Arma Letale è un irrinunciabile classico natalizio

Arma letale è il buddy cop movie per antonomasia, pur non essendo il primo (a definire le regole fu 48 ore di Walter Hill), e presenta – come ogni buddy cop che si rispetti – una strana coppia: il poliziotto giovane, schizzato e fuori controllo di Mel Gibson (Martin Riggs) e quello più attempato, a un passo dalla pensione di Danny Glover (Roger Murtaugh).

Cosa si può dire su un cult del genere? Nulla che non si sappia già: questo è cinema ai massimi livelli, uno di quei casi in cui l’arte di tutti i comparti coinvolti nella sua realizzazione era al massimo dello splendore. Ma c’erano anche tutti i presupposti perché andasse così.

Nel 1987 Hollywood era un posto diverso da oggi. Un ventiduenne appena uscito dal college poteva scrivere una sceneggiatura, e se questa sceneggiatura era buona c’era persino la possibilità una casa di produzione grossa tipo la Warner gliela volesse produrre. Volesse, sottolineo: i produttori si scannavano per accaparrarsela. Questo successe a Shane Black, appena uscito dalla UCLA e con in mano il copione che gli avrebbe cambiato la vita.

In Arma letale c’è già tutta la poetica del suo autore: il contrasto tra i caratteri dei due personaggi è sicuramente il motore dell’umorismo, ma c’è anche la voglia di raccontare una storia di amicizia, e l’umanità dei personaggi è palpabile. Martin Riggs è una scheggia impazzita che non ha nulla da perdere, Roger Murtaugh invece ha una bellissima famiglia e non ha assolutamente voglia di buttarsi in imprese spericolate, finché i cattivi (che come sempre nel cinema di Black sono tanto cattivi, di quelli che vuoi solo vedere morti) non lo costringono. I due caratteri diventano a quel punto complementari, e dopo aver affrontato assurde peripezie insieme gli resta un inaspettato, improbabile ma forte legame.

Black ebbe anche la fortuna di trovare il regista giusto per il suo copione: a dirigerlo infatti capitò l’allora già cinquantasettenne (ma non troppo vecchio per queste stronzate) Richard Donner. Donner aveva già diretto The Omen, Superman, Ladyhawke, I Goonies: tutti classici. Come è un classico anche Arma letale, chiaramente. Ma con che mentalità si approcciava a progetti del genere? Beh, quella del mestierante. Badate bene, non del mestierante x, ma di quello che l’arte ce la sa mettere senza per questo stare lì a farcela pesare. È un qualcosa di così sottile da non attrarre sempre i neo-appassionati (o sedicenti tali) di cinema; non c’è l’immediatezza di un’inquadratura ricercatamente artsy, eppure a guardarli da vicino certi momenti a livello registico sono di una bellezza clamorosa.

Prendete la prima sequenza, con il suicidio della squillo Amanda Hunsuker: una lunga ripresa aerea sopra Los Angeles accompagna i titoli di testa sulle note spensierate di Jingle Bell Rock, per poi culminare – senza stacchi – proprio di fronte alla finestra del grattacielo da cui si getterà la ragazza, mostrandocela stesa su un tavolo seminuda e strafatta.

Lì entra in gioco la musica più tetra di Michael Kamen, creando immediatamente un contrasto fortissimo e accompagnando il resto della (tragica) scena: Amanda si butta, la caduta viene scandita da due riprese splendide in “soggettiva” e la musica – che è l’unica cosa che sentiamo – si fa più tenue, quasi a voler donare delicatezza a un momento così orrendo. Poi Amanda si schianta su una macchina e torniamo bruscamente a vedere e sentire le cose per quello che sono. Che vi devo dire, per me un film che inizia così è già un capolavoro. Un tocco di regia magistrale, una sequenza di una bellezza che annichilisce.

Fate una cosa se possedete il bluray di Arma letale: guardatelo con il commento audio di Donner. Non troverete inutili vaneggiamenti, niente “la mia visione qua, la mia visione là”: si parla sempre di “lavoro”. Fare il miglior lavoro possibile per servire una bella sceneggiatura, per creare un gran film. Donner poi parla pochissimo, e quando decide di farlo è quasi solo per elogiare il lavoro dei suoi colleghi. Ad esempio nomina tantissime volte Marion Dougherty, leggendaria casting director che – a tutti gli effetti – ha creato la coppia più iconica della storia del filone buddy cop, con l’intuizione di mettere insieme Mel Gibson e Danny Glover, due attori straordinari che si trovarono in ottima sintonia.

Donner parla infatti spesso anche di quanto importante sia stato l’aver avuto due attori così scoppiettanti alle prese con una sceneggiatura così ben scritta, attenta a delineare i tratti dei personaggi quanto a costruirgli intorno un impianto narrativo a orologeria.

La prima sceneggiatura di Shane Black era già scritta con mano sapiente: il suo giovane autore voleva un western urbano alla Dirty Harry (da noi Ispettore Callaghan il caso Scorpio è tuo), e dal film di Don Siegel prese in prestito il concetto di un poliziotto dai metodi poco ortodossi, dal decisionismo sfrontato che i colleghi più “saggi” guardano con timore e disappunto ma che nei momenti più estremi si rivela un’arma cruciale.

La variante che gli venne in mente fu quella di fare di questo archetipo un “uomo degli anni ‘80”. Come dice un giovane collega al vecchio Roger Murtaugh di Danny Glover, gli uomini degli anni ’80 mostrano emozioni, piangono a letto prima di addormentarsi: il Martin Riggs di Mel Gibson è un’arma letale, il suo passato da berretto verde lo ha reso efficiente e spietato, ma è anche estremamente emotivo, devastato dalla morte di sua moglie.

Quante volte nel cinema action si sono visti personaggi segnati dalla scomparsa della loro amata? Spesso. E allora come ti alzo il tiro? Beh, Black trasforma il personaggio in uno psicotico con tendenze suicide, zero vittimismo o monologhi strappalacrime: la sofferenza del personaggio è tangibile perché Black e Donner ne marcano l’aspetto violento.

Quando nella terza scena in cui compare Gibson è nella sua roulotte ed è lì lì per spararsi in bocca, la sua interpretazione è intensa, sporca. Piange disperatamente, alla faccia del machismo cosiddetto “tossico” che spesso recriminano a questi film. Torna la musica tetra di Michael Kamen, e Donner ha l’intuizione di staccare per un attimo sulla tv che sta mandando uno special natalizio dei Looney Tunes, creando un contrasto che rende la scena ancora più pesante.

Ma per quanto il primo Arma letale possa risultare secco, “forte”, senza sconti quando deve parlare di violenza e disperazione, è anche un film divertentissimo. La forza della sceneggiatura di Black sta infatti nel fondere il registro del poliziesco urbano sporco e cattivo (ispirato da Dirty Harry quanto dal cinema di Walter Hill) a quello della commedia, senza che quest’ultima risulti svilente.

L’umorismo nel lavoro di Black – sempre di grande qualità, fondato su dialoghi e situazioni memorabili – rimarrà una costante, senza per questo ledere l’aspetto prettamente crime delle sue storie, che da avido lettore di romanzi hard boiled maneggia sempre sapientemente.

È impressionante l’equilibrio con cui il film passa da un registro all’altro, e il momento più emblematico è anche il mio preferito: Martin Riggs salva un suicida utilizzando i suoi metodi peculiari, salendo sul cornicione assieme a lui e rischiando di fatto la vita. È una scena comica. Murtaugh però non la prende a ridere, si incazza e lo affronta a brutto muso: “sei davvero un maniaco suicida?”. Lo sfida. Gli dà la sua pistola. “Dai, sparati”. Dettagli ravvicinati sulla pistola. Riggs sta davvero per premere il grilletto. Primi e primissimi piani sui volti di Mel Gibson e Danny Glover, fino a che non ci si sofferma direttamente sui loro occhi; quelli di Glover terrorizzati, quelli di Gibson spiritati. Glover lo ferma, terrorizzato: “allora tu non lo fai per l’infermità mentale, tu sei pazzo veramente”.

Quella scena è la sintesi della forza di Arma letale; un film divertente ma allo stesso tempo granitico, che tiene allo show quanto ai suoi personaggi.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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