Harry Potter e la pietra filosofale, o quando c’era ancora voglia di stupire

Il clamore che destò Harry Potter al suo debutto sullo schermo fu qualcosa di gigantesco. All’epoca ero un bambino, ma lo ricordo molto bene: non si parlava d’altro. Poi gli anni passano, l’aura di fenomeno sbiadisce, quindi resta il ricordo e quello ognuno se lo vive come vuole. C’è chi non vuole andare avanti (sbagliato), poi c’è chi dà per scontato un baluardo della cultura pop, magari sminuendolo, il che ci porta ad articoli (o post) di chi rivede i primi film oggi e si sorprende che non siano “invecchiati bene”.

Che cosa significhi “invecchiato bene” non mi è mai stato chiarissimo: oserei dire che è un’espressione praticamente senza senso. Il nome di Harry Potter è resistito nel tempo: i gadget si trovano ancora ovunque, chiunque sa cosa sia e c’è un’altra saga in corso (brutta quanto volete, ma c’è) che ne sta portando avanti la mitologia. Se il primo film, rivisto oggi, non riesce a “stare al passo” con la moderna sensibilità – quella dello spettatore/appassionato che consuma prodotti a ritmi da incubo (magari con la riproduzione a 2x) – c’è un motivo: è uscito vent’anni fa!

Ma forse esiste un modo di usare correttamente l’espressione “invecchiato male”: è sicuramente vecchio e stanco oggi quel modo di intendere il cinema pop, di portare avanti i franchise. Gli stilemi sono stati distillati freddamente per creare blandi prodotti industriali senza quella freschezza, senza quelle idee, ma solo con un vago sentore della grande creatività che fu.

Quando Harry Potter arrivò sul grande schermo nel 2001 nessuno se lo aspettava. Proprio come Star Wars nel ‘77, o Indiana Jones nell’81, o Ritorno al futuro nell’85. Certo, c’erano i libri di J.K. Rowling che avevano già avuto un certo successo, ma quante volte capita che un best-seller con una solida fan base non trovi fortuna nel passaggio dalla carta stampata allo schermo?

Harry Potter e la pietra filosofale era un film sulla magia, e puntava – com’è giusto che sia – a essere un’esperienza ammaliante per gli spettatori più giovani. Fu questa la chiave del suo successo mostruoso. Il senso di meraviglia scaturiva da cose che andavano oltre il mero utilizzo di effetti speciali computerizzati (in questo caso spesso infelici): i set bellissimi e imponenti, i costumi, la scelta degli attori, le musiche di John Williams… tutto così centrato da aver segnato per sempre l’immaginario collettivo. Non importa insomma quanto i fan dei libri possano lamentarsi di questo o di quel cambiamento che non gli va giù: se tutti, e non solo molti, conoscono Harry Potter, è merito di Chris Columbus.

Non si poteva trovare uomo più adatto del regista di Mamma ho perso l’aereo – nonché sceneggiatore de I Goonies e Piramide di paura – per dare il via all’avventura, con il suo piglio fieramente puerile e la sua capacità di dirigere attori giovanissimi.

Columbus scelse bene i tre piccoli protagonisti, simpatici e visibilmente affiatati: scalda il cuore rivedere i piccolissimi Daniel Radcliffe, Rupert Grint ed Emma Watson sapendo che sono poi cresciuti con i loro personaggi e ne hanno vissuto i cambiamenti nell’arco di 7 film (e mezzo). Pensare a un ipotetico reboot con altri attori sembra impossibile, anche se chiaramente succederà.

Ma passiamo allo spettacolo. La voglia di stupire creando mondi mai visti prima e sequenze ambiziose è palpabile: lo sport dei maghi, il Quidditch – disgraziatamente passato in sordina nei film successivi –, è divertente ed esaltante, e la sequenza con gli imponenti scacchi dei maghi (set meraviglioso) è una delle migliori dell’intera saga. Anche le scene che vorrebbero inquietare ci riescono, benché in quello a distinguersi sarà soprattutto il secondo capitolo.

Certo, se quando avevo sei anni le 2 ore e mezza di durata mi sembravano comunque troppo poche oggi si accusano un po’, e di perfettibile c’era senz’altro una Hermione Granger ancora troppo macchiettistica (resa poi davvero insopportabile dal doppiaggio italiano), ma Harry Potter e la pietra filosofale era ed è un film pieno di fascino, un primo capitolo che – sono sicuro – continuerà a stregare qualunque bambino a cui possa capitare di guardarlo per la prima volta.

Indubbiamente si tratta dell’inizio di un fenomeno pop davvero fulminante, inaspettato, e che difficilmente si schioderà dalla memoria; l’inizio di una saga che andrà in crescendo fino al quarto capitolo per poi inaridirsi con l’arrivo di David Yates, volgere al termine con inerzia e diventare indistinguibile dai tanti franchise blandi che puntavano a bissarla. Finché è durata però ci siamo divertiti.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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