Cuori in Atlantide, un dimenticato adattamento da Stephen King

Estate del 1960. L’undicenne Bobby Garfield (Anton Yelchin), orfano di padre, vive con sua madre Liz nella cittadina di Harwich, nel Connecticut. Sua madre ha un rapporto molto freddo con lui e sembra presa da altre cose, così quando entra in scena un nuovo misterioso vicino di casa, l’anziano Ted Brautigan (Anthony Hopkins), la vita di Bobby prende una piega inaspettata. I due diventano grandi amici: Ted lo inizia alla lettura dei classici, lo guida verso scelte decisive (come farsi avanti con la ragazza che gli piace), lo aiuta a capire di più di sé stesso. Purtroppo però c’è una minaccia incombente: Ted possiede delle capacità sovrannaturali che possono essere utili a qualcuno e dei misteriosi ceffi lo stanno cercando…

Può un film tratto da un racconto di Stephen King, sceneggiato da William Goldman e interpretato da Anthony Hopkins avere la stessa fama di un B-Movie da cestone del supermercato? Beh, Cuori in Atlantide ci è riuscito: di tutte le trasposizioni kinghiane è l’unica di cui si sono scordati veramente tutti. Quando tre anni fa stava per uscire It ho visto fioccare articoli su articoli che parlavano di adattamenti vari da Stephen King e veniva citato tutto, anche la roba più insulsa, ma questo mai.

Il 31 dicembre è stato il compleanno di Anthony Hopkins e IMDB – forse il sito di cinema più famoso al mondo – ha realizzato come di consueto un video tributo con spezzoni dai vari film da lui interpretati. Ora, quel che mi aspettavo io è che come al solito Cuori in Atlantide venisse tralasciato. Gli succede sempre, figurarsi se l’occasione è il compleanno di un attore che ha fatto tantissima roba molto più celebrata e conosciuta. E invece IMDB una clip da Cuori in Atlantide ce l’ha infilata, salvo scrivere che era tratta da Il miglio verde. Il sito di cinema più visitato al mondo fa un errore del genere e a me pare chiaro che il mondo non voglia saperne di ricordare questo film.

Cuori in Atlantide è la trasposizione del racconto Uomini bassi in soprabito giallo, contenuto nella raccolta di Stephen King intitolata per l’appunto Cuori in Atlantide, che contiene a sua volta un racconto (bellissimo) intitolato proprio Cuori in Atlantide che però non è quello che hanno deciso di adattare: gli hanno solo “rubato” il titolo, effettivamente più evocativo.

Dirige l’australiano Scott Hicks, che prima si era fatto notare con il biopic Shine (che gli valse la nomination all’Oscar come miglior regista), e scrive il già citato William Goldman, illustre romanziere e sceneggiatore americano dietro a capolavori come Tutti gli uomini del presidente, Il maratoneta e il kinghiano Misery non deve morire. Il racconto originale fa parte dell’universo de La torre nera, ma diciamo che non è esattamente quello il suo punto di forza: Goldman lo capisce al volo e omette ogni riferimento alla famosa saga del Pistolero per concentrarsi sull’intenso rapporto di amicizia tra il misterioso Ted Brautigan e il piccolo Bobby Garfield.

Ne viene fuori una gara di bravura tra Anthony Hopkins e l’allora undicenne Anton Yelchin (tragicamente scomparso nemmeno trentenne quattro anni fa), che rendono credibile un rapporto costruito già benissimo su carta e riportato molto fedelmente dalle pagine di King.

L’ambientazione anni ’60, creata dalla meravigliosa set designer Barbara Ling – stranamente poco prolifica, recentemente artefice del lavorone di scenografia per C’era una volta a… Hollywood – e fotografata in maniera incredibile dal polacco Piotr Sobociński (purtroppo morto dopo le riprese, era il direttore della fotografia tra le altre cose di Tre colori: Rosso di Krzysztof Kieślowski) è la ciliegina sulla torta di un film dall’atmosfera centratissima, che sceglie anche i brani d’epoca giusti (si passa da “Sleepwalk” di Santo & Johnny a “Smoke gets in your eyes” dei Platters, “Sh-Boom” dei Crew Cuts e “Carol” di Chuck Berry) per accompagnare il racconto malinconico della strana estate di Bobby Garfield.

Goldman prende in prestito i momenti di poesia migliori dal racconto di King e fa in modo che riescano a emozionare anche sullo schermo, ma gioca un ruolo fondamentale anche la regia delicata ed elegante di Scott Hicks, che evita ai momenti potenzialmente strappalacrime di diventare fastidiosi, lasciando che la chimica tra Hopkins e Yelchin parli da sé, o che i momenti teneri tra due fidanzatini undicenni risultino genuinamente toccanti (grazie alla bravura non solo di Yelchin ma anche di Mika Boorem), senza mai calcare la mano.

Questo all’epoca non impedì a certa critica di trattarlo con sufficienza (interessante la definizione “Emotional pornography” adottata da Peter Travers del Rolling Stone) proprio per via dei suoi sentimentalismi, ma in realtà non c’è un momento in cui risultino fuori posto. “Ti amo Bobby Garfield, ma adesso devo preparare l’insalata” è una battuta di una malinconia disarmante, che qua ha persino il merito di essere contestualizzata meglio che nel racconto originale.

Uomini bassi in soprabito giallo rispetto al film ci andava giù più pesante nei momenti drammatici, riservando anche un destino molto diverso al protagonista, e questo forse tra i cambiamenti voluti da Hicks e Goldman è il più frustrante. Il più interessante invece è l’importanza che viene data all’aspetto sovrannaturale: la sceneggiatura di Goldman ti lascia intendere che qualcosa di strano c’è, forse è magia o forse sono poteri alieni (chi ha letto il racconto sa qual è la risposta), ma non è importante.

Probabilmente è per questo che Cuori in Atlantide non ha attecchito: è un film “piccolo”, intimo, che anche se lo suggerisce non cede mai il passo allo spettacolo. La magia è lì sullo sfondo, così come la meschinità e le minacce del mondo adulto; a fuoco ci sono l’affetto tra i due protagonisti e la fine dell’infanzia.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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