Il fatto che Aquaman funzioni non ha senso

Certo che Aquaman era una bella gatta da pelare: personaggio perculato da tormentoni, mitologia pressoché nulla fino all’arrivo di Peter David negli anni ’90, e primo film DC ad uscire dopo quella roba brutta brutta di Justice League. E poi che succede? Finisce che ti diventa il più grande incasso DC di sempre, superiore persino al Batman di Nolan. Il calcio è proprio strano, Beppe…

Se Venezia è bella ma non ci vivrei, visto che sempre di acqua si parla, Aquaman è divertente, ma non lo rivedrei: questo mi dicevo prima di rivederlo per scriverne. Eppure alla seconda visione Aquaman fa il miracolo di lasciarmi le stesse sensazioni di quando lo vidi in sala, nonostante il mio primo pensiero appena finito il film fosse esattamente “Grazie a Dio l’ho visto in sala o a vederlo a casa mi sarei sparato”.

Dopotutto Aquaman deve i suoi grandi pregi strettamente all’esperienza di sala: potenza visiva, battutine che fanno ridere solo se a ridere prima di te sono altre 100 persone tutte insieme, gli 8 euro spesi che ti fanno dire “Vabbè lo vedo fino alla fine che ormai il biglietto l’ho pagato”, e le luci spente unite al posto in fila centrale che psicologicamente ti impediscono di uscire dalla sala prima che finisca.

E invece incredibilmente Aquaman diverte anche ad una seconda visione casalinga. E come sia possibile davvero non me lo spiego.

Così come non mi spiegavo come potesse essere così divertente la prima volta: insomma, dura 2 ore e 20 (e già l’arroganza di fare un film su Aquaman e durare così tanto andrebbe severamente punito), ha una trama di cui frega palesemente zero a tutti, una scrittura e uno svolgimento che più elementare non si può, inutilmente sovraccarico, pieno di tutti i cliché da blockbuster possibili, talmente ubriaco di CGI da sembrare più un videogioco fatto di sole cutscene, tutti che hanno un filtro di luce sparaflashata sul volto come stessero usando qualche filtro di Instagram, e a tratti si prende la briga di sopravvalutarsi con immagini censurabili come Dolph Lundgren con dei bellissimi capelli fluttuanti di CGI che parla con un Williem Defoe in modalità pilota automatico di politica sottomarina, di aragoste giganti, e di eredità al trono, in modo incredibilmente serio insieme a Patrick Wilson.

Wilson che, nella vesti del cattivone, verso fine film esclamerà in modo ancor più serio un solenne “Puoi chiamarmi… OCEAN MASTER!” che al cinema ha rischiato di farmi soffocare coi pop corn. E ha pure una cover di Africa bruttissima.

Eppure nonostante tutto questo possa suggerire un film arrogante, che si prende più sul serio di quanto non dovrebbe, per un qualche oscuro motivo Aquaman è un film onesto con sé stesso, a cui non frega assolutamente nascondere quanto sia orgogliosamente una cafonata pazzesca.

Hanno persino incluso un – bellissimo – polipo che suona i tamburi riuscendo a mantenere una certa dignità!

I meriti sono essenzialmente di due persone: James Wan, e poi di nuovo James Wan. Ma anche Jason Momoa, va’, che non mi fa sbellicare dalle risate ma mi sta abbastanza simpatico.

Aquaman sembra il livea action di un classico Disney anni ’90

Nonostante sul piccolo schermo la CGI non regga il confronto con la visione in sala, Aquaman può vantare una certa imponenza visiva (pure troppo: con 200 milioni di budget dovete fare di CGI anche un banale molo in legno?) che perlomeno non fa dimenticare il film dopo 10 minuti ma dopo 40 (è un complimento) e, se si può considerare sempre parte del lato visivo, di un Amber Heard più illegale che mai che conciata così che sta alla Sirenetta come la Lola Bunny di Space Jam sta a quella di Space Jam 2.

Eppure come faccia Aquaman a funzionare così tanto è un fenomeno paranormale paragonabile alla neve ad agosto o all’acqua asciutta: non ha NULLA che possa far presagire qualcosa di buono, eppure per miracolo riesce a stare in piedi senza crollare su sé stesso, un’inspiegabile anomalia da studiare in tutte le università di cinema per capire come sia possibile un simile paradosso, capace di tirare fuori un film che si fa volere così bene (mi sento in colpa anche solo a dirlo) senza fare praticamente nulla di eclatante. E poi rivedere Nicole Kidman lavorare in casa DC 23 anni dopo il mio amato Batman Forever mi ha fatto tornare bambino.

Ad aiutare c’è anche il fatto che Aquaman sia stato modellato su misura per Momoa, lasciando l’inesistente personalità dell’Aquaman nei fumetti in disparte. Non la definisco “inesistente” per fare il nerd simpaticone alla Big Bang Theory (che odio con tutto me stesso) ma perché in effetti non lasciava molto su cui lavorare.

Avere un personaggio fatto su misura lo rende abbastanza sciolto, rendendo accettabili battute non proprio da sbellicarsi, che date a un personaggio meno suo di certo sarebbero risultate decisamente peggiori. Forse troppo indeciso se col passare dei minuti fare un eroe classico o un simpatico scemotto fino alla fine.

Insomma, non puoi vendermi l’Aquaman di Momoa come un troglodita ubriacone ignorante fracico che non sa che Pinocchio non è solo un film, ma un libro, per poi fargli conoscere tutti i i nomi dei sette Re dell’antica Roma (Jason Momoa che sentenzia “Marco Agrippa era un grande generale, ma non era un Re”… ma stiamo scherzando!?).

Promosso con debito, si consigliano lezioni private da Chris Hemsworth, specialista nel rendere carismatico un supereroe anonimo al cinema senza mai voler fare marcia indietro.

Insomma, Aquaman è divertente, ma ora datemi un sequel ancor più scemo, folle, e che magari non duri 2 ore e 20. E pretendo Patrick Wilson che dice serissimo “Puoi chiamarmi… OCEAN MASTER!” ancora una volta, grazie.

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