Il rompiscatole è un cult mancato

C’è stato un momento della mia vita in cui badavo solo a due tipi di film: quelli con i supereroi e quelli con Jim Carrey. O quelli con i supereroi e con Jim Carrey.

Ero bambino, e potevo guardare letteralmente qualsiasi stronzata con Mr. Faccia di gomma. Mi piacevano tutte. Ricordo di aver visto e rivisto praticamente tutti i film del periodo del suo “boom” (dal 1994 in poi), ovvero i soliti noti: Ace Ventura, The Mask, Batman Forever, Bugiardo bugiardo… Uno però l’ho sempre saltato a piè pari.

De Il rompiscatole possedevo la videocassetta come per gli altri, ma la scintilla non è mai scoccata.

Quel che ricordo è che mi spaventava. C’era una scena in cui Matthew Broderick guardava dallo spioncino del suo appartamento e vedeva un Carrey indemoniato, con delle inquietanti lenti a contatto, che faceva di tutto per irrompere in casa sua. Quella scena mi spaventò così tanto che non volli più rivederlo.

E in effetti la sfortunata accoglienza critica riservata al film si deve proprio al fatto che i fan di Carrey non si aspettavano una dark comedy.

Negli anni comunque non è che mi sia venuta tutta questa curiosità di tornarci: mi è ricapitata sottomano la scena in cui Carrey si esibisce in una folle versione karaoke di Somebody to Love dei Jefferson Airplane e diciamo che la mia reazione non è proprio stata “oh, andiamocelo subito a rivedere!”, quanto un “Mh”.

Mi sbagliavo? Nì. Rivisto oggi Il rompiscatole The Cable Guy, in patria – regge bene sotto molti punti di vista. Quasi tutti, in realtà. Tranne Carrey.

A scanso di equivoci, chiarisco subito che a me Jim Carrey piace ancora molto. Se rivedo oggi The Mask mi fa ridere, come Scemo e più scemo e come Bugiardo bugiardo.

Per non parlare dei suoi ruoli drammatici! Lasciando da parte roba rinomata come The Truman Show o Se mi lasci ti cancello, segnalo anche il sottovalutato The Majestic di Frank Darabont, film in cui è costantemente monocorde, pacato e “gentile”, dimostrando di saper essere magnetico senza ricorrere minimamente alla sua tipica esuberanza.

Insomma, parliamo di uno capace di eccessi come pochi altri, ma anche di sottigliezze, e un film come Il rompiscatole per funzionare avrebbe avuto bisogno anche di queste ultime. Purtroppo si accontenta invece di essere la fiera dell’overacting più spinto: ovviamente solo di Big Jim, gli altri attori recitano come si confà a degli esseri umani.

Ma non vi ho ancora detto che il regista è Ben Stiller! Ecco, ora ve l’ho detto, ma penso lo sapeste già. Io penso una cosa del Ben Stiller regista, e cioè che è bravissimo. Ogni volta che vedo un suo film mi rendo conto che si tratta di un regista vero, non un comico che ogni tanto si dirige le sue cosette da sé. Poi ad oggi non c’è un suo lavoro che mi abbia realmente fatto impazzire, ma le competenze e la mano solida ci sono tutte, come il gusto per la costruzione di momenti squisitamente “cinematografici” e non solo al servizio delle gag.

Quando dirige si vede che non va infastidito.

Tutto questo lo troviamo anche qua, in quella che ad oggi è probabilmente la sua regia cinematografica (la miniserie Escape at Dannemora ancora mi manca) più elegante, che è pure l’unica in cui come attore si mette da parte, ritagliandosi una gustosa particina “sullo sfondo” e regalando a Carrey un ruolo che inizialmente aveva pensato di interpretare da sé. Gesto nobile, ma a pensarci direi che ha fatto male.

Parliamo di quello che succede nel film: Steven (Matthew Broderick) è stato appena mollato dalla sua ragazza. Il motivo? Le ha chiesto di sposarla. Lei non è pronta, si spaventa, lo scarica. Lui va a vivere da solo, e lo troviamo piuttosto mesto: è stanco, sta cercando di dare forma ad un nuovo appartamento e aspetta spazientito il tecnico della TV via cavo. Quando questi si palesa (in un ritardo spaventoso) scopriamo che è un Jim Carrey in overdose da zuccheri, che irrompe con veemenza nel film come nella vita del protagonista.

“L’uomo del cavo” è un tipo su di giri, alienato da un’infanzia spesa da solo di fronte alla televisione, che ha una concezione delle interazioni umane che non va oltre quelle viste nelle più disparate opere di finzione. Vuole disperatamente essere amico di Steven, e in effetti in qualche modo riesce a dare uno scossone alla sua vita, ma non sa contenersi e riesce a vanificare tutto quello che è riuscito a combinare di buono, finendo con il venire allontanato e trasformandosi infine in un inquietante stalker.

È facile capire cosa passasse per la testa di Ben Stiller, e non si tratta necessariamente di un’idea sbagliata: costruire un impianto narrativo da thriller puro e poi dare la parte del maniaco al Jim Carrey “mattatore” tanto in auge in quegli anni, il tutto per provocare in noi lo stesso estraniamento provato dal protagonista, investito dall’assoluta follia e dall’insensatezza della situazione.

Però quello che passa purtroppo è semplicemente che Carrey per la maggior parte si gode il suo salario (20 milioni, all’epoca senza precedenti) e fa un po’ quello che gli pare senza sempre avere a fuoco il suo personaggio o peggio, senza avere a fuoco il film, che stavolta non è costruito come un contenitore dei suoi deliri comici come un Ace Ventura.

Da una parte ha  sicuramente il coraggio di sovvertire la aspettative del suo pubblico interpretando un villain, un personaggio che con addosso quell’esplosività sembra più mefistofelico che “irresistibilmente” sopra le righe. Però (troppo) spesso non funziona.

Mh.

Non funziona perché le faccette, le grida e le gag – a volte persino squallide – distraggono dal resto, che pure è costruito molto bene. Anche alla fine, quando L’uomo del cavo sarebbe potuto morire (ed effettivamente Carrey stesso lo avrebbe voluto) per regalarci davvero il finale amaro e poetico per cui Stiller aveva costruito abilmente le premesse, si è fatto marcia indietro pur di non spiazzare troppo il pubblico, che comunque ha risposto male lo stesso.

E allora fuori da un Carrey spesso pesante e “corpo estraneo” ci resta un film interessante, anomalo e costruito a regola d’arte, ma oppresso dal peso dello stardom. Peccato, perché la satira sull’entertainment americano sarebbe pure divertente e ficcante (l’idea del gemello omicida ed ex star della tv interpretato da Stiller è notevole) e in generale si capisce che a scriverlo c’era gente a posto (la sceneggiatura è stata scritta da un certo Lou Hotlz Jr., ma rimaneggiata da Jud Apatow e Stiller stesso).

Se però L’uomo del cavo fosse stato interpretato da Stiller – a cui comunque i ruoli da matto vengono bene – forse avremmo avuto un prodotto più equilibrato, ed oggi il pubblico non si sarebbe scordato Il rompiscatole.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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