Il primo Iron Man è tutto ciò che l’MCU non è più riuscito a essere

Un film prodotto da uno studio indipendente, che puzzava di flop sulla scia di Ghost Rider e I Fantastici 4 di Tim Story, e in cui non credeva nessuno. Dialoghi improvvisati, una sceneggiatura che cambiava un giorno sì e l’altro pure e, ciliegina sulla torta, un personaggio che beveva e faceva sesso occasionale interpretato da un attore “scomodo” che, nonostante fosse ripulito e in ripresa da qualche anno, ancora conviveva con la fama del suo passato fatto di alcol e droghe. Già, il primo Iron Man è l’esatto opposto di quello a cui si pensa quando si parla di MCU.

Fosse realizzato oggi invece che nel 2008, molto difficilmente i Marvel Studios affiderebbero le chiavi del franchise a un Robert Downey Jr., ai tempi sì in ripresa coi vari Kiss Kiss Bang Bang e Zodiac, ma ben lungi dal diventare il volto di un franchise miliardario. Se per Endgame il suo cachet è stato di 75 milioni, dieci anni prima per Iron Man fu “solo” di 500.000 dollari, giusto per capire lo status del redivivo Robert Downey Jr., al tempo un nome tanto talentuoso quanto di cattiva fama e lontano dallo stardom hollywoodiano più “rassicurante”, che Jon Favreau motivò affermando “Non volevamo una scelta sicura”… abbastanza ironico a pensarci oggi, quando i Marvel Studios si riempiono casa di superstar con almeno cinque candidature agli Oscar alle spalle per pulirsi la coscienza e raccontare a sé stessi (e agli altri) di essere più di un giocattolone per adolescenti.

Nonostante da 14 anni Kevin Feige ci racconti della favoletta di come l’impero Marvel Studios sia nato da ferrea e meticolosa pianificazione since 2008, la storia dice il contrario. Cioè, sulla carta è anche vero: Iron Man fu il primo tassello, il riferimento per i seguenti 300 film, e Robert Downey Jr. è tuttora il simbolo del franchise, ma è innegabile che la strada che portò ad Iron Man fu il contrario del modus operandi per cui l’MCU è famoso oggi, con i suoi film preconfezionati, programmati con ventordicimila film d’anticipo, determinati da un freddo algoritmo piuttosto che da una visione di chi siede in cabina di regia. Lo stesso successo dei Marvel Studios fu abbastanza imprevisto, dato che prima di Avengers gli incassi erano ottimi ma non stratosferici, Iron Man a parte.

Certo, non parliamo di un film neorealista sperimentale con attori presi dalle periferie romane, ma Iron Man fu un film costruito senza sicurezze, improvvisato vivendo alla giornata, che Jeff Bridges stesso descrisse bonariamente come “un film indipendente da 200 milioni di dollari“, figlio di un brevissimo momento storico in cui i Marvel Studios non erano schiavi di loro stessi e apparivano persino “umani” nella loro disorganizzazione, come testimoniano anche i vari recasting (War Machine, Howard Stark, Bruce Banner, poi persino Thanos) di questa prima fase. Samuel L. Jackson stesso firmò senza alcun accordo per eventuali future apparizioni nell’universo Marvel (“Era solo una pazza idea di cui forse a nessuno sarebbe neanche fregato un cazzo visto che sarebbe stata piazzata alla fine”, alla faccia della programmazione tanto sbandierata da Kevin Feige).

Kevin Feige & co. ogni tanto ricordano queste loro umili origini (“umili” per così dire, i supereroi al cinema erano una realtà già bella che consolidata, seppur meno pop, tanto che Iron Man vantò un budget di 140 milioni di bruscolini), ma solo quando torna utile all’auto-narrazione del “noi soli contro tutti” a cui i Marvel Studios sembrano tenere molto negli ultimi anni, soprattutto nella loro lotta alla “vecchia Hollywood” dei vari Scorsese o Coppola, o nelle loro tragicomiche e dichiarate ambizioni di Oscar con capolavori dello sbaglio come No Way Home. Ma insomma, con le attrazioni a tuo nome a Disneyland fare la figura dell’underdog contro i poteri forti di Hollywood è abbastanza… pretenzioso.

A rivederlo con gli occhi dell’epoca (nel 2008 avevo 14 anni, dunque ricordo piuttosto bene il clima di sfiducia generale intorno al film), facendo finta di non sapere cosa sarebbe venuto dopo, si può addirittura affermare che in realtà ad Iron Man di mettere le basi per un universo condiviso quasi non importasse, almeno per come lo intendiamo oggi, dove vediamo tutti i film-apripista dei vari franchise caricarsi da soli di così tanti compiti introduttivi e promesse di sequel/spin-off/serie TV/bla bla bla, ossessionati dal loro status di “prima pietra” e per questo destinati a fallire (quanti altri universi condivisi cinematografici hanno avuto altrettanto successo? Zero). Al contrario di Iron Man, dove l’unico sguardo verso il futuro è rappresentato da Nick Fury, per di più in una scena post-credit che molti neanche videro, visto che il pubblico ancora non guardava un cinceomic sapendo di doversi trattenere fino alla fine dei titoli.

Per molti aspetti Iron Man è stato quello che fu Star Wars nel 1977: un film in cui non credeva nessuno, fatto non con due soldi ma neanche coi mezzi faraonici dei suoi eredi, completamente inconsapevole di essere la next big thing hollywoodiana, e che senza volerlo si è ritrovato a cambiare il modo di pensare dell’intera industria, peggiorandola nell’animo.

Il franchise che poteva essere

Iron Man non eccelle in nulla ma funziona in tutto, e dove non funziona ci si passa volentieri sopra. Non è autoriale, non è al livello della Santa Trinità Donner/Burton/Raimi, ma è uno dei migliori della sua categoria, quella del blockbuster d’intrattenimento: non vuole strafare, non vuole fare filosofia naive per provare ad essere più del necessario (Winter Soldier coff coff…), ma gioca sul semplice, nel senso migliore del termine, consapevole di trattare un personaggio dalla mitologia non proprio accattivante, e che per questo si affida interamente a Robert Downey Jr., come quando in una squadra di onesti mestieranti affidi sempre la palla al numero 10 in attesa che si inventi qualcosa, pronto a seguirlo attentamente, sapendo che l’unico capace di fare quel qualcosa in più – e di tirarlo fuori da te – è lui.

Oltre a questo, la forza di Iron Man sta nel non essere vincolato da nessuna formula pre-impostata (se non quella del genere stesso o del classico “viaggio dell’eroe” ma insomma, quale film non lo è?) testata nei 100 film precedenti, non frutto di fredda e noiosa programmazione, ma di sana improvvisazione e intuizioni istintive che lo rendono non un ingranaggio di un universo più grande, non il lungo episodio di una serie TV, ma un film, che vive di luci e ombre proprie a cui importa poco di quanto accadrà dieci film più tardi. Una cosa che pochissimi film dl MCU potranno vantarsi di essere.

Iron Man è uno dei pochi film del MCU ad avere veri set, effetti speciali pratici, una CGI decente, dei colori, una colonna sonora e un comparto tecnico curato, a partire dall’armatura di Iron Man: sporca, pesante, tangibile, metallica, inelegante nei movimenti, con una sua identità sonora che valse al film persino una nomination agli Oscar per il montaggio sonoro. Poi la pigrizia prenderà il sopravvento, e con la scusa della nanotecnologia l’armatura apparirà a comando in qualsiasi momento, scoprendo completamente il volto della superstar per i poster, anche per altri personaggi (Ant-Man, Spider-Man, Star-Lord, Pantera Nera… tutti con maschere retrattili, frutto della paura di coprire troppo il poster boy) insieme a tutto il resto: i MS si sentiranno così sicuri di sé da fare sempre lo stesso film, le colonne sonore spariranno, i green screen e il digitale saranno la norma, il sense of wonder verrà seppellito dalle battute e dall’auto-smitizzazione.

Si scenderà a patti per conquistare anche il pubblico disinteressato ai fumetti, fino al salto dello squalo definitivo del franchise, ossia il primo Avengers, che renderà più palesi che mai i limiti creativi e qualitativi di un progetto simile.

Così come nei film successivi sarà schiavo di sé stesso il personaggio di Tony Stark, ingabbiato per un buon periodo nel ruolo di simpatico playboy miliardario egocentrico un po’ stronzo che era all’inizio del primo film, ignorando completamente la crescita che il personaggio aveva avuto dal suo rapimento in Afghanistan. Ed ecco che su Iron Man 2 e Avengers Stark sarà ancora un simpatico playboy miliardario egocentrico un po’ stronzo: neanche due anni e i Marvel Studios già si erano dimenticati di cosa era stato il primo Iron Man, anche nei contenuti.

Già con Iron Man 2 la fretta, le pressioni degli studios e i “doveri” di un film che doveva essere solo un ponte per Avengers crearono una spaccatura con il team creativo (in particolare con Favreau e Mickey Rourke, che si dissero piuttosto frustrati della riuscita del film), tagliando fuori alcune delle sottotrame più interessanti (tra le varie cose Iron Man 2 doveva trattare l’alcolismo di Tony Stark).

Probabilmente, se i “figli” di Iron Man si fossero ricordati meglio del padre, avremmo assistito a un franchise migliore, ma forse anche a incassi minori. Quel che è certo, è che per i successivi 14 anni a perderci siamo stati noi spettatori, ignari che il meglio del MCU lo avevamo già avuto al primo colpo, e che non sarebbe mai più stato eguagliato.

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