Guida al Daredevil di Frank Miller

“Quando ero alla Marvel era Spider-Man il personaggio a cui volevo lavorare. Di Devil avevo letto qualcosa da ragazzo, ma neanche ricordavo chi fosse”.

Così Frank Miller ricorda il suo primissimo approccio a Devil. E non c’era da biasimarlo: era la fine degli anni ‘70, e ai tempi Devil era uno Spider-Man di serie B con la peggior galleria di villain mai vista all’epoca (l’Uomo Porpora, Stilt Man, il Gufo, il Matador, Mr. Fear, l’Uomo Falco), privo di qualsiasi mitologia accattivante. A caratterizzare il personaggio c’erano solo il suo handicap, il costume, e il soprannome più figo del panorama fumettistico (“L’uomo senza paura”), ma nient’altro che potesse richiamare interesse.

Miller era un disegnatore autodidatta: non aveva né una formazione accademica, né un talento innato o smisurato, ma era abbastanza determinato da presentare a 19 anni il suo portfolio a Neal Adams, Leggenda della nona arte con la “L” maiuscola e suo principale modello di riferimento al disegno. Il colloquio non andò bene: Miller racconta che Adams gli chiese “Da dove vieni?”, a cui Miller rispose “Dal Vermont”, con Adams che replicò “Allora tornaci”. Una risposta brutalmente sincera proveniente dal suo idolo, l’uomo che non poteva assolutamente deludere, che lo spinse a persistere e migliorare, finché lo stesso Adams non si convinse che quel ragazzino aveva potenziale, procurandogli anche i suoi primi ingaggi (tra cui i fumetti di Ai Confini Della Realtà), fino a realizzare il suo sogno di lavorare su Spider-Man dopo appena 2 anni.

Spider-Man disegnato da Frank Miller.

Anche se Miller si occupava solo dei disegni, il suo lavoro per Spider-Man fu un’indiretta anticipazione del suo Devil: se tutti quelli che si approcciavano a Spider-Man tendevano a seguire l’eredità di John Romita, col suo disegno su The Spectacular Spider-Man Miller fu il primo a far tornare il Ragno alle atmosfere notturne, espressioniste, e hard boiled delle primissime storie di Steve Ditko, alleggerite solo dall’ambientazione liceale e dall’ironia di Stan Lee (“Ogni volta che disegno Spider-Man è un tributo a Steve Ditko. Anche se non vedevo da anni il suo Spider-Man, non ebbi bisogno di aprirne uno: era là che aspettava, che bruciava nei miei ricordi pronto ad uscire. Penso che Ditko sia l’unico dei primi artisti della Marvel che avesse un senso per le atmosfere. Anche Jack Kirby lo aveva, ma non in quel periodo della carriera”), con influenze anche da Harvey Kurtzman (fondatore di Mad) e Bernie Krigstein. Ed è proprio su Spectacular Spider-Man n°27 che Miller disegnò Devil per la prima volta.

La prima tavola realizzata da Miller con Devil.

Un solo uomo al comando

Frank Miller mostrò subito una certa naturalezza nel disegnare Devil (“Era come disegnare Spider-Man, ma più semplice”), tanto che nel 1979 la Marvel decide di dirottare il 22enne Miller proprio sulla rivista del Diavolo di Hell’s Kitchen, in quel momento sceneggiata da Roger McKenzie, che col suo passato da fumettista horror scriveva storie dai toni decisamente più cupi di quelli a cui Devil era abituato. La cosa si sposava alla perfezione con il tratto di Miller e le inchiostrazioni di Klaus Janson, che come Miller condivideva la passione per il bianco e nero, e di conseguenza per un certo uso di luci ed ombre, ma nonostante questo le storie non erano comunque un granché, tanto che la serie rischia la chiusura. Anzi, a Miller quello che disegna piace così poco che dopo 2 anni medita di andarsene dalla rivista, salvo essere fermato da Dennis O’Neil, con cui aveva già collaborato su Spectacular Spider-Man.

Per chi non lo conoscesse, in quel momento Dennis O’Neil è “solo” uno dei migliori scrittori del decennio precedente, che alla DC -insieme al già citato Neal Adams- aveva dato nuova vita a Batman, al Joker, e salvato Freccia Verde e Lanterna Verde dall’anonimato. Ma soprattutto, O’Neil è uno che fiuta nuove idee e talenti come un segugio, e vedendo in Miller un grande potenziale anche come scrittore alla fine del 1980 decise di affidargli -oltre ai disegni- anche soggetti e dialoghi di Daredevil.

Pur essendo cresciuto a pane e fumetti, per le sue storie Miller ha altre ispirazioni: le sue serie TV preferite sono Kojak e Gunsmoke, ama la cultura orientale, i western, i polizieschi, e il noir (in particolare film come Mano Pericolosa e La Furia Umana, definiti i suoi preferiti del filone), tutti generi difficilmente riscontrabili in qualche fumetto Marvel dell’epoca. Ma O’Neil crede in lui, e inoltre la serie rischia a prescindere la chiusura, dunque senza nulla da perdere Miller ottiene carta bianca, diventando il factotum di Devil a partire dal n°168 e trovando nel personaggio gli stimoli che prima non aveva, trasformando così la serie nel suo personale noir metropolitano (“Mi affascinava molto l’idea dell’eroe cieco in un mezzo espressivo prettamente visivo come il fumetto. Quanti eroi sono più noti per quello che NON possono fare piuttosto che per quello che sanno fare? Devil mi avrebbe permesso di fare quel tipo di crime story paurosa che avevo sempre voluto”).

Il cambio di direzione è immediato, a partire dai dialoghi, a cui Miller modifica l’impostazione con dialoghi secchi e diretti, più simili a monologhi intervallati che alle classiche didascalie esplicative, muovendosi in controtendenza rispetto al resto dei fumetti americani, ai tempi ancora inutilmente prolissi e pieni di dialoghi, e cercando qualcosa di più vicino al fumetto orientale (“Trovavo che i fumetti americani fossero troppo verbosi e ridondanti, mentre quelli giapponesi erano più spogli. Così decisi di fare un ibrido”).

“La città della paura” (e dell’Uomo Senza Paura)

L’amore di Frank Miller per il noir si sposava alla perfezione con l’ostile realtà newyorkese dei tempi: la New York del suo Devil era infatti quella truce e selvaggia di Taxi Driver, Cruising, e I Guerrieri Della Notte, quella dove rapine, effrazioni, e omicidi -solo nel 1981, l’anno in cui Miller prese le redini della testata, a New York ne furono commessi ben 1828- erano all’ordine del giorno, come Klaus Janson stesso ricorda (“Credo che parte del divertimento dello sfogliare le nostre vecchie storie di Devil sia che mostri una città sporca, ostile, e crudele, il che era abbastanza veritiero. Fidatevi, non avreste voluto vivere ad Hell’s Kitchen negli anni ‘70 e ‘80”).

Una normale serata newyorkese di fine anni ’70.

Alla fine degli anni ‘70 infatti non era raro per un turista arrivato a New York imbattersi in degli opuscoli chiamati “Welcome to Fear City”: volantini battezzati da un teschio sul fronte che formavano una sorta di “guida di sopravvivenza” alla città, che fecero infuriare il sindaco dell’epoca Abraham Beame e che invitavano a seguire delle semplici regole per non farsi sopraffare alla Grande Mela (come non uscire dopo il tramonto, non passeggiare da soli, evitare la metropolitana, e non andare fuori Manhattan).

Uno dei tanti volantini distribuiti per New York.

Una giungla d’asfalto di cui lo stesso Miller si ritrovò vittima pochi anni dopo, prendendo spunto da una rapina subita per creare Il Ritorno Del Cavaliere Oscuro (“Il mio Batman nacque da una serie di rapine, una delle quali mi vide come vittima. C’è qualcosa di degradante nella prima volta in cui ricevi un pugno nello stomaco, vieni steso a terra e ti puntano in faccia una pistola, quando ti rendi conto che sei completamente alla mercé di qualcuno. Puoi perdere la vita. In quel momento faresti di tutto. Fu un’esperienza talmente umiliante che mi fece capire quanto Batman fosse il simbolo più potente che la DC avesse nelle sue mani”).

La violenza che Miller portò su Daredevil superava di gran lunga quella che qualsiasi rivista Marvel avesse mai mostrato: il Comics Code (l’organo di censure che regolava i fumetti dal 1954) si era già alleggerito da anni, ma difficilmente venivano mostrati sangue, tagli, e pugnalate negli albi, eppure Miller lo spinse ulteriormente ai limiti, come nella copertina del n°183, dove il Punitore spara in pieno stomaco a Devil, mostrando la fuoriuscita del proiettile (i fori da arma da fuoco erano una delle cose meno tollerate dal Comics Code).

Anche le scene di combattimento subirono una netta evoluzione: se prima i supereroi combattevano sempre con generici calci e pugni, i personaggi di Miller si affrontavano come veri artisti marziali, con mosse eleganti e coreografate, figlie della fascinazione che Miller aveva per il mondo orientale, regalando ai lettori le migliori sequenze di combattimento della Marvel dai tempi di Jack Kirby. Inoltre Miller decise di ignorare quasi completamente la continuity precedente battezzando la sua primissima storia con un personaggio completamente nuovo, la più famosa delle sue creazioni: la ninja greca Elektra Natchios.

Le donne di Frank Miller

Ho sempre detestato l’immagine della dolce ragazza della porta accanto che vuoi presentare ai tuoi. È la ragazza della strada, il vero personaggio interessante“. Queste non sono parole di Frank Miller ma di Will Eisner, che oltre ad essere una delle più grandi leggende della storia del fumetto è stato anche il maestro spirituale di Miller, una delle sue più grandi fonti d’ispirazione.

Se per l’aspetto di Elektra il modello di riferimento fu Lisa Lyon (modella e culturista dei primi anni ’80), per la caratterizzazione del personaggio Miller si ispirò -anzi, copiò, come lui stesso ci tiene sempre scherzosamente a sottolineare ad una vecchia storia di Eisner scritta per The Spirit nel 1950, dove Spirit reincontrava la sua ex ragazza Sand Saref, ormai diventata un’abile ladra: un personaggio da cui Miller rimarrà sempre affascinato, tanto da basarci anche il soggetto del suo film su Spirit nel 2008 e parte di alcune storie per Sin City.

Lisa Lyon con Arnold Schwarzenegger.

Si è sempre detto che Miller fosse un autore con poco rispetto per le donne, un misogino capace di dipingerle solo come sex symbol, ma basta leggere le sue storie per rendersi conto di quanto in realtà sia l’esatto opposto, soprattutto considerando che le sue donne non usano mai il proprio fascino per ammaliare gli altri. In un mondo – quello del fumetto supereroistico, e più in generale del mondo nerd – abbondante di dolci ragazze della porta accanto (e come diceva Will Eisner, proprio per questo piuttosto noiose) i personaggi femminili di Miller sono una ventata d’aria fresca anche dopo decenni: non sono né damigelle in pericolo né anonime figure dal bel faccino col solo scopo di regalare una love story all’eroe, così come non sono né sidekick né “estensioni” del protagonista, ma hanno un loro scopo e una loro storia, senza essere le strong women terribilmente disumane che siamo sempre più abituati a vedere.

La stessa Elektra fu qualcosa di mai visto prima, il primo vero personaggio femminile della Marvel dotato di un carisma tutto suo, senza essere parte di un gruppo o l’equivalente femminile di un eroe maschile (come ad esempio She Hulk, la Donna Ragno, o Wasp). Miller stesso per sua ammissione non amava le storie tra supereroi e le classiche “ragazze dei supereroi”, e creò Elektra per affiancare a Devil una donna che fosse della sua stessa pasta, qualcosa in netta controtendenza rispetto alla continuity della serie prima del suo arrivo, dove Matt Murdock aveva una relazione con Heather Glenn, una donna fin troppo “normale” e povera di spunti narrativi. 

Proprio come Sand Saref, Elektra era una dark lady che tornava dal passato di Devil: i due si erano conosciuti all’università, intraprendendo una storia che finirà dopo la morte del padre di lei, che la spingerà ad andare a Oriente e diventare una cacciatrice di taglie. Inizialmente Elektra avrebbe dovuto apparire in un solo numero, ma si rivelò poi essere una costante per quasi tutto il suo ciclo sulla rivista, e protagonista di alcune dei suoi momenti più memorabili: in particolare nel n°180 (“Trafitto”), una storia dove il vero protagonista non è tanto Devil quanto Ben Urich (reporter del Daily Bugle creato da Roger McKenzie pochi anni prima, ma fino ad allora mai troppo utilizzato dalla serie), in cerca di prove che colleghino il candidato sindaco Randolph Cherryh a Kingpin, che per mettere a tacere Urich assumerà proprio Elektra.

La storia inizia con Urich che si dirige in un cinema per avere le prove che tanto cerca, finché il suo informatore non viene improvvisamente pugnalato da Elektra dal sedile posteriore, che minaccerà Urich di lasciar stare ogni inchiesta. Naturalmente Urich non arrenderà, venendo così pugnalato dal sai di Elektra alla fine del numero.

Anche se Urich sopravvisse -come mostrato nel numero successivo- la scena al cinema fu una delle sequenza più suggestive e cinematografiche mai realizzate da Miller (che sempre con Ben Urich e le sue minacce di morte ricevute costruirà uno dei momenti più strazianti e cariche di tensione della sua carriera su Devil: Rinascita), nonché una di quelle che spiazzò maggiormente i fan, e fu uno degli esempi più esplicativi su come Miller usasse un alto tasso di violenza al fine di aumentare l’empatia verso i suoi personaggi, a costo di risultare brutale (“Molta gente era furiosa quando ho fatto pugnalare Ben Urich. L’unica ragione di tutte quelle critiche era che avevo utilizzato un intero numero per farlo conoscere ai lettori: non era un personaggio molto conosciuto all’epoca, anche se era uno dei miei preferiti, e facendo in modo che lo conoscessero, per poi portarglielo via, ho ottenuto una forte reazione emotiva”). L’uso più celebre di questa sua “tattica narrativa”ci sarà pochi numeri dopo, su Daredevil n°181: il numero della morte di Elektra, avvenuta per mano di Bullseye.

Il nuovo Diavolo di Hell’s Kitchen

L’uccisione di Elektra elevò parecchio lo status di Bullseye, un pò come l’omicidio di Gwen Stacy rese Goblin la nemesi definitiva di Spider-Man, trasformandolo in uno dei supercattivi più popolari di tutta la Marvel. Creato da Marv Wolfman nel 1976, Bullseye era uno dei tanti cattivi di serie B della serie, finché Miller non ci mise mano già nella sua seconda storia (n°169) “dotandolo” di un tumore al cervello che gli causa emicranie e allucinazioni, rendendolo così molto più pericoloso e spietato che mai (nello stesso numero Bullseye farà una strage a Times Square solo perché immaginerà tutti i newyorkesi con le fattezze di Devil).

C’è un vecchio stereotipo secondo cui tutti gli eroi di Miller uccidano, anche indirettamente, inclusi i suoi Batman e Devil, ma non c’è nulla di più falso. Sempre nel n°169 c’è un momento in particolare dove Miller chiarisce l’etica del suo Devil, in cui dopo un violento scontro in metropolitana Devil è riuscito a fare perdere i sensi a Bullseye, che ora si trova sulle rotaie, e con un vagone che sta per arrivare. Devil non avrebbe veri motivi per cui salvarlo: Bullseye è un mercenario col solo scopo di distribuire morte e senza possibilità di redenzione, e il tumore al cervello probabilmente lo ucciderebbe comunque, eppure Devil decide di salvarlo, così che Bullseye possa essere operato e salvato dal tumore.

L’etica di Devil venne delineata ancora di più con l’approfondimento della sua fede cattolica, che al contrario di quanto si pensa non fu un’intuizione di Miller: il primo accenno alla fede di Matt Murdock è infatti del 1975, aggiunto solo per andare incontro a un vecchio stereotipo (Matt Murdock infatti ha origini irlandesi), ma fu Miller a rendere la fede centrale nella psicologia di Devil, trovando una coerenza su come fosse possibile che un difensore della legge statale si trasformasse in un uomo che agisce al di là di quella stessa legge (“Ero convinto che Devil fosse cattolico. Solo un cattolico può essere un vigilante e un avvocato al tempo stesso“).

La morte di Elektra porterà la mente di Matt Murdock in territori oscuri (nel n°182 riesumerà persino il suo cadavere dalla tomba, convinto che la sua morte sia una montatura tipica del suo addestramento ninja) facendolo dubitare delle sue stesse regole, soprattutto nel n°181, quando lascerà volontariamente cadere da un palazzo Bullseye (che però sopravviverà alla caduta). Il tentato omicidio porterà a un nuovo livello il rapporto tra Devil e Bullseye, continuando su una storia chiamata Roulette (n°191), ossiaquello che è probabilmente il singolo numero più bello mai scritta sul Diavolo di Hell’s Kitchen, definito da Miller stesso come quello di cui va più orgoglioso.

Roulette si apre con Bullseye ricoverato in ospedale dopo il suo ultimo scontro con Devil, ancora devastato dalla morte di Elektra e pronto a vendicarsi facendogli quello che non ha mai avuto il coraggio di fare: ucciderlo, per di più con un’arma da fuoco. La pistola che stringe in mano ha 6 colpi, ma solo uno è in canna: in altre parole è una roulette russa tra Devil e un Bullseye inerme e completamente intubato in un letto d’ospedale. Su Roulette non ci sono dialoghi tra i due ma solo riflessioni di Devil, con cui Miller esplorerà uno degli elementi più importanti della sua mitologia, se non il più affascinante in assoluto: il rapporto tra Matt Murdock e suo padre Jack, pugile ucciso dalla mafia dopo aver vinto un incontro che avrebbe dovuto perdere a tavolino. Nel “parlare” a Bullseye, Devil narrerà infatti di Chuckie Jurgens, un bambino che adora Devil e che vive col padre Hank, un uomo che verrà fermato proprio da Devil quando tenterà di sparare a un uomo. Nello scoprire il lato oscuro del padre, Chuckie uscirà di senno, e prendendo la pistola del padre sparerà a un suo compagno di classe che lo prendeva in giro.

Devil rivedrà in Hank Jurgens e il figlio alcune analogie tra lui e suo padre, riflettendo sull’importanza di avere un mentore che mostrasse al figlio la giusta strada, proprio come fece Jack Murdock con lui. Salvo poi realizzare, che forse Jack Murdock non era così grande come ricordava. Sin dagli anni ‘60 infatti Jack Murdock era sempre stato raffigurato come un pugile dall’animo nobile e un padre amorevole, che spingeva il figlio a studiare legge per non doversi guadagnarsi da vivere coi pugni come faceva lui, ma da figura paterna non tanto diversa dai vari zio Ben o Thomas Wayne, Miller lo trasformò in un pugile in decadenza, un padre con problemi di alcolismo, e che occasionalmente metteva le mani addosso al figlio.

Roulette non è tanto un confronto tra Devil e Bullseye, ma tra Matt Murdock e il ricordo suo padre, perennemente conflittuale e diviso tra l’immagine di un padre duro ma sinceramente protettivo verso suo figlio, che lo spingeva a studiare per non farsi inghiottire dal marciume di Hell’s Kitchen come era successo a lui, e quella di un alcolizzato che faceva il picchiatore per la mafia, non tanto diverso dagli sgherri che Devi combatte ogni sera. E fu proprio nel riconoscere l’imperfezione del padre che da piccolo Matt Murdock scelse di diventare un avvocato: quando realizzò che persino il suo mentore, l’uomo che gli aveva impedito di farsi inghiottire dalla strada, aveva bisogno di regole e disciplina. Da questo punto di vista Roulette fu una piccola anteprima di quello che sarebbe stato L’Uomo Senza Paura, la storia del 1993 con cui Miller narrerà in chiave moderna le origini di Devil (un pò come fatto con Batman: Anno Uno qualche anno prima) andando ancora più a fondo nel rapporto tra Matt e suo padre.

Oltre a Bullseye e Jack Murdock, il più grande restauro fatto da Miller fu ovviamente quello di Kingpin, creato da Stan Lee e John Romita nel 1967 per una delle storie più iconiche dell’Arrampicamuri (“Spider-Man Mai Più”, la celebre storia dove Peter Parker getta il costume nella spazzatura). Su The Amazing Spider-Man Kingpin era un villain abbastanza costante, ma più utile alle battute di Spider-Man sul suo peso che ad altro, una gag che si ripeterà anche nel suo primissimo scontro con Devil (un piccolo retaggio di quando Devil era uno Spider-Man wannabe). Ma una volta “preso in prestito” Miller non ci impiegò molto a farlo suo, trasformandolo nel cattivo più brutale, spietato, e crudele di tutta la Marvel con la saga Guerra Tra Bande (n°170-172).

Kingpin ai tempi di John Romita.

Quando arriva su Daredevil Kingpin si è ritirato da anni a vita privata in Giappone con sua moglie Vanessa, l’unica donna capace di placarlo, che da anni lo voleva fuori dalla criminalità. Ma quando le bande che si sono spartite il suo impero criminale a New York scoprono che Kingpin è in possesso di prove compromettenti contro di loro come “assicurazione”, decidono di ucciderlo. Il conflitto coinvolgerà però anche sua moglie Vanessa, che verrà apparentemente assassinata, spingendo Kingpin a far fuori chiunque possa essere il responsabile e a riprendersi il suo impero. Senza più sua moglie a placarlo, Kingpin tornerà ad essere il boss del crimine newyorkese, più spietato e violento che mai, trasformandosi nel vero Kingpin di Frank Miller.

Se c’è un momento in particolare che segna il punto di svolta per il personaggio, quello è nel n°172, quando Kingpin uccide il suo braccio destro Lynch -credendo sia l’assassino di sua moglie- fracassandogli il cranio a mani nude, con una brutalità inusuale per i fumetti dei tempi. In quel singolo momento Kingpin smise di essere “il Jackie Gleason dei supercattivi” (come lo definì Miller) per diventare definitivamente il peggior incubo di Matt Murdock. 

Tra i personaggi presi in prestito e consacrati da Miller ci fu anche il Punitore, già piuttosto popolare tra i lettori ma ancora non affermato come personaggio solista (per avere una sua serie da protagonista bisognerà aspettare il 1986), che Devil incontrò per la prima volta nel n°183.

L’amore di Miller per il Giappone e la cultura orientale caratterizzerà soprattutto gli ultimi numeri del ciclo, dove i personaggi principali saranno la Mano (il clan di ninja che ha trasformato Elektra in una guerriera, e che la risusciterà nel n°190, il penultimo scritto da Miller) e Stick, il cieco che addestrò Matt Murdock da ragazzo, insegnandogli a tramutare la sua cecità in una risorsa. Per la creazione di Stick Miller prese spunto dall’eroe cieco più celebre d’Oriente: Zatoichi, protagonista in Giappone di una lunga serie di film negli anni ‘60, riproponendo poi il personaggio nel 1993 sul già citato L’Uomo Senza Paura.

Anche se non scrisse più sulla rivista come sceneggiatore regolare, Miller tornò occasionalmente su Devil nel 1986, il suo annus mirabilis, dove realizzerà -oltre a Il Ritorno Del Cavaliere Oscuro per la DC- capolavori come Devil: Rinascita, Devil: Amore e Guerra ed Elektra: Assassin.

L’eredità del Devil di Frank Miller

Il ciclo di Miller su Daredevil durò “solo” 23 numeri, spalmati tra il 1980 e il 1982, dove ricostruì il personaggio quasi da zero: creò Stick, Elektra, la Mano, fece uscire dal guscio il Punitore, e diede nuova vita a Kingpin, Ben Urich, e Bullseye, influenzando tutti gli scrittori che ci si approcceranno nei decenni successivi e facendo un pò da precursore ai Marvel Knights, la linea nata nel 1998 con lo scopo di trattare tematiche più mature e realistiche lasciando una maggiore libertà artistica (e che proprio per questo avevano spesso protagonisti i personaggi più “urbani” della Marvel). Dopo Miller Devil ebbe altri grandi cicli (soprattutto quelli di Ann Nocenti e Brian Michael Bendis), ma nessuno ebbe mai il suo impatto, così come nessuno -almeno per chi riportò Devil alle atmosfere noir- riuscì mai ad eguagliare il suo stile, che più di 40 anni dopo non ha perso nulla della sua freschezza.

Probabilmente ciò che distinse Miller da tutti gli altri fu la sua capacità di avere un’anima passatista senza però essere un conservatore, un autore fuori dal suo tempo che attingeva a modelli sorpassati, persino avulsi dal contesto supereroistico, trasformando così una rivista prossima alla chiusura nel più grande noir metropolitano mai visto alla Marvel. Rispetto ai suoi contemporanei infatti, Miller non venne ispirato dai fumetti di supereroi degli anni ‘60 e ‘70, e non tentò mai di seguire l’eredità dell’ineguagliabile lavoro di Stan Lee, Steve Ditko, Jack Kirby, John Romita e compagnia, sapendo quanto fosse impossibile (oltre che poco originale).

Frank Miller e Will Eisner.

Le ispirazioni di Miller venivano da un passato ancora più remoto, e da una narrativa molto lontana dal fumetto supereroistico, e forse non è un caso che alcuni degli autori più audaci degli ultimi 50 anni oltre a Miller (come Alan Moore, Peter David, Chris Claremont, Dennis O’Neil, Garth Ennis, Grant Morrison, Mark Millar, giusto per dire alcuni dei più noti) ragionassero alla stessa maniera, venendo da mondi completamente opposti da quello nerd, e prendendo sempre ispirazione da ambienti e contesti ben lontani da quelli abituali ai fumetti di supereroi; esattamente come fecero Lee, Kirby, Ditko ecc. ancor prima di loro, infrangendo i dogmi narrativi degli anni ‘40 e ‘50. 

In fondo l’innovazione nell’arte non è altro che una continua reinterpretazione del passato, un ciclico rimpasto di elementi conosciuti (o considerati “superati”) per ottenere qualcosa di inedito. E da questo punto di vista, pochi nel mondo del fumetto possono dire di averlo capito quanto Frank Miller.

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