Il Colore dei Soldi ha creato il concetto di legacy sequel

Il Colore dei Soldi è un film davvero strano all’interno della filmografia di Martin Scorsese, se non il più atipico in assoluto: innanzitutto non è un prodotto originale ma un sequel de Lo Spaccone (risalente a 25 anni prima, e per di più neanche suo), girato in un momento di appannamento della sua carriera, e realizzato al solo scopo di incassare per far contenti gli studios. Eppure è la prova vivente di quanto anche un film commerciale in mano a certi nomi possa essere più di un semplice film commerciale: Il Colore dei Soldi è infatti anche la storia del riscatto del suo protagonista Paul Newman, così come dello stesso Scorsese, entrambi artisti dal passato glorioso, ma che negli anni ‘80 si ritrovarono in un momento particolare delle loro carriere e delle loro vite.

Martin e Paul

Dopo essere tornato alla ribalta con Toro Scatenato e con una lunga disintossicazione alle spalle, per Scorsese i primi anni ‘80 furono una fase di transizione: la New Hollywood che lo aveva consacrato e che aveva contribuito a plasmare era appena finita, il colossale flop rimediato con Re Per Una Notte nel 1982 lo aveva fortemente ridimensionato, e nel 1983 l’improvviso stop alla produzione de L’Ultima Tentazione di Cristo lo costrinse a tornare ad un cinema più underground, dirigendo l’indipendente – e bellissimo – Fuori Orario. È una fase in cui Scorsese è costretto a scendere a patti col “sistema” per la prima volta, accettando film su commissione (tra cui quello che nel 1991 sarà il remake di Cape Fear) e prodotti che poco c’entravano col suo curriculum (il videoclip di Bad nel 1987) pur di convincere gli studios a credere di nuovo in lui, così da non farsi “inghiottire” dal cinema indipendente e farsi finanziare progetti più personali (leggasi: L’Ultima Tentazione di Cristo, che realizzerà solo nel 1988).

Contemporaneamente c’era un altro grande nome hollywoodiano a fare i conti con una fase discendente della sua vita: Paul Newman, che pur mettendo sempre a segno qualche film interessante – come Colpo Secco, considerata una delle migliori commedie degli anni ‘70 – da qualche anno aveva messo la sua carriera cinematografica in secondo piano per fare il pilota d’auto, aveva seri problemi di alcolismo, e soprattutto era ancora tormentato dalla morte di suo figlio Scott, suicidatosi nel 1978 con un’overdose di antidolorifici, di cui si sentì sempre responsabile.

Proprio come suo padre, infatti, Scott Newman cercava nell’alcol e nell’adrenalina una scappatoia dalla vita hollywoodiana (Paul nelle corse, Scott facendo da stuntman, spesso anche al padre), e proprio come suo padre era un attore: un mestiere che in realtà non volle mai intraprendere, sapendo che avrebbe voluto dire fare i conti col peso del suo cognome per tutta la vita. Come scrisse Aaron Edward Hotchner – grande amico della famiglia Newman – nel suo libro Paul and Me, un giorno Scott si sfogò con lui, rivelandogli: “Essere suo figlio è un inferno. Tutti si aspettano che sia come lui, cercano di avvicinarsi a me solo per arrivare a lui, e sembrano avere sceneggiature che vogliono consegni a lui. Sono ‘Paul Newman Jr.’, capisci? Ma non ho i suoi occhi blu, non ho la sua fortuna, non ho il suo talento, non ho niente. Tutto quello che ho è solo un nome”.

Il lutto segnò profondamente Newman, che iniziò ad interrogarsi su sé stesso, sulla sua eredità, e su quanto avesse disseminato al di fuori dei suoi film, sviluppando un grande senso di colpa per aver costretto il figlio a seguire le sue orme, invece che aiutarlo a trovare una sua strada.

Sempre in Paul and Me, Hotchner rivela che Newman sapeva benissimo che il figlio non aveva il talento necessario, così come sapeva che in fondo non aveva alcun interesse a fare l’attore, ma che non fece nulla per cambiare il corso degli eventi (“Dovevo dirgli che non aveva talento per fare l’attore, dovevo essere sincero. E invece che ho fatto? Ho usato la mia influenza per fargli ottenere sempre più ruoli, che non ha fatto altro che aumentare le sue insicurezze e i suoi fallimenti, facendolo cadere ancora di più nell’uso di droghe”).

Classe 1925, Paul Newman affrontò demoni molto comuni agli uomini della sua generazione: dall’alcolismo (ai suoi tempi ancora ritenuto un semplice vizio, piuttosto che una dipendenza) al rapporto distaccato col proprio figlio maschio, derivato – come nella maggior parte dei casi – da quello che aveva avuto a sua volta con suo padre, Arthur Newman, rivedendo nei suoi errori con Scott gli stessi che Arthur aveva commesso con lui (“Mio padre mi trattava sempre come fosse deluso da me, e ne aveva ogni diritto. La cosa più intima che abbiamo mai avuto è una stretta di mano. Volevo piacergli, volevo assolutamente dimostrargli che potevo farcela nella vita, ma morì prima che diventassi un attore, quindi se n’è andato convinto che fossi un fallito. La cosa ancora mi tormenta. Una delle cose che più mi fa soffrire è sapere che mio padre non ha mai visto quello che sono diventato. Era un uomo brillante e con un grande senso dell’umorismo, ma era molto distaccato, quasi imbarazzato”).

Newman cercò di perdonare innanzitutto sé stesso, e dopo la morte del figlio si trasformò nel più grande filantropo di Hollywood, creando strutture per la tossicodipendenza intitolate al figlio, centri di accoglienza per malati di leucemia e AIDS (di cui uno persino in Italia, a Pistoia), e la Newman’s Own, azienda produttrice di cibo biologico i cui proventi sono sempre andati in beneficenza (e che dal 1982 conta donazioni benefiche fino a 600 milioni di dollari). Una “rinascita” che si rispecchiò anche sulla sua carriera grazie a Sydney Pollack e Sidney Lumet, che lo riportarono su tutti i radar tra il 1981 e il 1982 con Diritto di Cronaca e Il Verdetto, che gli diedero gli stimoli di un tempo e gli valsero due candidature consecutive agli Oscar.

Proprio su Il Verdetto Newman apparì in una veste inedita: non più fascinoso come un tempo ma vecchio, arreso e stanco. Il suo ruolo era infatti quello di Frank Galvin, un avvocato che proprio come lui aveva problemi di alcolismo, pronto però a rialzarsi e a riprendere in mano la sua vita con quello che potrebbe essere il suo ultimo caso, o almeno l’ultimo per poter riconquistare la propria dignità, quasi come stesse interpretando sé stesso. 

Seppur già previsto dalla sceneggiatura infatti, Lumet racconta che fu Newman stesso ad aggiungere dei dettagli che esaltassero l’alcolismo del suo personaggio (come lo spray per l’alito per mascherare l’odore di alcol), dando a Galvin dei contorni autobiografici, quasi come terapia, in uno dei primi casi in cui il personaggio non era altro che un avatar dell’attore stesso, che portava su schermo i suoi demoni personali e il suo riscatto (anticipando casi più recenti come Robert Downey Jr. con Iron Man, Mickey Rourke con The Wrestler, Michael Keaton con Birdman, o Brendan Fraser con The Whale), tanto che la maggior parte della critica definì la performance di Newman come la migliore della sua carriera.

Newman sfruttò questo rilancio per tornare a dirigere un film a dodici anni dalla sua ultima regia: Harry & Son, film del 1984 che venne distrutto dalla critica ma per lui molto personale, nel quale inserì molte dinamiche che ricordavano quelle tra lui e suo figlio.

25 anni dopo

Mentre Paul Newman girava Harry & Son in tutte le librerie uscì Il Colore dei Soldi di Walter Tevis, sequel de Lo Spaccone, romanzo scritto sempre da Tevis nel 1959 e famoso soprattutto per l’omonimo film del 1961 con protagonista proprio Newman. Lo Spaccone ai tempi fu un classico istantaneo: da subito considerato un capolavoro, divenne uno dei migliori incassi del 1961, rilanciò il biliardo in tutte le sale giochi del mondo, e consacrò Newman a star mondiale, valendogli la prima candidatura all’Oscar della sua carriera. Stuzzicato dall’idea di adattare il libro e riprendere il ruolo di Eddie Felson 25 anni dopo, fu proprio Newman a contattare Scorsese per la regia, che era proprio alla ricerca di un film commerciale per rilanciarsi tra i grossi studios.

Lo Spaccone era uno dei film preferiti di Scorsese, che però una volta letto lo script decise di prendere un’altra strada, cercando di non rendere Il Colore dei Soldi un semplice adattamento del libro e tagliando fuori personaggi importanti del primo film come Minnesota Fats o il suo manager Bert Gordon (“Era un seguito nel senso più letterale, che avrebbe incluso addirittura delle scene del primo film. Aveva i suoi punti di forza, ma non era il film che volevo fare”).

Scorsese ebbe l’idea di quello che sarebbe stato il film quando si rese conto di un piccolo dettaglio: quella con Newman sarebbe stata la sua prima collaborazione con una star che non aveva contribuito a creare, nonché una delle più grandi della vecchia Hollywood, quella Hollywood che Scorsese e i suoi coetanei avevano “mandato in pensione” qualche anno prima (come disse in un’intervista per Cinephilia & Beyond, “Con De Niro e tutti gli altri era diverso: eravamo amici, artisticamente eravamo cresciuti insieme. Ma questa era la prima volta che collaboravo con qualcuno che avevo visto sullo schermo da ragazzo”).

Scorsese decise dunque che il film non sarebbe stato un sequel, ma un confronto tra generazioni: fu così che nacque il personaggio di Vincent Lauria, interpretato dal giovane più in ascesa di Hollywood, un poco conosciuto 24enne di nome Tom Cruise, che da lì a qualche mese sarebbe diventato una star mondiale grazie a Top Gun.

Ne Il Colore dei Soldi Eddie Felson non gioca più a biliardo da anni, si è messo a produrre alcolici e ha una vita tranquilla e diurna – al contrario de Lo Spaccone, dove era una creatura prettamente notturna, sincronizzato unicamente con gli orari delle sale gioco – ed è diventato quello che odiava di più: è diventato quello che era Bert Gordon nel primo film. Eddie lo Svelto da raggirato è diventato il raggiratore, ed è – come Newman stesso – un alcolista, l’esatto opposto di quello che era 25 anni prima ne Lo Spaccone, dove ammoniva spesso la sua ragazza per il troppo bere. Tutto questo finché non vedrà il giovane Vincent Lauria tirare di stecca, il che risveglierà in lui il vecchio Eddie Felson. Prendendolo sotto la sua ala protettiva, Eddie insegnerà a Vincent tutti i trucchi del mestiere per non buttare via il suo talento, in particolare quello che lui su Lo Spaccone non era mai riuscito a imparare: saper perdere.

Oltre a prendere relativamente le distanze da Lo Spaccone, Scorsese cercò un approccio al passo coi tempi, ricalcando molte dinamiche dell’archetipo del film sportivo moderno, nato pochi anni prima con la saga di Rocky (lo stesso finale del film, con la sfida a porte chiuse tra Paul Newman e Tom Cruise per decretare chi sia il miglior giocatore tra i due, senza mai rivelare mai chi vincerà, non può non far pensare al match privato tra Rocky e Apollo Creed nel finale di Rocky III), trasformandolo in un film a sé stante, godibile anche per chi non avesse mai visto il primo.

Il Colore Dei Soldi valse a Newman la sua prima vittoria agli Oscar, a ben 62 anni, dopo così tante candidature andate a vuoto (ben 7) che la sera della vittoria neanche si presentò alla cerimonia, convinto che anche stavolta non l’avrebbe vinto. Inoltre permise a Scorsese di tornare in pista e girare (finalmente) L’Ultima Tentazione di Cristo, e involontariamente creò un nuovo modo di concepire i sequel, un modello che ad Hollywood nell’ultima dozzina d’anni è diventato l’approccio dominante per rivitalizzare i vari franchise dormienti: il cosiddetto legacy sequel.

La nascita del legacy sequel

Tra Star Wars, Superman, Indiana Jones, Rocky, Karate Kid, Rambo, e tante altre saghe, gli anni ‘80 furono il primo decennio in cui i sequel iniziarono ad essere alla base delle strategie commerciali hollywoodiane. Ma in questo panorama Il Colore dei Soldi fu probabilmente il più inusuale di tutti, perché proseguire la storia di uno dei personaggi più iconici del cinema classico hollywoodiano non era il suo primo obiettivo, come Newman stesso precisò durante la promozione, affermando che non era il classico sequel ma “…un film molto personale per me. Un film sul riaccendere la passione, sulla sfida tra gioventù e vecchiaia. Non è un vero sequel, è un’estensione della storia di Eddie, esaminata da un altro punto di vista”.

Un concetto poi ribadito in una serie di interviste a lungo andate perdute (e recuperate da Ethan Hawke nel 2022 per la bellissima serie-documentario The Last Movie Stars, dedicata proprio a Newman e sua moglie Joanne Woodward), dove Newman ribadiva la completa fusione col personaggio di Eddie Felson: “Alla fine de ‘Lo Spaccone’ Eddie ha dovuto abbandonare il suo talento e scomparire, e si ritrova a fare ciò che fa chi si ritira: si mette a fare altro. I fantini, i piloti, gli atleti… sono costretti a fare altro. E dimenticano. Ma ciò che succede a Eddie nel film è che ricorda, riscopre il suo talento attraverso un ragazzo”.  La stessa scena finale, dove un Eddie Felson ormai riappacificato con sé stesso, e diventato per la prima volta un mentore, apre la partita contro Vincent con un trionfale “Hey, sono tornato!” era un momento piuttosto autoreferenziale, come fosse Paul Newman a pronunciarla, e non Eddie Felson.

Il Colore Dei Soldi non fu il primo caso in cui un attore ormai attempato rispolverava il mito del suo personaggio più celebre (solo tre anni prima Sean Connery era tornato ad interpretare James Bond dopo 12 anni in Mai Dire Mai), ma fu il primo a farlo portando una riflessione sulla vita e sull’eredità di quel personaggio, dove il confronto con una nuova generazione era essa stessa il prosieguo della sua storia. Il legacy sequel infatti non è solo il seguito della storia, ma un film che affianca dei nuovi protagonisti a quelli storici, come se i nuovi protagonisti fossero avatar degli stessi spettatori, in alcuni casi cresciuti anche loro col mito dei personaggi originali, ormai in là con gli anni ma sempre pronti ad un ultimo grande colpo di coda accanto ai loro “eredi”.

Quello della vecchia gloria chiamata a confrontarsi coi propri eredi (spirituali o biologici) è un modello che vediamo sempre più spesso negli ultimi anni: vi ricordate quella fase alla fine degli anni 2000 in cui sembrava che l’unico modo per onorare (e sfruttare) i film storici fosse farne dei remake irrimediabilmente brutti, magari appellandoci ai pochi remake davvero riusciti per ritenerli legittimi (quante difese di remake atroci ci siamo dovuti sorbire solo perché “anche La Cosa e Scarface sono dei remake”?), ritrovandoci invasi dai vari remake di Robocop, Footloose, Atto di Forza, Karate Kid, o Nightmare? Tutti flop che non piacevano a nessuno e che avevano il solo effetto di legare i fan agli originali ancora di più. Dopo svariati flop, Hollywood ha poi optato per due nuove opzioni: ignorare i sequel “scomodi” per produrre dei presunti sequel diretti dei capitoli più amati (Terminator: Destino Oscuro, il Non Aprite Quella Porta del 2022, o l’Halloween del 2018) e quella ormai più diffusa, quella del legacy sequel, che inconsapevolmente Il Colore Dei Soldi inaugurò. 

I vari Tron: Legacy, Top Gun: Maverick, Blade Runner 2049, Creed, Ghostbusters: Legacy, Cobra Kai, Wall Street: Il Denaro Non Muore Mai, Jurassic World, Space Jam: A New Legacy, Il Risveglio della Forza, Independence Day: Rigenerazione, Spider-Man: No Way Home, o gli ultimi due Indiana Jones infatti non sono dei semplici sequel, ma un incontro tra generazioni di protagonisti, un passaggio di consegne che oscill tra la “riflessione” su cosa hanno significato quei franchise per intere generazioni di fan coi loro insegnamenti e – nei casi peggiori – il fanservice più pigro, per non dire populista (come l’inutile cameo dei Ghostbusters originali su Ghostbusters: Legacy, il posticcio ritorno di Michael Keaton come Batman a 71 anni suonati in The Flash, o l’apparizione di Tobey Maguire, Andrew Garfield, Willem Dafoe, e compagnia in No Way Home).

Si potrebbe definire un legacy sequel anche Matrix Resurrections, che pur non nominando degli “eredi” di Neo e Trinity giocava sul metacinematografico per riflettere sul suo lascito ad anni di distanza, lanciando anche una frecciatina su che cosa significhi dare un prodotto in pasto alla banalizzazione della cultura di massa e alla capitalizzazione delle major. La stessa parola legacy ormai sta diventando sempre più presente nei nostri prodotti di consumo, figlia di una tendenza semi-inedita fino a una ventina di anni fa, che ha allungato la vita dei franchise superando l’ostacolo dell’invecchiamento (o la morte) degli attori, e che è diventata la salvezza delle casse hollywoodiane: la nostalgia derivata da un sovraccarico di cultura pop.

Quando uscì Lo Spaccone nel 1961 il cinema era molto diverso perché era il mondo ad essere completamente diverso: il moderno concetto di cultura popolare ancora non esisteva, così come non esistevano i miti cinematografici per come li intendiamo oggi.

C’erano state icone come Dracula e Frankenstein, ma per il pubblico i veri miti erano gli attori piuttosto che i personaggi: si andava al cinema per vedere “il nuovo film di James Dean, Marilyn Monroe, John Wayne, o Marlon Brando”, e non “il nuovo film di Batman, Star Wars, Harry Potter”, e compagnia; erano tempi in cui franchise e fandom erano concetti semi-inesistenti, e il divismo prevaleva sui personaggi, una differenza che lo stesso Quentin Tarantino ha sottolineato di recente parlando dei Marvel Studios, affermando che “Questi attori diventati famosi per aver interpretato supereroi non sono vere star: è Capitan America la star, o Thor. Sono i personaggi di questi franchise i veri divi, non gli attori che li interpretano”. Un pensiero condiviso qualche anno prima dallo stesso Anthony Mackie, che per i Marvel Studios interpreta Falcon da quasi 10 anni:

Elevare i personaggi a santini ha portato infatti ad una svalutazione dello star system e a un conseguente ridimensionamento degli attori, che faticano sempre più ad essere proprietari della propria immagine, e i cui personaggi possono essere svecchiati digitalmente o addirittura ricreati da zero, come fossero tutti rimpiazzabili. Se decenni fa il vero protagonista de Lo Spaccone e Il Colore dei Soldi era Paul Newman, oggi sarebbe Eddie Felson.

Per farsi un’idea di quanto lo starpower dell’attore fosse infinitamente più importante del franchise stesso, rimanendo in tema cinecomic basti pensare al Batman di Tim Burton, dove su poster e titoli di testa il nome di Jack Nicholson precedeva quello di Michael Keaton, nonostante ad interpretare Batman fosse il secondo (così come in Batman & Robin, dove il nome di Arnold Schwarzenegger appariva prima di quello di George Clooney), o al Superman del 1978, dove il protagonista Christopher Reeve era addirittura il terzo nome dei titoli dopo Marlon Brando (che nel film appariva solo nei primi 10 minuti) e Gene Hackman (che interpretava Lex Luthor).

Oggi la maggior parte delle star difficilmente spostano gli incassi al botteghino più di quanto non facciano i loro personaggi: persino Tom Cruise, forse l’ultimo vero divo del cinema a influenzare gli incassi, dopo una fase di stanca alla fine degli anni 2000 ha dovuto riesumare prima Ethan Hunt di Mission Impossible e poi Pete “Maverick” Mitchell di Top Gun per rilanciarsi e tornare a dominare il box office.

Negli anni ‘60 con l’esplosione della televisione nacque l’attuale concezione di cultura popolare, e il cinema iniziò ad essere costellato di personaggi più grandi degli attori stessi, destinati a sopravvivere anche dopo di loro, e proprio per questo ad essere persino soggetti a recasting. Il pubblico aveva già visto i vari Robin Hood, Dracula, o Sherlock Holmes cambiare volto, ma si trattava di miti più vecchi del cinema stesso, che in alcuni casi al debutto sul grande schermo erano già delle reinterpretazioni a loro volta (il primissimo Dracula con Bela Lugosi del 1931 ad esempio non era tanto un adattamento del romanzo di Bram Stoker, quanto dello spettacolo teatrale del 1924).

Sconvolgere il pubblico con un recasting infatti era ancora possibile: basti pensare al clamore che generò l’ingaggio di George Lazenby come James Bond nel 1968 -forse il recasting più rischioso della storia del cinema – tanto da suscitare nei produttori un timore visibile persino nei poster (se il nome di Sean Connery nei poster era scritto in grassetto e a caratteri cubitali tanto quanto quello di James Bond, al contrario quello di George Lazenby era decisamente meno esaltato).

È sempre la società a influenzare l’arte, ed è innegabile che viviamo in tempi culturalmente – e artisticamente – poco stimolanti, pieni di successi commerciali ma poveri di fenomeni di massa e in astinenza di nuove icone: i film che hanno generato più incassi nel 2023 – ossia Super Mario e Barbie – sfruttano marchi risalenti rispettivamente a 42 e 64 anni fa, mentre il più grande colosso dell’ultimo decennio – ossia il Marvel Cinematic Universe – è basato su personaggi creati perlopiù 60 anni fa. La stessa cultura pop che tanto amiamo (e che ormai con le macro-nicchie di internet non esiste neanche più) ci ha inghiottito, spingendoci ad analizzare e dissezionare il passato in modo quasi morboso, sempre più ossessionati dal concetto di eredità perché pregni (per non dire saturi) di decenni di cultura popolare alle spalle. 

Il Colore Dei Soldi all’interno della filmografia di Scorsese è un film relativamente minore, eppure senza volerlo ha creato il modello su cui si basano quasi tutti i sequel moderni. Ma non fu nulla di programmato: non fu una scelta algoritmica per sperimentare nuove forme di sequel, né tantomeno un’operazione nostalgia: era “solo” la volontà di Paul Newman di fare i conti con sé stesso e la sua pesante eredità, una parte importante del percorso che aveva fatto dalla perdita del figlio, che lo portò ad capire che il primo ad essere rimasto schiacciato dal suo mito era proprio lui.

Intervistato su Buffalo Bill e Gli Indiani, film del 1976 di Robert Altman che decostruiva il mito di Buffalo Bill, a Newman venne chiesto perché aveva accettato la parte del celebre cacciatore, con lui che rispose “Lo considero la prima vera stella del cinema. Non c’è nulla di male a ridere dei tuoi eroi, perché non esiste che un essere umano possa sostenere ciò che lo ha reso leggenda in tutti quegli anni”.

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