Con “L’innocenza del diavolo” Macaulay Culkin uccise Kevin McCallister

L’innocenza del diavolo – in patria The Good Son – è un film strambo di cui è difficile sentir parlare, e se ne parla non è proprio per tesserne le lodi. Da chi l’ha prodotto è ricordato come un incidente di percorso di quelli da nascondere sotto il tappeto, da chi l’ha visto invece come una “sorpresa”, se piacevole o soltanto spiazzante è poco chiaro. Ora invece vi dico un film di cui si sente parlare spesso: Mamma ho perso l’aereo.

Che cos’hanno in comune Mamma ho perso l’aereo e L’innocenza del diavolo? Per prima cosa entrambi hanno come protagonista Macaulay Culkin. In entrambi, poi, Culkin interpreta un ragazzino che prova un gusto sadico nel giocare brutti scherzi potenzialmente letali a dei malcapitati. Il fatto è che nel primo caso agisce nel contesto scanzonato di una commedia per famiglie e se la prende con dei ladri, mentre nel secondo in quello di un teso thriller psicologico in cui il bersaglio sono degli innocenti.

E questa locandina “fuorviante” è bellissima.

È una storia produttiva veramente stranissima, quello de L’innocenza del diavolo: Culkin dopo il successo di Mamma ho perso l’aereo era lanciatissimo e richiestissimo, e suo padre – che era anche il suo manager – amministrava la sua carriera rincorrendo ruoli come un ossesso. Fu proprio lui a volere che suo figlio interpretasse un piccolo sociopatico con il pallino dell’omicidio in questo film cupo e antitetico al film natalizio per famiglie, minacciando la Fox di non far partecipare il figlio a Mamma ho riperso l’aereo – Mi sono smarrito a New York in caso contrario.

Forse non voleva che suo figlio rimanesse ingabbiato nel ruolo del bimbo d’oro d’America, o forse era matto e basta: in ogni caso gli va riconosciuto un certo ardire.

Quel mattacchione di papà Culkin.

Comunque sia la Fox non poté certo dire di no, quindi diede il via al progetto e sbloccò finalmente il copione dello sceneggiatore Ian McEwan, rimasto per anni nel cassetto perché giudicato troppo rischioso e poco commercializzabile.

Ad affiancare Culkin – udite udite – venne scelto un allora piccolissimo Elijah Wood. Wood interpreta Mark, un bambino buono e sensibile che ha appena perso sua madre, mentre Culkin interpreta suo cugino Henry, all’apparenza il bimbo d’oro d’America ma sotto sotto un maniaco omicida preciso e calcolatore. Mark si accorge che suo cugino è pericoloso, cerca di dirlo agli adulti ed ovviamente nessuno gli crede. Sta a lui impedire che Henry faccia del male a chi ha vicino, mentre la suspense cresce e il pericolo si fa via via sempre più concreto.

Leviamoci il dente e diciamolo subito: L’innocenza del diavolo è un film sottovalutato. Volendo anche parecchio. Non è un capolavoro, sia chiaro, ma la pioggia di recensioni negative che gli arrivò addosso fu francamente ingiusta.

Trattasi infatti di un thriller girato con polso ed eleganza da Joseph Ruben (supportato dalla bella fotografia di John Lindley) e con un copione secco, sintetico e compatto, che riesce a costruire un crescendo efficacissimo in breve tempo (il film dura poco più di un’ora e venti) e a rendere la figura del piccolo maniaco – complice la presenza della più venerata baby star dell’epoca – genuinamente inquietante.

Culkin annega suo fratello minore in una vasca, uccide un cane, getta un fantoccio su un’autostrada da un cavalcavia causando un incidente catastrofico (scena che fece bandire il film dalle sale del Regno Unito), tenta di uccidere sua sorella minore, poi sua madre… nei suoi gesti c’è premeditazione, c’è calcolo, c’è ingegno (per sparare al cane si costruisce un’arma da sé).

Ci viene lasciato intendere che potrebbe essere disturbato (sociopatia, molto probabilmente), ma il film ha l’intelligenza di non entrare troppo nel merito, lasciando che il male sembri indecifrabile o comunque semi-impossibile da comprendere, mantenendo così uno spiacevole senso di inquietudine che non si scolla per tutta la durata.

In questo modo può anche evitare di essere esplicito (la violenza viene sbrigata fuori campo) senza che la cosa sembri una mancanza, puntando a turbare in maniera insidiosa piuttosto che a traumatizzare con le immagini.

Gli adulti che popolano la vicenda non si accorgono della malvagità di Henry/Culkin perché non vogliono (una psicologa infantile lo dice a chiare lettere: “io non credo nella cattiveria”), e quando realizzano che potrebbe avere bisogno di aiuto è troppo tardi.

È un film di una tristezza disarmante, sottolineata dalle splendide musiche quasi “ironiche” di Elmer Bernstein, spesso apparentemente sognanti come quelle di un film per ragazzi ma che legate ad un film così tetro hanno un effetto avvilente.

E come si diverte Joseph Ruben a ribaltare il punto di vista sulla figura “angelica” di Culkin… è emblematica proprio la scena del cavalcavia, una bravata di pessimo gusto a cui il regista fa seguire il primo piano di Culkin con espressione sorniona à la Kevin McCallister, la stessa che seguiva le scene di Mamma ho perso l’aereo in cui il nostro eroe dava il benservito ai ladri.

Al regista non basta averlo in un ruolo spiazzante di per sé, ma ruba pare pare delle soluzioni dal suo doppleganger “family friendly” per disturbare. Mossa stronza, coraggiosa e geniale.

Fu comunque proprio questo il problema principale dei critici (badate, non del pubblico: dei critici!) con il film: Macaulay Culkin cattivo non si può fare, è immorale, non lo vogliamo, ma cosa fate, lui è il bambino buono che dà fuoco alla testa di Joe Pesci!

Vi lascio un video di Gene Siskel e Roger Ebert – due critici tra i più importanti all’epoca – in cui in pratica, se si esclude una critica blanda rivolta al film in sé, non fanno che accanirsi contro la scelta di affidare a Culkin il ruolo del villain, rivelando senza mezzi termini che il film era condannato in partenza.

Visto? Ecco, ditemi se non ci fanno una figura da maestri delle elementari. Critiche oggettivamente poco lucide e – spiace dirlo – ai limiti del ridicolo. Anche perché mettono in secondo piano la bravura impressionante di Culkin in un ruolo con sfumature difficilissime, gestite con un controllo ed una consapevolezza da attore veterano.

Culkin e Wood (anche lui incredibilmente bravo per l’età che aveva) si caricano sulle spalle un film scomodo e lo sostengono fino alla fine, e già solo per loro varrebbe la pena di andare a recuperarlo. L’innocenza del diavolo è uno di quei piccoli “miracoli” che con uno studio movie accadono di rado, un film che può conquistare o respingere, ma che di sicuro non lascia indifferenti.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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