensionali prima che divertenti, anche se in questo caso mancano degli alter ego di Parker e Stone come invece ne troviamo in South Park: il risultato è forse il loro lavoro meno personale, almeno da questo punto di vista, ed è quello che si diverte di più a prendersi gioco di tutti i personaggi, dal protagonista (un attore di Broadway a cui viene regalata forse la scena di vomito più lunga della storia del cinema) ai comprimari passando per il villain.

Il film incassò bene, ma Parker e Stone si dissero talmente stremati dall’esperienza (girare con i pupazzi era difficile e frustrante) da smettere di realizzare studio movie fino ad oggi (ma pare abbiano in cantiere un progetto segreto).

Team America comunque resta un film straordinario nel vero senso del termine, dalle tecniche d’animazione che nessuno avrebbe pensato di riportare in auge in quegli anni al modo in cui costruisce l’impianto umoristico. L’ennesimo gran film di due menti comiche geniali. Sì, lo so, si tende a dare del “genio” a chiunque possegga un minimo di acume umoristico, ma loro due sono geni veramente.

Rivedere Team America a distanza di più di 15 anni rischia di far impallidire tantissime commedie sedicenti scorrette che ci propinano oggi. Ci ricorda com’è l’umorismo quando è veramente libero, quando non vuole ingraziarsi nessuno, quando non ha la minima paura di rischiare.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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