Com’erano I Fantastici 4 di Stan Lee e Jack Kirby?

Tutto quello che si sa della nascita de I Fantastici 4 e di conseguenza di tutta la Marvel moderna – ai tempi ancora nota come Timely Comics – è che nacquero come semplice risposta alla Justice League, durante una celebre partita a golf in cui l’editore della Marvel Martin Goodman commissionò a Stanley Lieber la creazione di un nuovo super-gruppo. Se il nome “Stanley Lieber” non vi dice nulla, è perché probabilmente lo conoscerete meglio col suo nome d’arte di Stan Lee.

O almeno questo è quello che narra la leggenda: ad oggi pare che quella partita di golf in realtà non sia mai avvenuta, ma perché rovinare un momento così iconico con la verità? Quel che è certo è che Stan Lee nel 1961 aveva ormai 38 anni e lavorava per la Marvel dal 1939, quando di anni ne aveva solo 16, e non si sentiva per niente soddisfatto della propria carriera, a tal punto da decidere di abbandonare il mondo dei fumetti dopo il super-gruppo commissionato da Goodman.

Stan Lee negli anni ’50.

Lee non amava particolarmente le storie di supereroi di quei tempi, ed essendo il suo ultimo lavoro prima di andarsene non aveva idee su cosa scrivere, finché sua moglie Joan non lo ispirò chiedendogli “Visto che tanto te ne andrai comunque, perché non scrivi il fumetto che tu vorresti leggere?”.

Ad assisterlo nel compito Lee chiamò Jack Kirby, con cui collaborava saltuariamente da 20 anni (il loro primo lavoro insieme avvenne su Capitan America n°3, nel 1941). I Fantastici 4 nacquero così: come l’ultimo lascito di uno sceneggiatore di 38 anni insoddisfatto della propria carriera e che non aveva nulla da perdere, senza particolari pretese o speranza di continuità. Nel primo numero, ad esempio, i Quattro non hanno neanche dei costumi, ma generiche tute simili a quelle dei meccanici. La vita a volte è davvero strana.

L’irripetibile contesto dei Fantastici 4

Negli anni ’50 vanno di moda essenzialmente tre cose: i mostri giganti, gli alieni e l’horror. O comunque più in generale il paranormale. Pur essendo legati più alla cultura giapponese (tanto che il tecnicismo che racchiude i mostri giganti, Kaiju, è giapponese) il primo Paese dove i Kaiju fecero breccia furono proprio gli USA: animali giganti e mostri radioattivi erano ovunque (la maggior parte in B-movie mai distribuiti all’estero), spesso usati come metafora/critica sull’eventuale e per fortuna mai avvenuta guerra nucleare con l’URSS e le sue conseguenti radiazioni.

Dopo l’incidente di Roswell del 1947, gli anni ’50 segnano anche l’inizio dei moderni avvistamenti UFO (termine nato proprio nel 1952), della cultura ufologica e dei suoi archetipi, dal mito dell’Area 51 ai suoi riferimenti estetici, come i dischi volanti o gli omini verdi/grigi. Non a caso la seconda golden age di questi generi saranno gli anni ’80, dove i protagonisti saranno proprio i registi nati o cresciuti negli anni ’50 come Steven Spielberg, Tim Burton, Sam Raimi, Joe Dante, o John Carpenter.

Sono gli anni in cui la fantascienza esce dalle riviste pulp per approdare ad Hollywood: sono gli anni di Ai confini della realtà, Il pianeta proibito, Assalto alla Terra, L’esperimento del Dr. K, Blob, Ultimatum alla Terra, La Cosa da un altro mondo, L’invasione degli ultracorpi, e tanti altri film similari. La Marvel stessa ai tempi cavalcava l’onda di questo fenomeno occupandosi più di storie di mostri e sci-fi che di supereroi tramite riviste come Amazing Fantasy, Tales to Astonish, Strange Tales, o Tales of Suspense, riviste che furono la naturale evoluzione dei giornaletti pulp degli anni ’30 e ’40 e che negli anni successivi diverranno più note per i debutti dei vari Spider-Man, Ant Man, Thor, Iron Man, Dr. Strange, ecc.

Già, Groot una volta era così.

Finita la guerra, il Progetto Manhattan aveva dirottato la fantascienza verso nuovi lidi. Dopo la bomba atomica il crescente sviluppo tecnologico dell’Uomo, fino ad allora visto sempre con meraviglia e ammirazione, ora mostrava il suo lato più oscuro e preoccupante, con il successivo armamento atomico dei sovietici nel 1949 che diede il via a una nuova narrativa fantascientifica: più pessimista e distopica, carica di messaggi e avvertimenti proiettati sull’attualità, capace di mostrare quanto l’uomo potesse essere fortemente autodistruttivo, smuovendo anche le prime timide cause ambientaliste.

Per la maggior parte dei film che seguivano questo filone si trattò di produzioni minori, riscoperte a posteriori e non sempre prese sul serio dal pubblico medio dei tempi, che gli preferirà una fantascienza più spensierata, visto che quella distopica diverrà dominante solo dalla seconda metà degli anni ‘60 in poi.

Tra guerra fredda, disuguaglianza sessuale e razziale, maccartismo, guerra di Corea e minacce nucleari, gli anni ’50 americani non furono affatto rose e fiori, ma gli States davano comunque tutt’altra immagine di loro all’esterno, e la fantascienza dominante dei fifties andava di pari passo: erano pur sempre gli happy days del boom economico e delle nascite, dell’esplosione del Rock and Roll e della cultura giovanile, della Terza Rivoluzione Industriale, immersi in un clima di generale ottimismo e fiducia cieca verso la scienza, pieni di positività verso il futuro e dalla voglia di farsi meravigliare dalle nuove tecnologie, anche nelle sue forme più effimere (il nuovo cinema 3D) o consumistiche (i moderni elettrodomestici). Anche i nuovi supereroi nati ai tempi abbandonarono il misticismo in favore di origini scientificamente “plausibili”. Ma soprattutto, gli anni ‘50 sono anche gli anni della corsa allo spazio tra USA e URSS. Ed è proprio qui che nascono i Fantastici 4.

Nel 1961, anno di debutto del Quartetto, i sovietici erano in netto vantaggio sugli americani: furono i primi a spedire un satellite artificiale nello spazio, una sonda sulla Luna (persino sul suo lato oscuro), e a mandare un essere umano nello spazio (!), Jurij Gagarin, che volò fuori dall’atmosfera terrestre il 12 aprile 1961, anticipando di 23 giorni lo statunitense Alan Shepard. Agli americani restava solo una cosa da fare per andare in vantaggio: andare sulla Luna prima dei russi.

Jurij Gagarin, il ‘responsabile’ della nascita dei Fantastici 4

Come tutti sappiamo ci riuscirono nel 1969, anche se alla corsa non fu mai attribuita una fine ufficiale (molti considerano il programma Apollo – Sojuz del 1975 come la sua fine virtuale, in quanto prima collaborazione ufficiale tra le forze aerospaziali americane e sovietiche). Ogni singola conquista spaziale fu in realtà un atto politico tra USA e URSS piuttosto che puro interesse verso la scienza, ma la narrativa fantascientifica dell’epoca ne prese ovviamente il lato più romantico, secondo cui il vero scopo dell’esplorazione spaziale era la sete di conoscenza, sentirsi parte di qualcosa di più grande, spingersi in territori inesplorati per “andare là dove nessuno è mai giunto prima”, tanto per citare Star Trek, altro figlio dello sci-fi dei tempi pieno di sense of wonder verso l’ignoto. Che poi nel n° 13 i Fantastici 4 saranno per davvero i primi umani a mettere piede sulla Luna, ma questa è un’altra storia.

“Non possiamo permettere che quei comunisti ci battano”

Si è sempre detto che la più grande differenza tra i Fantastici 4 e gli altri supergruppi fosse il fatto di essere una famiglia. La definizione è veritiera, ma non è la sola. Quello che differenzia i Fantastici 4 dagli altri team è sì essere una famiglia, ma ancor prima è essere degli esploratori. Certo, l’unico vero uomo di scienza dei quattro è il solo Reed Richards, ma basta scorrere le pagine per capire che i Quattro non vivono solo in funzione dei cattivoni nei paraggi. I Fantastici 4 di Lee e Kirby erano più accostabili alla fantascienza vittoriana che ai racconti di supereroi, più vicini ai racconti di Jules Verne, H.G. Wells o Edgar Rice Burroughs di quanto non lo fossero ai vari Batman e Superman, perché lo scopo principale del quartetto non è (solo) salvare il mondo dai cattivi, ma scoprire nuovi mondi, andare oltre i confini del conosciuto, e implicitamente salvaguardare, aiutare e accompagnare il progresso dell’Uomo verso il futuro.

Nel ciclo di Lee e Kirby i Fantastici 4 diventano i primi terrestri a mettere piede sulla Luna, viaggiano nel tempo, vanno alla ricerca di mondi perduti, civiltà estinte e anomalie scientifiche, esplorano Paesi misteriosi come il Wakanda e la Latveria, o regni nascosti come Atlantide, il subatomico Micro-Mondo, Attilan, la Zona Negativa, o il centro della Terra stessa, fino ad addentrarsi nell’infinità dello spazio approdando in decine di pianeti alieni… i Fantastici 4 non sono eroi, sono sfidanti dell’ignoto. Uso il cacofonico “sfidanti dell’ignoto” visto che sarebbe la traduzione letterale dei Challengers of the Unknown, gruppo creato da Kirby qualche anno prima dei Quattro – nel 1958 – per conto della DC (editi dalla Corno anche in Italia nel 1978 in una rivista chiamata semplicemente Il Super Eroe), dal concept e dalle tute molto simili al Quartetto, tanto da esserne stati senza dubbio una fonte d’ispirazione diretta.

La prima metà del ciclo di Lee e Kirby (1961-1966)

Come noto, i Quattro ottengono i loro poteri nello spazio grazie alle radiazioni dei raggi cosmici, sprovvisti delle dovute precauzioni per la fretta nel raggiungere la Luna prima dei sovietici. Il primo anno di storie è forse il più curioso da leggere: il famoso “stile Marvel” era ancora tutto da costruire, e non potendo ancora contare su una propria mitologia, le prime storie furono condizionate dalle tendenze dei racconti di avventura dei tempi, ancora molto debitrici della “ricerca del mondo perduto” tipica della fantascienza di inizio secolo.

A partire dai primi villain, l’esplorazione dei mondi sconosciuti di acqua (L’Atlantide di Namor), cielo (il pianeta Skrull), e terra (il mondo sotterraneo dell’Uomo Talpa) faceva infatti appoggio su miti preesistenti come la già citata Atlantide o il mito della Terra cava (usato come fonte di ispirazione per l’Uomo Talpa), un mito di origine antica tornato di moda ai tempi grazie al successo mondiale della trasposizione cinematografica di Viaggio al centro della Terra di Verne nel 1959.

In cerca di una propria identità narrativa, di riffa o di raffa i F4 affronteranno kaiju praticamente in tutti i primi numeri, a volte per un buon motivo (i mostri dell’Uomo Talpa, le creature atlantidee di Namor), a volte in modo leggermente più forzato e dettato più dalle mode dell’epoca che da effettiva necessità. Nel n° 3 ad esempio l’Uomo dei Miracoli dà vita ad un pupazzone di plastica usato per un film giusto per dare un nuovo kaiju in pasto ai lettori, nel n° 9 Mr. Fantastic affronta un inutile ciclope gigante, mentre nel n°2 i Quattro sventano l’invasione degli Skrull mostrando loro delle foto di mostri giganti prese da alcune riviste Marvel, intimandogli che se intendono conquistare la Terra “questi saranno i mostri che dovrete affrontare”. Insomma, la Marvel ancora non riusciva a distaccarsi del tutto dalla sua fase “Amazing Fantasy”.

Tra i primissimi F4 e quelli a cui siamo abituati a pensare non c’erano grandi differenze, ambientazione a parte (le prime storie sono ambientate nella fittizia Central City). L’unica differenza palpabile era data dalla portata dei poteri dei Quattro, più limitata rispetto ad oggi: non era raro vedere la Torcia spegnersi dopo essere stata in fiamme troppi minuti (a volte persino durante il volo), Reed avere considerevoli limiti nell’allungarsi, o la Cosa addirittura tornare nei panni di Ben Grimm per una manciata di secondi, giusto per depotenziare i Quattro e aggiungere un pizzico di drammaticità in più alle storie. Minime differenze a parte, già nel n° 3 debuttano la FantastiCar, il Baxter Building, New York, e gli iconici costumi progettati non da Mr. Fantastic come sarà nei vari retcon ma da Susan Storm, che nel kit della Cosa includerà persino un elmetto, durato un paio di vignette scarse.

Il numero successivo, il 4, è di enorme importanza: debutta (di nuovo) Namor. Creato nel 1939, il ritorno di Namor mette in chiaro che il “nuovo” universo Marvel non è un reset della Golden Age degli anni ’40 ma la sua prosecuzione, e sarà solo il primo degli eroi della Golden Age riesumati da Lee (oltre a Capitan America, 5 anni dopo Lee farà tornare la Torcia Umana degli anni ’40, per farlo scontrare proprio con Johnny Storm).

La Marvel non pubblicava storie di Namor dal 1955, e la sua assenza fu motivata da una perdita della memoria subita dal principe di Atlantide, poi risvegliata da Johnny Storm. Non fu un caso che ad essere scelto per risvegliare Namor fosse la Torcia Umana, visto che proprio Sub Mariner e la Torcia originale, Jim Hammond, furono i protagonisti del crossover più celebre della storia della Marvel, il mitico “Acqua contro fuoco” del 1940.

Il “nuovo” Namor era un principe senza un regno alla costante ricerca del suo popolo, fuggito da un Atlantide devastata dagli esperimenti atomici americani e sovietici. Una volta trovato il suo popolo, diventerà un personaggio più combattuto, in bilico tra i due mondi, odiato dagli umani per la sua crociata contro l’umanità, e malvisto dagli stessi atlantidei per il suo amore per la Ragazza Invisibile.

Stesso personaggio di qualche anno prima, ma adattato al contemporaneo terrore atomico e alle conseguenti cause ambientaliste. Inoltre nel numero successivo (il 5, l’albo del debutto del Dr. Destino) la Torcia legge un fumetto di Hulk, il secondo personaggio ideato per la “nuova” Marvel (fu un espediente di Lee per pubblicizzare l’esordio di Hulk in edicola, avvenuto proprio quel mese) mettendo in chiaro che tutte le storie della Marvel sono ambientate nello stesso universo.

Giocare col meta-fumettistico sarà una costante di Stan Lee e Jack Kirby per tutta la loro gestione, basti pensare a quanto accadrà nel n°10, dove il Dr. Destino per attuare il suo piano di vendetta e attirare Mr. Fantastic in una trappola userà come esca Stan Lee e Jack Kirby in persona, facendo una capatina negli uffici della Marvel! Anche se il cameo più celebre dei Lee e Kirby all’interno della testata resta indubbiamente quello nel matrimonio tra Reed e Sue (Annual n°3), dove i due tentano di imbucarsi tra gli invitati salvo poi essere cacciati da Nick Fury.

Ben prima dei suoi famosi camei cinematografici, Stan Lee amava scherzosamente inserire sé stesso e lo staff della Marvel nelle sue storie, sia in veri e propri ruoli sia personalizzando la narrazione a nome dello staff, in tempi dove non veniva data grande importanza ai nomi dietro le storie (non era raro vedere un numero chiudersi con frasi autoreferenziali come “Stan e Jack per il prossimo numero hanno intenzione di stupirvi come non mai”).

Lee e Kirby non arriveranno mai a rompere la quarta parete in senso stretto, ma ci giocheranno comunque spesso, in particolare grazie ai dialoghi e all’ironia della Cosa, l’unico ad atteggiarsi come fosse perfettamente consapevole di essere il personaggio di un fumetto, quasi fosse il loro avatar all’interno delle storie.

Non era neanche raro che la Marvel rispondesse alle migliaia di lettere che arrivavano dai fan facendo direttamente rispondere i Quattro nelle loro storie.

In appena 20 bellissimi numeri, i F4 hanno già una galleria di villain che pochi altri personaggi possono vantare, mettendo (quasi) definitivamente da parte i kaiju usa-e-getta: l’Uomo Talpa, Namor, il Dr. Destino, gli Skrull, il Super-Skrull, il Burattinaio, il Fantasma Rosso, l’Uomo Molecola. Dopo la prima ventina di numeri però la serie cade nella sua fase meno ispirata: sempre godibile e divertente, ma più al servizio di crossover col resto dell’universo Marvel. Un calo comprensibile, probabilmente dovuto ad un carico di lavoro sempre maggiore per Lee e Kirby, visto che tra la seconda metà del 1963 e il primo semestre del 1964 si aggiungeranno Iron Man, Devil, Nick Fury (ancora un semplice agente della CIA con l’hobby dell’esportazione della democrazia in Sud-America, e con tutti e due gli occhi!), i Vendicatori, gli X-Men, e il Dr. Strange alla già lunga lista di personaggi da scrivere.

È in questa fase che i Quattro hanno i loro primi incontri con Nick Fury (n°21), Hulk e i Vendicatori (n°25, anche se il primo storico scontro tra Hulk e la Cosa era già avvenuto nel n°12), il Dr. Strange (n°27), e gli X-Men (n°28).

Anche i villain ruotano a turno tra di loro, con un continuo alternarsi tra i soliti Dr. Destino, Namor, l’Uomo Talpa, o villain meno memorabili dei precedenti come il Seminatore d’Odio, Diablo, Rama-Tut (che troverà una sua dimensione più avanti nei panni di Kang), o Gideon.

Le cose cambieranno soprattutto dal n°31 con l’arrivo di Franklin Storm (padre di Johnny e Sue); da quel momento in poi infatti i crossover con gli altri eroi Marvel si azzerano, e la trama inizia ad avere una struttura molto più orizzontale di prima: niente più storie autoconclusive (o quasi), ma un continuo susseguirsi di eventi legati tra di loro, in una trama globale destinata a proseguire per mesi e mesi.

Da lì seguiranno i debutti di Dragon Man e dei Terribili Quattro (rispettivamente n°35 e n°36), che faranno da ponte definitivo verso la saga degli Inumani (n°40). La testata volerà a quel punto a livelli stratosferici, toccando vette mai più eguagliate da nessun altro in 60 anni di Marvel, e i Fantastici 4 il “World’s greatest comic book” – come recitava lo slogan di tutte le loro copertine – lo diventeranno per davvero.

La seconda metà del ciclo (1966-1970)

Inizia così la fase dove Lee e Kirby sono una fucina di idee, più in stato di grazia che mai: in rapida successione e senza un attimo di respiro tra un numero e l’altro si sposano Reed e Sue, debuttano i Terribili Quattro, Silver Surfer, Pantera Nera, i Kree, il Wakanda e il vibranio, torna la Torcia Umana degli anni ‘40, viene scritto “Questo uomo, questo mostro” (considerata da molti la singola storia più bella mai scritta sul Quartetto), e soprattutto prendono vita la saga degli Inumani e la trilogia di Galactus, che saranno un vero spartiacque per le storie dei F4.

Storie così grandi che a volte i Quattro sembrano essere addirittura dei semplici comprimari rispetto a tutto il resto, ospiti e osservatori di qualcosa di più grande di loro, in particolare nella saga degli Inumani. A metà tra l’high fantasy e la fantascienza, in appena 4 numeri la mitologia degli Inumani regala dinamiche talmente chiare, originali e definite da sembrare esistere da sempre, come se si trattasse di un fumetto a sé stante con centinaia di numeri alle spalle, e non qualcosa di appena creato per l’occasione per essere “solo” la nuova avventura dei F4. Una saga che da 60 anni fa a cazzotti con la trilogia di Galactus per decretare quale sia la miglior cosa mai partorita dalla Marvel.

Oltre che per la qualità delle storie è la fase migliore del ciclo anche sul piano grafico, dove Kirby tira fuori il meglio di sé. Da sempre Lee e Kirby si dividevano i compiti per le storie dei Quattro secondo il celebre e consolidato “metodo Marvel” (per farla breve: Lee decideva il plot e gli snodi generali, Kirby decideva e disegnava il trattamento, e poi Lee concludeva il tutto con i dialoghi, un rivoluzionario e inedito metodo che snelliva il lavoro e che di fatto promuoveva i disegnatori a veri e propri co-sceneggiatori), ma in questa fase è verosimilmente Kirby a prendere le redini più di prima, dando libero sfogo alla sua arte molto più che nella prima parte del ciclo, esaltando sempre di più il design tecnologico e disegnando i mondi già mostrati in precedenza (il pianeta Skrull, la Latveria, il regno di Atlantide) in modo molto più completo, ambizioso e imponente di prima. Arrivano anche nuovi scenari (Attilan, il Wakanda, il Micro-Mondo) sempre più diversificati e complessi, con mondi che già alla prima visione sembrano narrare la propria storia con l’aiuto della sola la potenza scenografica.

Ed è qui che Kirby ebbe il colpo di genio: per rappresentare mondi mai visti prima bisognava sperimentare tecniche illustrative utilizzate. Fu così che quando c’era da mostrare nuovi incredibili mondi, Kirby iniziò ad affiancare ai suoi soliti impeccabili disegni delle tavole dall’aspetto piuttosto bizzarro per l’epoca, a metà tra il fotografico e lo psichedelico, dei semplici collage fotografici che però di semplice avevano ben poco.

L’arte del collage era nata dal Cubismo all’inizio del secolo per poi essere riscoperta dalla Pop Art proprio negli anni ‘60, e prima di Kirby non era mai stata applicata al fumetto. Kirby ebbe ancora una volta un visione futuristica, introducendo immagini semi-tridimensionali che ai tempi era impossibile immaginarsi in un fumetto, senza computer o altro, con la sola “povera” arte del collage, qualche vecchia rivista di fantascienza, e un occhio verso il futuro.

È proprio grazie al maggior peso di Kirby che si deve Silver Surfer, creato e introdotto nella trilogia di Galactus nello stupore di Lee, che nel soggetto commissionato non aveva previsto nessun araldo argentato (come Lee stesso ammise in un’intervista nel 1995). Pur non essendo una sua creazione, Lee si affezionò molto a Silver Surfer, tanto da dedicargli una serie tutta sua nel 1968, riversando nei suoi monologhi il suo lato più filosofico e mettendo da parte la sua nota ironia. Dopo essere stato esiliato sul nostro pianeta da Galactus, Silver Surfer rimane affascinato dalla Terra e dall’umanità, pur trovandola piena di contraddizioni. Talmente affascinato da decidere di devastarla… a fin di bene! Sull’Annual n°5 Surfer decide infatti di attaccare la Terra affinché le nazioni di tutto il mondo si uniscano finalmente contro un nemico comune – lui stesso – in modo da non essere più divisi e sentirsi tutti parte di un tutt’uno, senza più tensioni o discriminazioni.

Silver Surfer fu il simbolo dei cambiamenti che la testata stava incontrando: la seconda metà del ciclo di Lee e Kirby coincise infatti con la seconda metà degli anni ‘60, anni di grandi cambiamenti per il mondo e – di conseguenza – per la fantascienza, sempre meno positivista degli anni precedenti.

I Fantastici 4 non prenderanno mai una deriva distopica o pessimista, ma abbracceranno una fantascienza comunque più riflessiva ed esistenziale di prima, meno proiettata nell’outer space e più sulla condizione umana, figlia della controcultura che stava nascendo in quegli anni, soprattutto tramite personaggi come il già citato Silver Surfer, o Quasimodo, l’intelligenza artificiale creata dal Pensatore Pazzo che ambisce solo ad avere un corpo per potersi definire finalmente un essere vivente, o l’androide Adam Warlock, debuttante nel n°67 nella sua forma embrionale di bozzo.

Warlock, da Lee e Kirby chiamato semplicemente Him (“Lui”), non era un personaggio pensato per durare, tanto che si limitò ad una singola apparizione per poi sparire nel nulla, venendo poi recuperato nel 1972 da Roy Thomas e Gil Kane, che gli diedero prima un nome vero (Adam Warlock, appunto) e molte più allegorie cristologiche di quante non ne avessero messe Lee e Kirby.

Le rotazioni di villain storici come Namor, l’Uomo Talpa, gli Skrull, o il Dr. Destino si fanno molto più rare in favore di nuovi personaggi come il già citato Adam Warlock, i Kree, Ronan l’Accusatore, Annihilus, Maximus il Folle, Psycho-Man, mentre ritorna Galactus, e gli Inumani iniziano ad avere una tale importanza nelle storie del Quartetto da esserne dei co-protagonisti. In tutti i sensi, visto che dal n°81 l’Inumana Crystal (diventata la ragazza ufficiale della Torcia) sostituirà la Ragazza Invisibile, appena diventata mamma e fattasi provvisoriamente da parte per riprendersi dalla gravidanza e dedicare il giusto tempo al figlio avuto con Mr. Fantastic.

Susan tornerà stabilmente nel gruppo a partire dal n°86, salvando un villaggio latveriano dalla furia del Dr. Destino. Ormai di famiglia, anche col ritorno della Ragazza Invisibile Crystal resterà un membro ufficiale del gruppo con tanto di uniforme, e pur continuando a chiamarsi “i Fantastici 4”, ormai il gruppo/famiglia sarà formato da 5 membri (o 6, se consideriamo il figlio di Reed e Sue appena nato, che verrà chiamato Franklin in onore del padre di Sue e Johnny, ucciso dagli Skrull nel n°32).

L’ultimo anno del ciclo vide tornare i Fantastici 4 un po’ alle origini, come un cerchio che si chiude: tutti i nuovi incredibili villain creati fecero spazio al ritorno dei nomi più classici: tornano dopo anni di assenza gli Skrull, il Dr. Destino, l’Uomo Talpa e Namor per un ultimo giro di giostra, mentre il n°97, “Io mostro della laguna perduta”, sembra un ritorno alle storie dei primi anni del Quartetto, senza costumi e col “mostro del mese” in copertina.

Gli ultimi personaggi creati da Lee e Kirby furono Monocolo e Agatha Harkness. Kirby si accasò alla DC dopo una disputa contrattuale con la Marvel (in cui tornò nel 1975), mentre Lee dopo migliaia di storie decise di smettere di scrivere per dedicarsi unicamente al ruolo di editore, scrivendo le sue ultime storie nell’estate 1972.

I personaggi

I Quattro rappresentavano archetipi piuttosto assodati nell’immaginario collettivo americano degli anni ’50: lo scienziato, il mostro, il giovane ribelle e la donna/moglie presa puntualmente in ostaggio (era pur sempre il 1961). Reed Richards non è solo uno scienziato, ma la summa di alcune delle figure letterarie, cinematografiche, televisive, e storiche più note. Reed Richards è Ulisse, è il capitano Nemo, è Alessandro Magno, è il capitano Kirk: è lo spirito dell’Uomo (non inteso come singola persona, ma come razza umana) ossessionato della conoscenza, dell’esplorazione, dall’ignoto, armato della voglia di spingersi oltre il conosciuto per andare dove nessuno è mai stato.

Non è misantropo come Nemo, ma come Nemo è pronto a compromettere i suoi rapporti e a vivere un’esistenza solitaria pur di assecondare la sua voglia di conoscenza, fattore che storicamente lo porterà a trascurare il suo rapporto con Sue, tanto che quest’ultima sarà ripetutamente tentata dalle lusinghe di Namor. Non è spregiudicato come Ulisse, ma come Ulisse smania così tanto di conoscenza da rischiare di portare alla rovina i suoi compagni, pur tenendo a loro più di ogni altra cosa. Così come Ulisse sacrificò i suoi compagni insieme a sé oltrepassando le Colonne d’Ercole, che nell’antichità indicavano il confine ufficiale del mondo conosciuto, Reed condanna la sua compagna, suo cognato e il suo migliore amico a un’esistenza segnata da un suo egoistico errore, ossia le poche protezioni dai raggi cosmici, volutamente ignorate pur di colonizzare la Luna prima dei sovietici.

Quest’ultimo aspetto cambierà molto con la nascita del suo primo figlio con Sue (Annual n°6). Da quel momento in poi, infatti, Mr. Fantastic sarà sempre meno Mr. Fantastic e molto più Reed Richards, un padre di famiglia e un marito presente, che al contrario di prima metterà la sorte della sua famiglia davanti a qualsiasi scoperta scientifica o affare dei Fantastici 4.

Un momento che definisce particolarmente Mr. Fantastic è nel n°62, dove Reed viene risucchiato nella Zona Negativa, in un viaggio senza possibilità di ritorno e andando incontro a morte certa, trovando comunque nel suo fato la “soddisfazione” di poter finalmente ottenere nella morte “la risposta finale”.

Pur essendo un uomo estremamente razionale, non sono rari i momenti di emotività di Mr. Fantastic: dubita di sé stesso quando nota l’attrazione di Sue verso Namor, si infuria più volte con i compagni ed è anche piuttosto nervoso quando qualcuno mette in dubbio la sua leadership, oltre a mostrare ripetuti sensi di colpa per aver ingabbiato in modo permanente il suo miglior amico in un ammasso roccioso arancione. Nonostante la sua fascinazione verso l’ignoto, Reed ha un limite alla sua curiosità, un elemento che grazie alla sua ferrea fede nella scienza scarta a priori: la fede, la presenza di forze ultraterrene inspiegabili e superiori. Ed è qui che subentra il Dr. Destino.

Destino è a tutti gli effetti il negativo di Reed Richards, una sua versione oscura, la sua nemesi nel senso più letterale: anche lui è un geniale uomo di scienza, un esploratore ossessionato dalla conoscenza tanto quanto Reed, ma al contrario del leader dei Quattro, Destino non esclude nulla a priori e non ha paura ad addentrarsi in territori extra-scientifici. Destino è infatti anche un esperto di magia e misticismo, grazie anche alla sua provenienza dalla Latveria (collocata tra Serbia, Ungheria, e Romania), terra di esoterismo e folklore. Se Mr. Fantastic è un uomo di scienza ma non di fede, Destino è entrambe le cose.

Inizialmente il Dr. Destino si faceva notare soprattutto per i suoi piani folli e pittoreschi (nel n°8 solleva e spedisce il Baxter Building nello spazio per farlo schiantare contro il sole!) che finivano inevitabilmente per ritorcersi contro di lui, quasi una specie di Willy il Coyote con uscite di scena sempre più folli e apparentemente senza possibilità di ritorno, ma da cui puntualmente veniva fuori.

A Destino infatti succede di tutto: si smarrisce nello spazio, in altre dimensioni, viene ridotto a livello sub-atomico, e così via. Lee e Kirby si divertivano a giocare con lui trovando sempre e comunque il modo di farlo tornare nei modi più improbabili (nel n°23 rassicurano i lettori con un divertito “Ci stiamo già scervellando per far tornare il Dr. Destino in un qualche modo”).

Dall’ Annual n°2 però Destino delinea meglio la sua personalità: inizia ad apparire come un villain molto meno caricaturale, viene introdotta la Latveria, vengono approfondite le sue origini gitane, a tratti mostra persino umanità, diventando il villain più affascinante dell’intera Marvel, status che mantiene tutt’oggi.

L’umanità di Destino verrà espressa soprattutto dal suo attaccamento alla madre, oltre che al rapporto conflittuale col suo volto sfigurato sotto la maschera, fattore che per certi versi lo renderà simile alla Cosa, che come lui odia il suo aspetto, il che creerà un bel paradosso. Destino odia infatti la Cosa, così come odia tutti gli energumeni capaci di affermarsi con la sola forza bruta piuttosto che con l’intelletto. La Cosa è dunque la persona più opposta che possa esserci a lui, e al tempo stesso la più simile, l’unico che condivide il suo dramma. È l’elemento del Quartetto che disprezza di più in assoluto, eppure quello che invidia di più, a causa della sua relazione con Alicia Masters, non capacitandosi del perché uno con l’aspetto della Cosa possa trovare degli affetti mentre lui no.

La Cosa aveva un aspetto abbastanza tipico per le storie di mostri di fine anni ’50, e fu il primo dei Quattro a imporsi per la sua personalità singola piuttosto che come semplice membro del gruppo, come fosse un personaggio capace di scriversi da solo, così pieno di carisma da non poterlo contenere a lungo. La frustrazione della Cosa per la sua condizione è presente da subito, così come la sua adorabile spacconeria, e non è un segreto che Kirby modellò la Cosa parzialmente su sé stesso, a partire dal nome (“Benjamin” era il nome del padre di Kirby), e lo stesso faranno gli scrittori che negli anni successivi aggiungeranno pezzi alla biografia di Ben Grimm, spesso basandosi sulla vera vita di Kirby: proprio come Kirby infatti, Ben Grimm era il ragazzo tosto del Lower East Side, l’ex ghetto ebraico di Manhattan (il vero nome di Kirby era Jacob Kurtzberg), e proprio come Kirby la futura Cosa perse il fratello maggiore in uno scontro tra gang di quartiere.

La stessa gang di Yancy Street, la mitica gang invisibile che si diverte a tormentare la Cosa con scherzi e sfottò, fu modellata sulla vera Delancey Street, una delle strade principali dell’ex ghetto ebraico di Manhattan dove Kirby era cresciuto. La Cosa aveva il compito più importante di tutti: essere l’elemento più tragico del Quartetto e al tempo stesso il più divertente, addetto ad alleggerire i momenti più seri e solenni.

La Cosa, ancor prima di Spider-Man, era il perfetto rappresentante dello “stile Marvel”, un perfetto equilibrio tra dramma e ironia che nessuno saprà mai bilanciare meglio di Lee. Ci credereste che l’elemento più tragico ed esistenzialista dei Quattro è lo stesso che nel n°16 sventa l’arrivo di una navicella aliena, strappando a mani nude una torre di controllo, per usarla come mazza da baseball e fare un home run con la navicella come fosse una pallina? Sul serio, è una scena bellissima.

Per quanto riguarda Sue Storm, Lee non volle darle poteri troppo offensivi per paura che risultasse troppo simile a Wonder Woman. Ma l’equazione “invisibilità + donna” negli anni ’60 non poteva che sfociare in un ruolo di secondo piano, nonostante Lee e Kirby cercassero di renderla il più partecipe possibile.

La Ragazza Invisibile sarà per lo più ostaggio dei vari villain, e Lee e Kirby capirono che necessitava di un potere più offensivo, e dal n°22 Sue fu dotata dei suoi famosi campi di forza, passando dall’essere l’elemento più innocuo del Quartetto a quello più potente.

Sue trovò una maggiore tridimensionalità all’interno dello storico triangolo amoroso con Reed e Namor. Certo, pur sempre nel ruolo di “oggetto conteso”, non proprio simbolo di empowerment femminile, ma perlomeno riuscì a trovare un ruolo. Non poco per un fumetto degli anni ‘60.

Johnny Storm era invece il tipico adolescente ribelle di quei tempi che viveva il mito di James Dean, che passava da una ragazza all’altra nei limiti della poligamia consentita dal Comics Code (per questo la Torcia citava spesso una certa Doris come fosse la sua ragazza fissa), e che viveva alla giornata fuggendo dalle responsabilità.

Pur essendo il preferito del pubblico più giovane, Johnny Storm era poco più di macchietta comica per i siparietti con la Cosa, ma anche lui verso la metà del ciclo di Lee e Kirby intraprenderà una costante evoluzione, a partire dalla saga degli Inumani.

E’ lì infatti che la Torcia per la prima volta si innamora per davvero (dell’Inumana Crystal), uscendone col cuore a pezzi. Alla fine della saga infatti Johnny e Crystal si ritroveranno separati da una barriera di energia negativa che terrà a distanza Attilan (la città degli Inumani) dal resto del pianeta.

La maturazione di Johnny Storm proseguirà nella successiva saga di Galactus, dove si rivelerà decisivo per salvare la Terra viaggiando in un angolo della galassia dove lo spazio e il tempo non esistono, intravedendo l’inconcepibile infinità del cosmo pur di recuperare il Nullificatore Assoluto (l’unica arma capace di fermare Galactus), vivendo un’esperienza per certi versi simile a quella di David Bowman sul finale di 2001: Odissea nello spazio. Quello che tornerà sulla Terra sarà un Johnny Storm diverso, spiazzato dall’immensità dello spazio, tanto che l’unica cosa che saprà riportare del suo viaggio a Mr. Fantastic sarà un debole e affranto “Siamo solo formiche…”.

L’amore impossibile con Crystal e il viaggio extradimensionale intrapreso per fermare Galactus cambieranno profondamente la Torcia, che maturerà, cambierà le sue priorità e si iscriverà al college, in cerca di un suo ruolo sia all’interno dei Quattro che nel mondo, lasciandosi andare a più riflessioni su sé stesso:

Ad esclusione di Alicia Masters e l’Osservatore, le storie dei Fantastici 4 puntavano decisamente poco sul parco comprimari/alleati, che inizieranno ad accompagnare i Quattro solo nella seconda metà del ciclo, dove si aggiungeranno Wyatt Wingfoot (amico del college di Johnny Storm e sidekick occasionale del Quartetto), Pantera Nera (inizialmente più un alleato dei Quattro che un eroe solista), e la stessa Crystal degli Inumani che, dopo essersi ricongiunta con la Torcia, come detto in precedenza sostituirà Susan Storm per darle tempo di riprendersi dalla gravidanza.

Se tutti gli eroi prima di loro tendevano a essere statici, senza mai evolversi o maturare, per i Fantastici 4 era l’esatto opposto: alla fine del ciclo Reed Richards da fermo, distante, e razionale uomo di scienza diventa un marito presente, un padre affettuoso, e un capofamiglia apprensivo; Johnny Storm da giovane ribelle diventa un giovane adulto; la Cosa, pur combattendo coi suoi tormenti, impara a convivere e ad accettarsi per la sua condizione irreversibile insieme ad Alicia; Susan Storm, da ragazza eternamente in pericolo, diventa madre e responsabile della vita di un altro essere umano.

Saper far crescere i personaggi come nessun altro fumetto aveva mai fatto fu solo una delle tante innovazioni del ciclo di Lee e Kirby.

Le innovazioni e l’immensa eredità

Il ciclo di Lee e Kirby finì al n°102, per un totale di 108 storie (102 della serie regolare e 6 Annual) pubblicate dall’agosto 1961 al giugno 1970. Le innovazioni che portarono i loro Fantastici 4 sono innumerevoli, quasi inqualificabili. Di certo aiutò anche la loro collocazione temporale, che coprì tutto il decennio – gli anni ’60 – più ricco di rivoluzioni e cambiamenti della storia moderna, di cui i Fantastici 4 furono a loro modo testimoni.

Al contrario dei fumetti della DC, Stan Lee amava portare l’attualità e i cambiamenti del mondo reale nei suoi fumetti. Proprio per questo Lee scelse di ambientare le sue storie non in città fittizie come Gotham City o Metropolis ma nella sua New York.

New York nel 1961.

La corsa nello spazio, il setting newyorkese, la guerra fredda (che i Quattro riescono persino far sospendere momentaneamente nel n°59, unendo USA e URSS per contrastare un Dr. Destino diventato inarrestabile dopo aver rubato i poteri di Silver Surfer), il rischio di un olocausto nucleare, i tanti riferimenti alla cultura pop dell’epoca… i F4 vivevano in un modo reale, fatto di persone, paure, speranze e tendenze reali, riconoscibili in più scene: si può assistere ad un artista chiedere alla Cosa di accartocciare la sua macchina per rivenderla come esempio di pop art, alla gang di Yancy Street regalare alla Cosa una parrucca da Beatles, veder citati Woody Allen e Spock, mentre nel n°68 al costume della Ragazza Invisibile fu aggiunta una minigonna, ai tempi simbolo della swinging London e di emancipazione femminile, la cui popolarità era esplosa proprio in quel periodo.

La massima fusione col mondo reale che i Quattro avranno sarà nel n°98, quando Reed Richards & co. dovranno difendere l’Apollo 11 (già, quell’Apollo 11) dai Kree, allarmati dall’espansione spaziale dei terrestri. E proprio i Fantastici 4, figli come nessun altro della corsa per raggiungere la Luna prima dei sovietici, consentiranno all’Uomo di colonizzare finalmente la Luna, dando a Kirby l’opportunità di disegnare il “piccolo passo” di Neil Armstrong. Una sorta di chiusura del cerchio.

Con tanto di reazione russa:

Anche le personalità politiche erano quelle del mondo reale, seppur celate: nel n°17 appare il Presidente Kennedy con il volto coperto, mentre nel n°103, il primo non disegnato da Kirby, appare quello che è chiaramente Nixon, una rarità per l’epoca, dove le personalità politiche nei fumetti tendevano a non essere mai raffigurate troppo esplicitamente.

Si distinsero anche per la loro continuity, ancor più encomiabile se rapportata alle decine di testate Marvel con cui dovevano condividere il proprio universo, in netta controtendenza agli altri fumetti dei tempi, non particolarmente attenti alla coerenza narrativa. Il più grande pregio della loro ferrea continuity fu senza dubbio nel tenere sempre conto dell’evoluzione dei personaggi, e di come ogni singolo evento potesse scalfire, far evolvere, o rafforzare le loro personalità.

Da sempre i personaggi dei fumetti vivono in una specie di limbo dove il tempo non scorre, dove raramente avvengono eventi che possono far invecchiare personaggi. Reed e Sue non sono eterni fidanzati come Superman e Lois Lane (che per sposarsi aspetteranno addirittura il 1995!), o Flash e Iris West, o Batman e Catwoman (che non sono fidanzati nel senso più letterale, ma ci siamo capiti): Reed e Sue sono prima fidanzati, in seguito marito e moglie e infine genitori. Pur non svolgendosi in tempo reale, il tempo scorre anche per loro, in altre parole invecchiano, non (solo) come età, ma nell’intraprendere esperienze e tappe della vita. E se pensate sia un’innovazione “scontata”, vi basti pensare a quanto Marvel e DC abbiano hanno una specie di fobia a far crescere i loro personaggi tutt’oggi (vedasi One More Day, o i mille fallimentari reboot).

Com’è noto, i Quattro furono i primi a inaugurare la celebre formula dei “supereroi con superproblemi”: come una famiglia litigano costantemente tra di loro, si dividono (la Torcia abbandona il gruppo già nel 3° numero!), si combattono e si accusano a vicenda. Ma nonostante tutto, i Quattro saranno sempre uniti, inseparabili, “il più grande gruppo di sempre”:

Oltre ai tormenti personali del gruppo, al contrario degli altri eroi i Quattro hanno identità pubbliche, e sono dunque esposti e perseguibili per tutti gli errori che commettono: prendono multe per aver parcheggiato la FantastiCar in divieto di sosta, vengono umiliati ogni volta che passano a Yancy Street, vengono attaccati in casa propria, ricevono lamentele dal loro vicinato, hanno problemi economici e possono persino andare in bancarotta, come nel celebre n°9, dove i Quattro, pieni di debiti e con costi di gestione sempre più alti, non hanno neanche più soldi per pagare l’affitto del Baxter Building (che pur essendo la loro base non è di loro proprietà).

Tra le innovazioni non si può poi non citare la creazione di Pantera Nera (n°52). T’Challa non fu né il primo personaggio nero della storia dei fumetti (basti pensare ai sidekick di Mandrake e Spirit, Lothar ed Ebony White) né della nuova Marvel (il primato fu di Gabriel Jones, braccio destro di Nick Fury e dei suoi Howling Commandos), ma fu il primo supereroe nero solista, per di più senza i tipici tratti caricaturali che nei fumetti dell’epoca tassativamente toccavano ad africani e asiatici. Da anni gira la voce secondo cui Pantera Nera si sarebbe dovuto chiamare “Black Leopard” per evitare ogni riferimento alle Pantere Nere, ma si tratta di una leggenda metropolitana dovuta alla loro data di nascita comune (1966). Fu infatti un incredibile caso, dato che T’Challa fu creato nell’aprile 1966 (data di copertina luglio), ben 6 mesi prima della fondazione delle Pantere Nere.

Eroi “africani” nei fumetti erano già esistiti, ma pur sempre caucasici (come Tarzan o Phantom), al contrario di Pantera Nera che non fu solo un rappresentante più autentico del continente africano, ma il protagonista di una storia di riscatto per tutta l’Africa, dell’Africa che si era vista devastata e razziata per secoli dall’uomo bianco dei suoi beni più preziosi come oro, avorio, diamanti e petrolio, e con uno Stato, il Wakanda, che cambiava la Storia diventando tecnologicamente ed economicamente la prima vera superpotenza africana, semplicemente non permettendo all’uomo bianco di rubarla del suo bene più prezioso, ossia il vibranio, una metafora su tutti i beni naturali di cui l’Africa era stata depredata per secoli. Pantera Nera non era solo il primo supereroe nero, ma una sorta di riscatto narrativo dell’intera storia africana.

In tempi dove agli autori non veniva data grande importanza, Lee si divertiva a personalizzare le storie creando una sua terminologia nelle storie: definiva trionfalmente quei tempi l’Era Marvel, chiamava i suoi fan true believers, metteva qualche Face Front! qua e là, e concludeva i propri monologhi con l’iconico ‘nuff said. Oltre al linguaggio, Lee personalizzò le storie con una serie di tocchi autoreferenziali che coinvolgevano sia lui che i vari Kirby, Ditko & co. Non era raro infatti che Lee inserisse dei mini-racconti relativi al dietro le quinte della Marvel e a come avveniva la stesura delle storie, utili a capire come funzionasse il nuovo “metodo Marvel”.

Come detto prima, il “metodo” elevava i disegnatori a veri e propri co-sceneggiatori, il che rende tuttora difficile decretare chi tra Lee e Kirby abbia avuto l’influenza maggiore per la creazione dei Fantastici 4, motivo per cui verranno sempre decretati più pacificamente entrambi come co-creatori. Ognuno mise un pezzo di sé stesso, ma andando a vedere le loro opere successive è più intuitivo decretare chi fece cosa. Se il famoso mantra “supereroi con superproblemi” di cui i Fantastici 4 saranno i precursori si può definire farina del sacco di Lee – che farà dell’umanità e dell’ironia il tratto distintivo per tutti i suoi lavori – l’aspetto più creativo, fantascientifico e mitologico è indubbiamente frutto della mente di Kirby. Se Kirby era un creatore di mondi che dava genio, inventiva, e fantasia, Lee arricchiva il tutto con umanità, ironia e psicologia.

A sinistra, Lee e Kirby negli anni ‘60.

Le storie dei Fantastici 4 erano capaci di spaziare dal fantasy più visionario, al puro camp (“L’Uomo Impossibile“, n°11, o “L’enfant terrible“, n° 24) fino a storie più tragiche e complesse (“Questo uomo… questo mostro”, n°55, o “La Torcia che fu”, Annual n°4) in un viaggio durato 9 anni e 108 numeri, nato come espressione della corsa dello spazio e terminato come uno dei più grandi fumetti di fantascienza del ventesimo secolo, uno spartiacque della storia della Nona Arte ed erede naturale della fantascienza vittoriana.

Un viaggio simile a quello per raggiungere la Luna: un costante superamento dei limiti conosciuti, un’esplorazione continua verso terreni mai battuti. Quando uscì il n°1 gli Stati Uniti avevano “solo” mandato il loro primo uomo nello spazio, quando uscì l’ultimo numero, il n°102, la Luna era ormai stata conquistata da 11 mesi, un Presidente era stato assassinato e altri due ne erano susseguiti, c’era una nuova guerra di mezzo (il Vietnam), e una rivoluzione culturale chiamata Sessantotto… i Fantastici 4 a modo loro erano stati testimoni e accompagnatori di uno dei decenni più importanti della storia americana e mondiale.

Lee e Kirby alla fine degli anni ’80.

L’arte è da sempre espressione dei propri tempi, motivo per cui nessuna opera invecchia davvero, neanche quelle che sembrano più datate. E così come non esistono opere invecchiate bene o invecchiate male, non esistono fumetti invecchiati bene e fumetti invecchiati male, ma solo grandi fumetti e fumetti mediocri. E il capolavoro di Lee e Kirby fu molto, ma molto più che un “grande fumetto”. I Fantastici 4 di Lee e Kirby sono stati tutto: innovativi, avveniristici, originali, camp, esistenzialisti, comici, drammatici, ironici e tanto altro. Un capolavoro che sembrava venire dal futuro.

E a rileggerli oggi, a 60 anni esatti di distanza, sembrano ancora venire dal futuro.

Un pensiero su “Com’erano I Fantastici 4 di Stan Lee e Jack Kirby?

  • Novembre 30, 2021 in 8:56 am
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    bravissimo, ottimo articolo. mi sono commosso

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