Il cavaliere oscuro – Il ritorno e la trappola del “cinecomic maturo”

Christopher Nolan chiude la sua trilogia su Batman col capitolo più imponente, epico e ambizioso. Anche il peggiore, purtroppo. Chiariamoci: ci sono momenti di buonissimo cinema, ne Il cavaliere oscuro – Il ritorno. È un film d’autore, lontano dalla piattezza di Batman Begins e che mantiene i punti di forza stilistici de Il cavaliere oscuro, ma è anche il capitolo in cui tutti i nodi vengono al pettine: appare più chiaro che mai quanto a Nolan di Batman freghi pochissimo, e che faccia di tutto per doverci passare meno tempo possibile.

Che poi non è il primo: io sono un fan dei Batman di Tim Burton, ma anche lui non è che fosse entusiasta del personaggio. Burton però è anche un visionario, quindi è riuscito a regalarci un’interpretazione del Crociato di Gotham vicina alla sua poetica, conferendogli fascino e mistero. Nolan questo lo abbozza su Begins, ma già dal secondo capitolo è chiaro il suo intento di fare proprio tutt’altro.

Non è un approccio che mi fa impazzire, ma Il cavaliere oscuro è un ottimo prodotto: sarà pure un thriller d’azione in cui stranamente ci sono tizi vestiti da supereroi, ma nel genere in cui decide di giocare la sua partita si rivela solido e sgancia momenti di una potenza innegabile. Per dirne uno: che meraviglia è la scena in cui Batman deve salvare Harvey Dent/Rachel Daws? La tragica sorte dell’amata del protagonista in una scena che finalmente lascia da parte i monologhi enfatici e si degna di finire bruscamente, cogliendo brillantemente l’assist dato dall’approccio pseudo-realistico. Un momento amarissimo, davvero senza precedenti nel cinema supereroico e di una bellezza spiazzante.

Ecco, pure qua si sceglie di fare “altro” rispetto al comune film di supereroi, ma allora perché stavolta non funziona? Perché il secondo capitolo si degnava almeno di far girare tutto intorno a Batman. Qui invece la sua presenza è ornamentale, e ad esempio in 2 ore e 40 di film lo si vede pochissimo col costume. Il cavaliere oscuro – Il ritorno è un film schizofrenico, quasi due film in uno, che non riesce a integrare i tizi in costume col resto. E soprattutto, quando cede agli eccessi da fumettone scade in momenti rozzi che sembrano appartenere a un comunissimo blockbuster di terza fascia.

Va detto che l’incedere da gran finale in pompa magna ce l’ha tutto e ha anche lui i suoi momenti potentissimi (il prologo con Bane su tutti), ma spogliare il suo eroe di ogni carisma in definitiva non ha pagato: la bat-tuta è di una bruttezza deprimente (la peggiore in assoluto, altro che i capezzoli), le scazzottate sono goffe (grave), la filosofia di fondo non è quella del Batman fumettistico ma sembra piuttosto rubata a Superman (noto simbolo di speranza, mentre Batman è notoriamente sfiduciato e disilluso).

Non vengono in aiuto i cattivoni: Bane è un villain che parte piuttosto bene ma si perde per strada, venendo infine affossato da un ridicolo twist finale che lo trasforma in un brocco; Catwoman è interpretata con convinzione da Anne Hathaway ma si rivela decisamente inutile, l’ennesima scusa per regalare al protagonista un affaire amoroso; l’Alfred interpretato dall’incolpevole Michael Caine invece qua è veramente un personaggio insulso, petulante e retorico fino alla nausea.

In definitiva: Il cavaliere oscuro – Il ritorno, nel bene e nel male, è la summa dei pregi e difetti di una saga sicuramente encomiabile per la sua ricerca di un’identità a parte rispetto a quanto era venuto prima. Quando è in stato di grazia Nolan filma delle scene magnifiche, specie quelle che hanno a che fare con Bane (indimenticabile quella svolta allo stadio: potentissima); quando è costretto a misurarsi con i momenti più da fumetto abbassa invece la guardia, abbandonandosi all’inerzia e sabotando il suo stesso lavoro con sequenze “d’azione” pigre e tirate via.

Il seme di qualcosa di davvero epico lo si scorge nel segmento dedicato alla fuga di Bruce Wayne dalla prigione di Bane, ma anche quella parte deve dividersi lo spazio con altre mille micro-sequenze, perdendosi in mezzo a un minestrone fin troppo ambizioso, in un racconto ricco di spunti validi ma dal respiro cortissimo.

Un film che aveva molti degli stessi difetti di Spider-Man 3 (troppa carne al fuoco, qualità altalenante) senza averne lo stile e soprattutto senza che se ne accorgesse nessuno. Ma erano i tempi in cui il nome di Nolan era sinonimo di capolavoro no matter what: quelli in cui, in sostanza, finì per starmi antipatico. Ora che a nessuno è piaciuto Tenet (divertentissimo, invece) ha fatto il giro e mi è diventato simpatico. Simpatie a parte: questo semplicemente non è il mio Batman, ma sicuramente è quello di chi detesta la roba stilizzata che invece io amo, alla quale associo più libertà e più meraviglia.

Burton e Schumacher per me non sono impareggiabili per ragioni dogmatiche, ma perché alfieri di un modo di intendere il cinema – in questo caso quello tratto dai fumetti – che fa sempre più fatica a trovare spazio in sala senza essere immediatamente rigettato con l’accusa di essere “troppo ridicolo”. E questo è un effetto (indiretto, ovviamente) dei Batman di Nolan, e la ragione per cui – pur ammettendone le qualità – non sono mai riuscito ad amarli.

Anche se c’è un problema che va oltre la soggettività: l’approccio “maturo”, che in realtà è soltanto serioso, ha regalato un alibi a chi voleva guardare i film di supereroi senza sentirsi in difetto. Ha creato un precedente, e il cinefumetto ha cominciato ad andare bene solo quando dal fumetto prendeva le dovute distanze: non necessariamente da un punto di vista filologico, ma proprio di approccio.

È quello che fanno spesso i film MCU, annientando il “sogno”, il filtro con cui la storia viene raccontata dai suoi autori, rendendo il tutto il più impersonale possibile e costellando quasi sempre il racconto di “pause cabaret”, in cui il film si ferma per ammiccare al pubblico e ammettere la sua manifesta inferiorità rispetto al cinema “vero”.

È la sola ragione per cui questi prodotti, spesso platealmente modesti, godono dei favori di pubblico e critica: cercano di farci sentire stupidi il meno possibile. Almeno Nolan, svogliato nei momenti fumettosi e motivatissimo in quelli da film “adulto”, lo ha fatto mettendoci dentro anche del buon cinema.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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