Il grande e potente Oz è (seriamente) il film più personale di Sam Raimi

Il 2013 fu l’anno in cui scoprii che potevo addormentarmi al cinema. Avevo 17 anni e la cosa mi seccò molto. Comunque ecco, mi addormentai guardando Il grande e potente Oz. Qualche mese prima mi era successo con The Lone Ranger.

In questi casi è facile: basta dare la colpa alla Disney (o, come direbbero oggi i quarantenni che vogliono sentirsi giovani, “a Disney”), come peraltro faccio sempre quando le cose vanno male. I blockbuster per famiglie al giorno d’oggi sono tutti più vuoti? Colpa della Disney. Il bello poi è che è vero. Comunque non ho mai più rivisto Il grande e potente Oz dopo l’incidente (ho cominciato a bere caffè, però).

Sulla faccenda provai sentimenti contrastanti: mi bruciava l’essermi addormentato durante la proiezione di un film di Sam Raimi – non penso esista regista più importante per me – e allo stesso tempo non mi andava di scoprire che era stato meglio così, che come ci era riuscita con Tim Burton (il trauma di Alice in Wonderland era bello fresco) la Disney potesse succhiare via il talento anche da Raimi come i Monstars di Space Jam con i giocatori dell’NBA, costringendolo a girare un blockbusteruccio conforme agli standard di piattezza cinematografica tanto cari alla casa di Mickey Mouse. E il mio cuore non avrebbe retto.

Perché non esiste film di Raimi che non valga la pena di vedere: voi lo vedreste mai un film sul baseball con Kevin Costner che si chiama Gioco d’amore? Esatto, nemmeno io. E invece fareste male.

Trattasi infatti di una delle tante splendide regie anni ’90 di Raimi, quando la sua missione sembrava quella di dimostrare a sé stesso di essere in grado di affrontare qualsiasi genere – fino a quel momento si era cimentato con horror, commedia slapstick, film di supereroi (prima di Spider-Man), fantasy medievale, western, noir – e di raccontare qualunque storia.

E in Gioco d’amore la differenza con il film sportivo “medio” la si sente tutta: la forza che riesce a imprimere in sequenze che altri avrebbero portato a casa di puro mestiere fa tutta la differenza del mondo.

“Se becchi quella palla un giorno ti faccio uccidere lo zio di Spider-Man”

Vedetevelo, Gioco d’amore: facile inchinarsi davanti a capolavori plateali come la trilogia de La casa o Darkman, o Soldi sporchi, ma per rendere ammaliante (e memorabile: fatto da non sottovalutare) un film simile bisogna crederci.

Beh, ecco la buona notizia: ho rivisto Il grande e potente Oz, e a sorpresa – nonostante all’apparenza sembri proprio la disneyata tipo – è un film che ci crede fortissimo. A dubitare ero solo io: un miscredente.

La cosa più strana è che Il grande e potente Oz è il film più personale di Sam Raimi. Non il più bello, ma quello dove mette più a nudo sé stesso e la sua poetica di autore. “Io mi vedo come un intrattenitore”, gli si è sentito spesso dire, ed è una frase emblematica: le sue regie sono così concentrate, così “vive”, perché rispondono a un’esigenza che dovrebbe essere (ma non è) scontata, cioè quella di intrattenere sempre e comunque, non importa toccando quali corde. Lo ha dimostrato girando i film più giocosi (la trilogia de La casa, Pronti a morire) come i drammi più intensi (Soldi sporchi, The Gift).

Quando girava La casa e i suoi assistenti gli dicevano “bella idea, ma non potrebbe risultare un po’ comica?”, la sua risposta era “non importa, finché il pubblico non si annoia”. “Il peggior crimine che puoi fare è girare un film noioso” è un altro dei suoi mantra. Che radici ha questo suo amore per l’intrattenimento puro? A quanto pare, l’illusionismo.

Sam Raimi, avvalendosi del fido Bruce Campbell come assistente, si è dilettato per anni come illusionista, esibendosi anche professionalmente alle feste. Scopriva e applicava ogni giorno trucchi nuovi, limava la tecnica, giocava con il pubblico cercando di dargli qualcosa di nuovo o di sorprendente.

Regalare magia ad una platea è sempre stata la sua vocazione. La super 8, i cortometraggi e infine il suo primo lungometraggio non furono che un’estensione di tutto questo. Molti trucchi applicati ai suoi esordi (e diventati iconici) rispondevano alla necessità di spiazzare il pubblico attraverso il punto di vista della camera, sempre peculiare, interessante, energico. Ma non era masturbazione.

A quanti registi sentiamo dire “io i miei film li faccio per me stesso veeez”? Lui invece parla sempre del pubblico, un pubblico a cui regalare l’esperienza più speciale possibile.

Il grande e potente Oz apre sulla falsariga de Il mago di Oz del 1939, di cui è un prequel: siamo in Kansas, la realtà è plumbea e non è a colori. Oscar Diggs, detto Oz, è un talentuoso illusionista che scopriamo presto essere uno stronzo. Scostante con il suo assistente, bugiardo e manipolatore con le donne, incapace di impegnarsi con la donna che ama davvero e che nonostante tutto crede in lui.

C’è un bruto che lo vuole morto proprio per l’ennesimo broglio ai danni di una povera ingenua signorina. Poi una bufera. Oz si mette in salvo dall’aggressore buttandosi in una mongolfiera, ma viene risucchiato da un tornado: sembra la fine, ma viene catapultato nel fantastico mondo di Oz, che per coincidenza si chiama come lui.

Lì scoprirà che c’è una profezia secondo la quale un giorno un grande mago dagli straordinari poteri sarebbe approdato a Oz e avrebbe eliminato la strega cattiva, rea di aver ucciso il Re di Oz. Così facendo, il mago avrebbe ereditato il trono, quindi una ricchezza sconfinata, cosa che all’Oz del Kansas fa subito gola. C’è un problema: Oz non ha nessun potere. L’idea? Imbrogliare tutti e godersi la ricchezza. O almeno è quella iniziale, dato che l’incontro con le persone giuste lo aiuterà a sfruttare il lato migliore di sé.

L’intro in bianco e nero è universalmente celebrata come uno dei picchi artistici del film, e in effetti è di una bellezza e di un’eleganza disarmanti. Mentirei invece se dicessi che l’ingresso nel mondo di Oz non faccia inizialmente temere il peggio, soprattutto se si conoscono i livelli di sciatteria che può raggiungere una disneyata di questo tipo quando si dà il via libera alla pixelizzazione. A che serve creare scenografie belle e imponenti quando abbiamo i pixel?

“Guarda quanti fiori di pixel tutti per noi”

Per fortuna Raimi ha optato su una commistione tra scenografie vere e CGI, anche se il tripudio digitale che ci viene spiattellato in faccia inizialmente potrebbe suggerire il contrario.

Andando avanti il film ha un aspetto sicuramente molto più ammaliante della disneyata media, spesso anche portentoso, anche se in fascino perde la partita contro il classico del ’39 (ovviamente), ma anche contro quella bislacca e bellissima creatura disneyana del 1985 che è Nel magico mondo di Oz (di cui abbiamo parlato qui).

Non prendiamoci in giro, insomma: stavolta non c’è una facciata irresistibilmente “riconoscibile”, stiamo pur sempre parlando di un film Disney degli anni 2010 e gli effetti in qualche modo si devono sentire per forza.

Se è il film più personale (giuro che ci arriviamo), non possiamo certo dire che sia anche il più stilisticamente memorabile di Raimi, a tratti castrato dalla macchina disneyana. Ma il vantaggio de Il grande e potente Oz è quello di essere, come tutti i suoi film, una storia fortemente character-driven.

Per dire, inizialmente la scimmia volante – poveretta – mi è sembrata la solita roba di pixel senz’arte né parte, ma andando avanti con la visione gli ho voluto bene.

Stupida bertuccia.

I personaggi sono il motore del film: la dolce Theodora intepretata da Mila Kunis, che viene delusa in amore da Oz e si trasforma nella famigerata strega cattiva del film del ’39, col make-up verde e tutto, è un bellissimo tocco; la bambola di porcellana è la creatura fantastica più centrata del film, è commovente ed è concepita/animata in maniera splendida (diamo ai pixel quel che è dei pixel); la strega buona di Michelle Williams, che capisce immediatamente che Oz è un ciarlatano ma crede in lui e lo aiuta a trovare la parte migliore di sé stesso, è un personaggio positivo raccontato con grazia; e poi c’è Oscar ‘Oz’.

L’Oz interpretato da James Franco (in una delle sue prove più divertenti) è un personaggio spettacolare. Egocentrico, infido, sornione: un personaggio di quelli che oggi alla Disney non vogliono più fare perché sono dei pazzi.

I personaggi negativi sono il profumo della vita! Non c’è nulla di più divertente di vederli mentre si districano tra le loro menzogne, cacciandosi in situazioni sempre più grosse e più difficili da gestire. E poi non si può non amare un personaggio che si rotola nell’oro con lo stesso idiota entusiasmo di Daffy Duck.

Che sia per vederli sprofondare nella fossa che si sono scavati con la loro stronzaggine o che sia per vedere un arco di maturazione sorprendente, toccante, gli stronzi sono tra i migliori lead-character che si possa avere il privilegio di raccontare.

E allora adesso vi dico – finalmente – perché questo film è alla fine un qualcosa di così personale: perché Oz decide di mettere da parte la sua grettezza e di salvare gli abitanti di un mondo fantastico, dominato dalla magia, ricorrendo alle illusioni. Di utilizzare l’ingegno per realizzare magia, una magia a cui persino gli abitanti abituati alla magia “vera”, quella con le bacchette magiche, rispondono con stupore e con meraviglia.

La strega buona sprona Oz a credere alle sue virtù, e lui da amante dell’illusione, nonché strenuo ammiratore di Thomas Edison, mette all’attivo gli abitanti di Oz: insieme riescono a mettere a punto una serie di trucchi per sviare la strega, di cui il più importante è il prassinoscopio, strumento che Oz utilizza per proiettare un’immagine di sé stesso grande e poderosa. Persino le streghe, dall’alto del loro potere, rimangono spiazzate dall’inganno.

E’ una chiara metafora di cosa significhi per Raimi fare film, del miracolo di un semplice uomo che dal nulla può far accadere qualunque cosa, plasmare la realtà, renderla più interessante per chi guarda. Una cosa oggi tecnicamente più facile di ieri, ma in cui bisognerebbe continuare a credere.

Tutto questo non è solo molto di più di quanto si potesse chiedere a un film potenzialmente così usa e getta, ma è anche ciò che trasforma tutta l’esperienza in qualcosa di cui un vero appassionato di cinema non dovrebbe privarsi assolutamente.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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