Harry Potter e l’ordine della fenice: quando arrivò David Yates e la magia finì

Eccoci arrivati all’inizio della fine, sia perché il franchise di Harry Potter volgeva effettivamente al termine, sia perché per la prima volta mostrava segni di cedimento. Chiariamolo subito: Harry Potter e l’ordine della fenice è un film gradevole. Ritmato, avventuroso, con piacevoli momenti ironici. Narrativamente prende in prestito le cose migliori del romanzo di J.K. Rowling e almeno su carta si pone come un degno successore de Il calice di fuoco, come un film che a suo modo alza la posta con l’arrivo dell’Ordine, esplora la psicologia del suo protagonista assoluto e regala anche momenti gradevoli ai suoi comprimari. Oltre ad avere una villain clamorosa.

Il problema – non l’unico, ma quello che fa la differenza – è il suo regista, David Yates.

Non è detto che conosciate questo nome, “David Yates”. Questo perché oltre ad aver mangiato per 13 anni grazie ad Harry Potter – e averci infilato di mezzo un mediocre film su Tarzan – non è che abbia fatto granché per farsi valere come autore. A oggi immagino che abbia imparato a muoversi nell’ambito delle megaproduzioni (non ho visto i due Animali fantastici e francamente non fremo all’idea), ma quando venne ingaggiato per questo film aveva all’attivo qualche lavoro televisivo e un film indipendente, e si dimostrò tutto meno che all’altezza della situazione.

Ora, non dico che non bisogni dare opportunità a gente meno navigata, ma qua si parlava di un franchise al suo quinto film e che aveva sempre portato firme di ottimo livello: Chris Columbus, Alfonso Cuarón, Mike Newell… insomma, registi esperti e di grande talento. Yates non era nessuna delle due cose.

Una regia così inetta e sgrammaticata è un passo indietro che non si può ignorare. Si potrebbe obiettare che il grande pubblico “tanto queste cose non le capisce”, ma sarebbe abbastanza snob, no? Lo spettatore, dotto o meno quando si parla di linguaggio cinematografico, merita comunque di venire rispettato.

Yates, quando non commette imbarazzanti errori tecnici, gira con una freddezza esagerata. Anche quando la sceneggiatura gli dà degli assist non riesce a trovare il modo per catturare l’emotività dei momenti chiave (basti pensare alla scena della morte di Sirius Black). Ma il frutto di una cattiva regia ovviamente non sono solo le brutture tecniche: di tutti i film della saga, per dire, questo è quello in cui Emma Watson recita di gran lunga peggio. Ha l’aria spaesata, sembra annaspare nel tentativo disperato di dare spessore a dei momenti per i quali evidentemente non viene diretta a dovere.

Se la cava invece meglio del solito Daniel Radcliffe, ma perché la sceneggiatura ha il pregio di mostrarci un Harry “inedito” rispetto ai film precedenti, così stressato dalle mille pressioni che derivano dall’essere il “prescelto” da diventare intrattabile, trascurando i suoi amici e ponendosi spesso in maniera arrogante. Rupert Grint, come al solito, è simpatico e se la cava bene, ma non riesce a lasciare particolarmente il segno (aveva trovato più spunti nel capitolo precedente).

In aiuto al film vengono le belle musiche di Nicholas Hooper (che non sarà John Williams, ma si difende bene), il buon ritmo e soprattutto il personaggio della Umbridge, di gran lunga il villain migliore dell’intera saga. Certo, Yates indugia quando si tratta di mostrarci fino in fondo la sua perfidia (“io non devo dire bugie”, una scena potenzialmente horror che finisce proprio sul più bello), ma l’interpretazione di Imelda Staunton è veramente ottima, come sono centratissimi il lavoro che hanno fatto sul personaggio il comparto costumi e quello di set design: il suo ufficio, completamente rosa e con appesi al muro piatti di porcellana “magici” (quindi animati) che vedono raffigurati dei gattini dal miagolio flebile sono un bel tocco di classe.

Per il resto di sicuro non mancano anche dei problemi narrativi (il personaggio di Cho Chang esiste solo perché i fan volevano ‘sto fantomatico bacio, e il suo arco viene risolto in maniera goffa), ma va detto che per aver condensato il libro più lungo della Rowling nel film più corto del franchise alla fine la sceneggiatura non ci lascia con la sgradevole sensazione di essere davanti ad un film tagliato con l’accetta.

Tutto sommato, soprattutto trattandosi di un quinto (!) capitolo e al netto della sua mediocre regia, L’ordine della fenice scorre via veloce e non è affatto il film peggiore della saga. Per quello dovremo aspettare il dittico de I doni della morte, con il quale David Yates – dopo aver corretto il tiro almeno tecnicamente, diventando un regista “di mestiere” – ci delizierà con il suo innato talento da pessimo narratore.

Qui almeno si ride e si rimane un minimo coinvolti dalle varie dinamiche, merito delle idee di J.K. Rowling e dell’ottimo lavoro fatto con i quattro film prima. Certo resta un deciso passo indietro, e pone le basi per la mediocrità dei capitoli successivi.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.