Il film di Kriminal non sfrutta la rivoluzione del fumetto nero italiano

L’uscita del Diabolik dei Manetti Bros. sarebbe ancora prevista per capodanno, e benché la situazione cinema sia ben nota non è arrivata ancora nessuna smentita. Non sappiamo quando effettivamente uscirà, ma nell’attesa abbiamo deciso di ripercorrere la storia del mai abbastanza ricordato “cinefumetto” italiano. Un cinema figlio di anni in cui ai produttori, incredibilmente, l’idea di portare sullo schermo le icone del fumetto tricolore non sembrava poi così assurda.

Le puntate precedenti:

  1. Il signor Bonaventura (1941)

Seconda puntata: Kriminal (1966)

10 anni fa erano i videogiochi, prima ancora la musica Hip Hop, per non parlare dei cartoni giapponesi, mentre in principio fu la musica Rock, e di mezzo, i fumetti: ogni generazione si è vista accusare di essere stata deviata, travisata, e involgarita da questi demoniaci mezzi.

All’inizio degli anni ’60, dopo aver smesso di puntare il dito contro il Rock, i media italiani trovarono un nuovo nemico che involgariva e deviava le menti dei giovani: il fumetto. Con notevole ritardo rispetto agli USA (La seduzione degli innocenti, il famoso saggio che quasi pose fine all’industria, era di quasi 10 anni prima), ma un ritardo derivato dall’arrivo del primo vero spartiacque della storia del fumetto italiano: la nascita di Diabolik, e di tutto il fumetto nero italiano in generale.

Il fumetto nero è storicamente il genere che negli anni ’60 in Italia ruppe molti dei tabù presenti nei fumetti dell’epoca, da un maggior uso della violenza, ai riferimenti erotici, ai protagonisti più vicini all’essere antieroi (se non proprio criminali) che classici eroi senza macchia e difensori della morale… letture talmente forti da essere considerate ai tempi per soli adulti, se non addirittura proibite, con così tante controversie generate che molti fumetti finirono in mezzo a casi giudiziari e denunce dall’opinione pubblica.

Diabolik fu il capostipite del fumetto nero italiano, che si portò dietro una striscia di polemiche oggi inimmaginabile per come, per i tempi, le sue violente storie attentavano alla morale e al pudore dell’epoca, con l’apice raggiunto nel 1964, quando le sorelle Giussani – creatrici di Diabolik – furono miracolosamente assolte in tribunale per un fatto risalente a un anno prima, in cui Angela Giussani, per promuovere il terzo numero del fumetto (“L’arresto di Diabolik”, che tra le varie cose segnava la prima apparizione di Eva Kant) vendette delle copie gratuite all’uscita di una scuola media, da cui scaturirono accuse di corruzione e traviamento alla gioventù.

Le sorelle furono assolte nel Luglio del 1964 dopo che il giudice constatò che l’immagine di copertina, dove Diabolik era ritratto in manette e con una ghigliottina sopra la testa, potesse solo far presagire che il controverso protagonista fosse stato arrestato e infine giustiziato per sempre. In realtà alla fine della storia Diabolik se la cavava come sempre, ma per fortuna il giudice non lesse il fumetto. Ogni tanto giudicare un libro dalla copertina può essere un vantaggio. Il mese dopo la sentenza, in edicola usciva Kriminal.

Molto di più che un “figlio” di Diabolik

Kriminal potrebbe apparentemente risultare come una copia di Diabolik, da cui sicuramente prese ispirazione, pur avendo delle marcate differenze: le storie di Kriminal tendevano ad essere molto più crude e violente di quelle di Diabolik, erano ambientate a Londra, dunque nel mondo reale (al contrario della Clerville di Diabolik), e andavano incontro ai sogni più proibiti dei lettori mostrando una maggior sfida al perbenismo dell’epoca tramite la rappresentazione di nudi femminili, e più in generale riferimenti sessuali piuttosto espliciti.

Per non parlare dello stile grafico: Kriminal fu l’occasione per tutta Italia di conoscere lo stile di una delle più grandi leggende del fumetto made in Italy, Roberto Raviola/Magnus, che dagli anni ’60 in poi farà scuola tra Kriminal, Satanik, Alan Ford, Maxmagnus (tutti creati con Luciano Secchi/Max Bunker, un nome per cui non basterebbe un articolo intero per sintetizzarne l’importanza nella storia del fumetto italiano), Lo sconosciuto, e tanti altri.

Il fumetto nero era spesso in formato tascabile, che poteva essere facilmente nascosto, e a dispetto dell’avvertenza in copertina “fumetto per adulti”, il suo pubblico era sempre quello più giovane per i suoi contenuti all’epoca considerati forti e proibiti. Ma anche senza l’avvertenza non erano difficili da individuare: praticamente ogni fumetto che conteneva la lettera “K” era sinonimo di lettura per adulti. La “K” infatti evocava la parola “killer”, e se ne impossessarono tutti i protagonisti del fumetto nero italiano: Diabolik, Kriminal, Satanik, o i meno conosciuti Demoniak e Sadik, anche se spesso i nomi includevano anche lettere come “X” o “Y”, inusuali per la lingua italiana in tempi in cui gli inglesismi erano rari, e proprio per questo dal suono più esotico, affascinante, e adatto per il filone del fumetto nero.

Proponendo antieroi e criminali impuniti come protagonisti, il fumetto nero italiano si dimostrò incredibilmente all’avanguardia, per certi aspetti anche più degli eroi degli States e, controverso o meno, era ormai un fenomeno di massa, dunque si colse al volo l’occasione per trarne dei film. Inizialmente il primo indiziato fu ovviamente Diabolik, e a buttarsi nel primo progetto nel 1966 fu Umberto Lenzi, che nonostante avesse già 20 film all’attivo in meno di 10 ancora non aveva messo sul curriculum i poliziotteschi per cui sarà più conosciuto in seguito. Ma i diritti di Diabolik non si sbloccarono e Lenzi virò su Kriminal.

In Europa il fumetto al cinema c’era già arrivato: sempre nei primi anni ’60 in Francia si erano iniziati a produrre una serie di live action su Tintin, mentre in Italia l’unico esempio di cinefumetto era ancora fermo al signor Bonaventura di Sergio Tofano, portato al cinema nel 1941 con Cenerentola e il signor Bonaventura. Volendo escludere i serial anni ’30 e ’40 di Batman/Superman/Capitan Marvel/Capitan America/Mandrake/Flash Gordon e compagnia, i primi a dare una calzamaglia all'(anti)eroe siamo stati noi italiani, e ben 12 anni prima che Christopher Reeve indossasse il mantello di Superman. Certo, tecnicamente nello stesso anno di Kriminal Adam West portava il suo Batman al cinema, ma si trattava di una trasposizione di una serie TV, dunque non completamente frutto di un’operazione pensata unicamente per il cinema.

Il ruolo andò all’olandese Glenn Saxson, che quell’anno in Italia aveva già girato un paio di spaghetti western, diventando il primo attore a ereditare il ruolo di Django da Franco Nero, e legando per sempre la sua carriera al nostro Paese, seppur per produzioni di minor rilevo, prima di essere riesumato da Carlo Verdone per Acqua e sapone.

Un film che auto-censura i suoi potenziali punti di forza

Kriminal fu ufficiosamente obbligato a spegnere i toni espliciti del fumetto, castrandone l’audacia e spogliandolo di tutti gli elementi che avevano reso Kriminal un fumetto dal successo nazionale. Kriminal nel film è sempre un ladro, ma non il ladro freddo e spietato dei fumetti, bensì un ladro gentiluomo, il classico criminale glamour su cui si tiene il freno a mano tirato nei momenti più violenti. Oltre che la morale dell’epoca, a frenare la freddezza del Kriminal fumettistico su schermo ci fu anche la 007-mania che imperversava in quegli anni, che voleva qualsiasi film con una spruzzatina di action uscito dopo Goldfinger rimarcare lo stile glamour di James Bond, gadget bizzarri inclusi. Cosa a cui Lenzi non era nuovo, visto che tra i suoi ultimi progetti prima di Kriminal c’erano una serie di film “figli” di Bond come A 008, operazione sterminio, o Superseven chiama Cairo.

Il film resta divertente e godibilissimo, ma è innegabile che possa apparire poco originale o con poco mordente rispetto ad altri “colleghi” a causa di tutte le caratteristiche del fumetto di cui è stato spogliato. Come detto prima, il fumetto nero fu rivoluzionario per l’enorme quantità di tabù che riuscì a rompere, e il fatto che questo coraggio non sia stato messo su schermo, ma anzi auto- censurato, potrebbe portare a pensare chi vede il film di Kriminal senza conoscere il fumetto che il personaggio fosse “solo” un figlio del successo di Diabolik senza particolari caratteristiche proprie, ignorando quanto invece vivesse non solo di luce propria, ma persino con più voglia di sconvolgere del Re del terrore.

Certo, immaginare un film che portasse tutte le caratteristiche del fumetto nero italiano era impossibile, visti i tempi e le pesanti censure che avrebbe comportato. Persino l’avere un criminale (per quanto fascinoso e gentiluomo) come protagonista obbligò Lenzi a inscenare un finale più “rassicurante” per gli spettatori ed evitare qualche critica, con Kriminal che viene arrestato dalla polizia e finisce in prigione, con delle vignette che si sovrappongono alle vere immagini del film per narrarne l’epilogo, con un’intuizione grafica che, oltre ad essere decisamente originale per i tempi, qualche anno dopo sarà popolarizzata da Gulp e Supergulp in TV. Oltre che a preannunciare un sequel, che in effetti ci fu l’anno dopo.

Nota di merito per il costume. La maschera soprattutto, considerando l’impossibilità di portarlo sullo schermo con la stessa potenza scenica del fumetto, per di più con i mezzi dell’epoca, è discretamente inquietante. E nota di merito anche per le musiche di Raymond Full, pseudonimo di Romano Mussolini. Già, proprio il figlio di quel Mussolini, apprezzatissimo jazzista in uno dei suoi rari slanci nel mondo del cinema, che con Satanik due anni dopo bisserà il suo contributo alla storia dei cinefumetti italiani.

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