Com’era lo Spider-Man di Stan Lee e Steve Ditko

(…) pensiamo che troverete il nostro Uomo Ragno un poco… differente”. Con questa frase si apriva la primissima pagina di Amazing Fantasy #15. Un’introduzione piuttosto anomala per lo stile dei tempi: nessun costume, nessuna splash page, nessun eroe in una qualche trionfale posa solenne, solo un gruppo di liceali che ne deride un altro. Che Spider-Man fosse differente era chiaro già dalla prima pagina:

Com’è noto per il nuovo personaggio Stan Lee voleva ancora una volta Jack Kirby al suo fianco, ma il risultato non lo soddisfò del tutto: il suo Spider-Man era il tipico eroe kirbyano… maestoso, elegante, eroico, fin troppo eroico per Lee, che invece cercava qualcosa che ispirasse fragilità e imperfezione già alla prima occhiata.

E fu lì che Steve Ditko gli diede il personaggio che stava cercando: esile, sgraziato, inelegante. Per avere un’idea delle differenze stilistiche tra i due basta dare un’occhiata alle rispettive versioni per la copertina di debutto del Ragno. La versione di Kirby è quella a sinistra, quella di Ditko a destra: stessa scena, ma dalla resa completamente diversa (anche se per la copertina finale Lee optò per la versione di Kirby, comunque inchiostrata da Ditko).

Piccola curiosità: nel primo numero zio Ben non pronuncia mai la frase “da un grande potere derivano grandi responsabilità”. Il famoso mantra nel primo numero fu infatti trascritto all’interno del classico riquadro giallo del narratore esterno, mentre verrà attribuito allo zio Ben molti anni dopo.

Il successo di Amazing Fantasy #15 obbligò la Marvel a dedicare al personaggio una rivista completamente sua, The Amazing Spider-Man, che mostrasse perché Spider-Man fosse così differente come promesso. E quale miglior modo se non concentrando tutte le sfighe per cui Peter Parker sarà famoso per decenni già nel primo numero?

Breve recap del primo numero di Amazing: dopo la morte di zio Ben nessuno sa come far quadrare i conti a casa Parker, perché i soldi di zia May non bastano e Peter non può tornare a fare quello che faceva prima, ossia show in TV nelle vesti di Spider-Man (una parte dell’origin story che in seguito sarà sempre saggiamente ignorata), perché incassare qualsiasi assegno vorrebbe dire rivelare la sua identità. Questo obbliga Peter a cercarsi un lavoro (e persino ad accarezzare l’idea di intraprendere una carriera criminale per la disperazione), ma senza successo, visto che tutti lo scartano per la giovane età.

Inoltre in città stanno girando degli articoli infamanti di un certo J. Jonah Jameson, direttore del Daily Bugle che vede in Spider-Man un potenziale criminale che ruba la scena ai veri eroi come suo figlio, l’astronauta John Jameson, impegnato nella corsa allo spazio contro i sovietici. Durante un collaudo di un razzo spaziale però qualcosa va storto e Jameson Jr. rischia di morire, per poi essere salvato da Spider-Man, ingenuamente convinto che il salvataggio possa fare da pace tra lui e Jameson. E invece il giorno dopo sempre un articolo del Bugle lo accusa di essere stato l’artefice del malfunzionamento del razzo, e di aver salvato la situazione solo per farsi pubblicità. Ora Peter si ritrova senza lavoro, con un affitto da pagare, e con tutta la città che odia Spider-Man, inclusa sua zia che augura il peggio al Ragno come tutti. Fine.

(nello stesso numero Spider-Man sventa anche un’invasione aliena, ma facciamo finta di nulla…)

Nessun lieto fine: il mantra “da un grande potere derivano grandi responsabilità” una volta applicato ha portato più danni che benefici, e a mettere il protagonista con le spalle al muro non sono supercriminali o scienziati pazzi, ma proprietari di casa, datori di lavoro, e la diffamazione della stampa. Spider-Man fu il primo fumetto che fece entrare di prepotenza il realismo -o meglio, la verosimiglianza- nel fantascientifico mondo dei supereroi. Persino il bullismo di cui era vittima Peter Parker (seppur più verbale che fisico) era un argomento relativamente nuovo, appartenendo a tempi in cui il bullismo era spesso minimizzato e ridimensionato a “ragazzata”.

Ovviamente non sarà tutto pessimismo e crisi esistenziali: già dalla storia successiva arriveranno un po’ di sane scazzottate e il primo villain del Ragno, il Camaleonte, con il suo classico piano anni ‘60 di vendere informazioni ai sovietici, mentre in un una dozzina di numeri debuttano cattivoni pittoreschi come l’Avvoltoio, il Dr. Octopus, Lizard, l’Uomo Sabbia, i Duri, Electro, Kraven e Goblin, ma è chiaro sin dal primo numero come le vere intenzioni di Lee e Ditko fossero di dare al pubblico l’eroe più malinconico che si fosse visto; una malinconia che pochi anni prima avrebbe depresso i lettori stessi, ma che ritrovandosi nel decennio giusto coglieva e anticipava i nuovi gusti del pubblico, tanto che persino la tradizionale ironia di Lee (e di Spider-Man stesso) inizialmente è piuttosto tenuta a freno.

Tra le differenze iniziali rispetto ad oggi, oltre al costume (più rosso e nero che rosso e blu, oltre alle celebri ragnatele sotto le braccia), c’era un largo uso di gadget usa-e-getta creati dall’ingegno di Peter, custoditi in un cintura multiuso stile Batman sotto il costume (come l’inutile Ragno-segnale e le Ragno-Spie, unico gadget ad essere sopravvissuto negli anni).

Anche se i gadget verranno usati per lo più nella prima decina di numeri, fino poi a sparire, quasi tutti i villain iniziali verranno sconfitti col “gadget del mese”: un antidoto per Lizard, guanti di gomma per Electro, un inibitore elettronico per le ali dell’Avvoltoio, e l’Uomo Sabbia con… un aspirapolvere!

Di tutti questi cattivoni il Camaleonte e Goblin saranno anche gli unici di cui per anni non si conoscerà l’identità segreta. Oggi siamo abituati ad associare Goblin a Spider-Man come Lex Luthor a Superman o il Joker a Batman, ma il primo Goblin -oltre ad avere una specie di manico di scopa tecnologico al posto dell’aliante- non diventerà la vera nemesi del Ragno prima di qualche anno, facendo poi un gigantesco balzo in avanti con la morte di Gwen Stacy nel 1973.

Inizialmente il nome designato da Lee per essere la nemesi definitiva del Ragno infatti fu il Dr. Octopus, tanto da essere il primo in assoluto a smascherarlo (n°12), per di più davanti a Jameson e Betty Brant!

Pur essendo tutti iconici villain passati alla storia, non erano loro l’elemento più interessante dell’Arrampicamuri a tenere incollati i lettori ogni mese…

La “nascita” degli adolescenti

Partiamo da una piccola premessa: gli anni liceali di Spider-Man sono stati molti meno di quanto si pensa. Nonostante si tenda a considerarla una fase imprescindibile della mitologia del personaggio, il diploma per Peter arriva dopo soli 28 numeri, svolti tra il 1962 e il 1965 (senza contare che Peter stesso dice esplicitamente di essere all’ultimo anno già nel n°14).

Prima degli anni ‘50 gli adolescenti non esistevano. O meglio, erano considerati degli adulti in miniatura, e non indipendenti e dotati di una propria “cultura”. Poi il Rock ‘n Roll e la Beat Generation diedero i natali alla cultura giovanile, e il mondo dei teenager iniziò ad essere concepito come qualcosa di distaccato dal mondo adulto, anche nel cinema. Il capostipite cinematografico fu indubbiamente Gioventù Bruciata nel 1955, il primo a trattare il disagio adolescenziale in modo anche piuttosto crudo per i tempi (soprattutto considerando che alcune tematiche di Gioventù Bruciata nei media non torneranno ad essere affrontate addirittura fino alla strage della Columbine, 40 anni dopo).

Nacque così il teen drama: un filone di B-Movie e film d’expolitation da Drive In -spesso di scarsa portata e quasi mai distribuiti fuori dagli USA- diretti agli adolescenti, che trattavano argomenti anche abbastanza forti per l’epoca come aborti, droga, e delinquenza giovanile (come Teenage Thunder del 1957, The Cool and the Crazy e High School Hellcats del 1958, Girls Town e Blue Denim del 1959, dove recitarono persino i figli di Charlie Chaplin e Harold Lloyd).

Ma il genere teen non sarà caratterizzato solo da drammoni: seguiranno anche film più leggeri come Vacanze Sulla Spiaggia nel 1963, o soap opere come Never Too Young nel 1966 (precursore dei vari Beverly Hills 92010 e Dawson’s Creek, che poté vantare persino guest star come Stevie Wonder o Paul Revere & the Raiders) a dare al genere i contorni disimpegnati che conosciamo oggi.

E poteva un personaggio che andava al liceo negli anni ‘60 sottrarsi alle appena nate dinamiche del teen drama? Ovviamente no.

Gli anni liceali di Spider-Man

Ogni volta che un fumetto di supereroi viene etichettato come “una soap opera” in senso denigratorio come fosse un certificato di scarsa qualità mi viene sempre un sorrisone, perché la verità è che i fumetti di supereroi sono da sempre una gigantesca soap opera, il ché non è mai stato un male. Anzi, fu proprio il lato soap-operistico di Amazing a darci alcuni dei momenti migliori della testata, sia con Ditko che -soprattutto- con Romita, diventando il primo fumetto a mettere al centro dell’attenzione i comprimari tanto quanto il protagonista.

Amazing Spider-Man fu il fumetto più corale che si fosse mai visto, con un cast di supporto (Betty Brant, Flash Thompson, J.J.Jameson, Liz Allan, zia May, Frederick Foswell, Ned Leeds) di cui Lee non osava mai privarsi. Il loro ruolo all’interno del ciclo, inizialmente più defilato e via via sempre più centrale, era talmente importante da condizionare anche i toni e la qualità delle storie, più drammatici o umoristici a seconda del loro utilizzo, a partire dai due nemici “umani” di Spider-Man: Jameson e Flash Thompson.

Al debutto Jameson era leggermente diverso: non solo era un personaggio piuttosto serio e quasi privo di spunti comici, ma non era neanche il direttore del Daily Bugle, bensì del NOW Magazine (il Bugle si aggiungerà un paio di numeri dopo), e non assume Peter Parker per fare delle foto a Spider-Man, ma all’Avvoltoio; come detto in precedenza infatti, nella storia originale Spider-Man è una figura già ben nota e immortalata da prima della morte di zio Ben grazie alla carriera da stella televisiva intrapresa dopo il suo famoso incontro di wrestling.

Ma col passare dei numeri più Jameson appariva e più Lee si divertiva a renderlo cartoonesco (non è un segreto che Lee creò J.J.J. come una sorta di auto-parodia), fino a prenderci gusto e a renderlo un personaggio comico a tutti gli effetti. Nonostante questo, persino Jameson avrà dei rari momenti più riflessivi, che andranno leggermente più a fondo sulla sua maschera comica:

Discorso simile a Jameson si può fare per Eugene “Flash” Thompson, inizialmente “solo” il bullo che tormentava Peter nelle scene ambientate a scuola, e in seguito un personaggio sempre più presente, se non addirittura il più divertente della serie. Flash, come la sua ragazza Liz Allan, inizialmente era un comprimario di poco conto, ma con la crescente sicurezza del “debole Parker” (come amava chiamarlo) da semplice rapporto bullo-vittima tra i due nasce una competizione vera e propria, anche se -pur non ammettendolo mai- alla lunga Flash inizierà a rispettare Peter. Nonostante questo, le risse interrotte tra Peter e Flash su Amazing saranno una tradizione irrinunciabile (n°8 ad incoraggiare i due a picchiarsi in palestra saranno gli insegnanti stessi!)

La cosiddetta Università Della Strada.

Così come Lois Lane ignora Clark Kent salvo essere cotta di Superman, Flash Thompson odia Peter Parker salvo essere il fan n.1 di Spider-Man, se non addirittura il suo unico difensore in tutta New York, tanto da fondare il suo fan club ufficiale e persino indossarne il costume per fare giustizia nel quartiere e tenerne alto il nome dagli articoli infamanti del Bugle.

Seppur oggi sia spesso dimenticato fuori dai fumetti, un altro personaggio piuttosto ricorrente e importante per tutto il ciclo di Lee e Ditko fu Frederick Foswell, mite reporter del Bugle di giorno e signore della mafia noto come il Grand’Uomo di notte, protagonista di una delle sottotrame più lunghe e durature del ciclo.

Il comprimario più importante di tutti però fu inevitabilmente Betty Brant.

“All you need is love” (canzone di quegli anni che nessuno conosce)

Betty Brant era la segretaria del Daily Bugle: aveva la stessa età di Peter, ma aveva lasciato la scuola per poter pagare i debiti del fratello (che infatti verrà ucciso dalla mafia n°11). Nei primi numeri Betty è solo un personaggio che appare sullo sfondo delle scene al Daily Bugle (e senza i suoi storici capelli a caschetto), salvo poi essere “promosso” a interesse amoroso nel n°9: numero importantissimo, visto che oltre a mettere le basi per la sua tormentata storia con Peter verranno introdotti Electro, i primi problemi di salute di zia May, e una trama per la prima volta orizzontale e sviluppata su più numeri.

Tra Peter e Betty non ci sarà mai una relazione vera e propria: Betty infatti non vorrà mai intraprendere una storia con Peter per la sua propensione a cacciarsi in situazioni pericolose per le foto del Daily Bugle, terrorizzata all’idea di dover piangere un’altra morte dopo quella del fratello.

Tra i due ci saranno pochi alti e tanti bassi, con litigi e incomprensioni a farla sempre da padrona, finché il rapporto diverrà irrecuperabile quando l’ombra di Spider-Man si farà sempre più ingombrante, finendo poi del tutto quando tra loro si metterà un terzo incomodo, Ned Leeds, giovane reporter del Bugle che chiederà a Betty persino di sposarla.

Ma come accennato prima, più Lee dava spazio ai comprimari della serie e più i toni si alleggerivano. Ad aggiungere un po’ di sana ironia alle faccende rosa del Ragno arriverà Liz Allan, la ragazza di Flash Thompson, che inizierà ad essere attratta da Peter man mano che “il debole Parker” acquistava sicurezza in sé, e nella fase centrale del ciclo il lato più drammatico della love story con Betty verrà messo da parte in favore di una più divertente rivalità tra Liz Allan e Betty Brant per conquistare Peter, troppo preso dalle sue faccende da Spider-Man per gestire al meglio la situazione, lasciando il tutto alle più classiche dinamiche della commedia degli equivoci.

Tutte queste sottotrame resero le scene in borghese del ciclo persino più centrali e divertenti delle scazzottate in costume, finché la rivalità tra Liz e Betty cesserà quando le due a casa Parker troveranno un ospite inatteso: una ragazza di nome Mary Jane Watson, ed entrambe concluderanno che Peter nascondeva una terza ragazza a entrambe. Ma in realtà, Peter a Mary Jane non l’aveva neanche mai vista. E i lettori neanche.

Mary Jane (nominata per la prima volta nel n°15, ma mostrata solo nel n°25) era la nipote di Anna Watson, vicina di casa e miglior amica di zia May, e inizialmente neanche si poteva definire un personaggio. Mary Jane era poco più che una gag ricorrente, una tormentone della serie: le due zie avevano intenzione di combinare un appuntamento tra i due, ma Peter non era minimamente interessato, convinto fosse una zitella che la zia cercava di piazzare, e ogni volta che MJ si presentava a casa Parker, Peter puntualmente non c’era. Come detto, neanche i lettori l’avevano mai vista in volto, visto che MJ compariva sempre con qualcosa a coprirla.

La prima apparizione di Mary Jane

I lettori erano comunque portati a credere che fosse una specie di super modella, visto che anche col volto oscurato tutti i personaggi che la vedevano ne rimanevano spiazzati. Per tutto il ciclo di Lee e Ditko però, Peter e MJ non si incontreranno mai.

Il più grande fumetto di formazione mai scritto

Lee non faceva mai mancare la sua ironia, quasi dissacrante per gli standard del genere supereroistico dei tempi, riuscendo però a non sfociare mai nel parodistico (che è un po’ la differenza che c’è tra “ironia” e “comicità”). Spider-Man non era un personaggio semi-comico come si tende a usarlo oggi, ma un personaggio serio e drammatico, saggiamente caricato di parecchia autoironia per non rischiare di prendersi fin troppo sul serio, e che delegava la comicità vera e propria ai vari Flash Thompson e J.J.Jameson.

Ogni volta che Spider-Man vinceva Peter Parker perdeva, e anche nei momenti più leggeri c’era sempre un dramma di fondo (e viceversa). Le storie raramente avevano un lieto fine -soprattutto verso la fine del ciclo- e non c’era un singolo numero dove Peter non avesse un handicap o una preoccupazione in più a cui pensare (nel n°7 ha un braccio rotto per tutta la storia, nel n°12 perde i poteri per un’influenza, nel n°28 è costretto ad usare un costume di carnevale che si sfalda continuamente, e così via).

Sotto certi punti di vista può dire che lo Spider-Man di Lee e Ditko fu per i supereroi quello che la New Hollywood fu per il cinema: qualcosa che stravolse i dogmi narrativi tradizionali in favore di una maggior centralità sui veri problemi di tutti giorni, oltre che una raffigurazione più realistica dell’uomo comune.

Alla DC avevano tutti un aiutante/confidente (Robin, Alfred, Kid Flash, Speedy, Jimmy Olsen, Supergirl, Wonder Girl, Aqualad) mentre alla Marvel Ant-Man aveva Wasp, la Cosa aveva Alicia Masters e gli altri Fantastici 4, e Hulk aveva Rick Jones. Spider-Man no, Spider-Man era un ragazzo solo contro tutti, un adolescente costretto a crescere e maturare in fretta per poter sopravvivere al violento mondo dei supereroi, senza un mentore che lo seguisse e lo istruisse passo passo. Un ragazzo di 17 anni che non poteva permettersi di avere 17 anni.

Lo Spider-Man di Lee e Ditko infatti non era (solo) un fumetto di supereroi, ma un fumetto di formazione più attento a trattare il delicato passaggio dall’età adolescenziale all’età adulta, un fumetto che parlava di crescita piuttosto che di scazzottate in calzamaglia; l’esatto opposto di tutti gli altri eroi adolescenti precedenti, che si limitavano ad essere sidekick di eroi adulti (come Robin, Kid Flash, e Bucky per Batman, Flash e Capitan America), ma che non crescevano e maturavano indipendentemente.

Con Lee e Ditko Spider-Man invece cresce, matura, e ha dubbi continui: nel n°18 rinuncia al costume buttandolo nella spazzatura ben prima del famoso “Spider-Man No More”, per poi rinsavire grazie a zia May (li sentite questi echi di Spider-Man 2?), sbaglia anche quando fa del bene (nel n°17 Spidey crede di sventare una rapina, scoprendo invece di aver rovinato le riprese di un film), perde i poteri come sintomo psicosomatico da stress durante il primo scontro coi Sinistri Sei (altro espediente di trama ripescato da Sam Raimi sempre per Spider-Man 2), e nel n°24 va addirittura da uno psicologo, terrorizzato all’idea che la sua doppia vita lo stia portando alla schizofrenia e ad avere allucinazioni (causate in realtà dallo psicologo stesso, che si rivelerà essere Mysterio).

La “maledizione” della doppia vita e il suo karma avverso si riverseranno soprattutto nel rapporto tra Peter e le sue contendenti, Liz Allan o Betty Brant. Il numero del diploma di Peter (il n°28), simbolicamente il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, infatti non sarà una celebrazione della propria crescita o del proprio percorso formativo come tendono a fare tante opere sul Senior Year, ma una dolorosa e cinica chiusura per tutti coloro che erano rimasti scottati dall’ingombrante ombra di Spider-Man nelle loro vite: Betty sceglierà di stare con Ned Leeds, mentre Liz rivelerà le sue frustrazioni a Peter e sparirà dalle storie per qualche anno. Nonostante la maggior sicurezza in sé, le lezioni imparate, e la crescita intrapresa, Peter finirà il liceo ritrovandosi al punto di partenza: completamente solo.

Anche il resto dell’universo Marvel nelle storie di Spider-Man si limitava a dei fugaci camei per lasciare al personaggio un’aura di eroe solitario (l’unico eroe Marvel ad apparire con una certa costanza sarà la Torcia Umana, storicamente il più grande amico/alleato del Ragno insieme a Devil), mentre gli unici personaggi a “sopravvivere” alla fine del liceo saranno Jameson e Flash Thompson, che frequenterà la stessa università di Peter, facendo da ponte tra il vecchio cast e le new entry debuttanti nel n°31: Gwen Stacy ed Harry Osborn.

Il debutto di Gwen ed Harry

Le ultime storie

Il ciclo di Lee e Ditko finì nel n°38, ma non prima di aver dato al pubblico il loro capolavoro, Il Capitolo Finale, probabilmente la storia più omaggiata in assoluto del Ragno. Il Capitolo Finale è la terza parte parte di una storia divisa in 3 numeri (le prime due si chiamano Se questo è il mio destino e Un uomo infuriato), e spesso quando vengono ristampate le storie più celebri del Ragno gli editori fanno l’errore di inserire solo Il capitolo finale, in quanto contenente la scena per cui la storia è famosa -Spider-Man sepolto sotto le macerie- facendo così il grosso errore di tagliare radicalmente il crescendo emotivo delle prime due parti.

Il ché sarebbe un pò come guardare la scena del treno di Spider-Man 2 senza aver visto la prima ora di film: un momento di Cinema con la C maiuscola, ma inevitabilmente meno potente senza il climax costruito attorno. Ma iniziamo dalla prima parte, da “Se questo è il mio destino”: Peter vive un pessimo momento: il rapporto con Betty è ormai fatto solo di incomprensioni e litigi (e il fatto che frequenti un giovane reporter del Bugle di nome Ned Leeds, che vuole addirittura sposarla, di certo non aiuta), e non riesce a studiare per l’università a causa della sua doppia vita.

Ma soprattutto, zia May sta morendo, e stavolta la causa è lui stesso. May a causa di una malattia ha infatti necessitato qualche numero prima di una trasfusione fatta col sangue radioattivo del nipote, ma ora quel sangue radioattivo che sembrava averla guarita la sta uccidendo. I ricordi della morte di zio Ben riaffiorano, e l’unica speranza per salvarla è un misterioso siero chiamato “ISO 36”, ambito però anche dal misterioso Pianificatore (che si rivelerà essere il Dr. Octopus), che se ne impossesserà prima di lui, togliendo a zia May ogni speranza di sopravvivenza.

Sentendosi responsabile dell’imminente morte della zia Spider-Man diventa una furia, e in un’insolita veste fatta di rabbia cieca e zero battute pesta brutalmente ogni criminale che possa sapere dove si trovi il suo nascondiglio. Individuato il covo in una base sottomarina, Spider-Man ci si fionda facendo piazza pulita di Doc Ock e dei suoi scagnozzi, con una rabbia tale da distruggere gli assi portanti della base, causando il crollo e l’inondazione della struttura con tonnellate di macerie a seppellirlo. Zia May è quindi destinata a morire a causa del suo sangue radioattivo, e la sua stessa rabbia lo ha bloccato a centinaia di metri sott’acqua, azzerando ogni possibilità di salvarla. E qui inizia la terza e ultima parte, Il capitolo finale, un momento talmente iconico che può essere mostrato solo secondo il volere di Lee e Ditko:

Peter solleva tonnellate di macerie e si libera, combattendo poi tutti gli scagnozzi di Octopus rimasti… senza neanche rendersi conto di averli già stesi tutti, continuando a picchiare il vuoto per puro istinto, come fosse posseduto. Riemerso in superficie, zia May guarirà grazie al siero.

La storia è spesso citata come la più bella mai scritta su Spider-Man, o comunque la più rappresentativa di tutto ciò che il personaggio doveva significare nella mente dei suoi creatori. Perché per quanto la moderna e molto errata concezione popolare veda Spider-Man come un eroe spiritoso, le battute e l’ironia erano solo un espediente per alleggerire quello che era stato concepito per essere il supereroe più tragico della storia dei fumetti.

La fine di un’era

Il capitolo finale chiuse la fase d’oro del ciclo, grossomodo durata tra il n°17 e il n°32. Dopodiché Lee e Ditko realizzeranno insieme solo altri 5 numeri, con le divergenze creative tra i due che iniziarono a farsi sentire, dandoci le loro storie meno brillanti e villain dimenticabili come il Dr. Stromm, il Saccheggiatore, Joe Smith (oddio, la sua in realtà era una storia interessante) o i non troppo esaltanti ritorni di Kraven e Molten.

Sono infatti i numeri dove le vicende universitarie di Peter Parker risultano molto più interessanti di quelle di Spider-Man (in alcune occasioni Lee in veste di narratore addirittura si “scusa” per il poco spazio dedicato a Spider-Man in azione), il disegno di Ditko appare più sbrigativo, e persino Lee, solitamente molto verboso nei suoi dialoghi, lascia spazio a vignette mute riempite dalle sole onomatopee, e chi conosce lo stile di Lee sa bene quanto una vignetta muta per lui fosse più rara di un lago nel deserto.

Le storie erano pianificate secondo il celebre “metodo Marvel”: un metodo, tutt’oggi diffuso, dove Lee ideava una sinossi generale, Ditko disegnava lo svolgimento, e infine sempre Lee inseriva i dialoghi su quello che Ditko ideava. Un perfetto 50/50 che i due autori stessi illustrarono in uno inserto pubblicato su Spider-Man Annual n.1, dove mostravano ai fan “come nascono le storie di Spider-Man”. Se dunque uno dei due non trovava più stimoli, era tutta la baracca a crollare.

Lee e Ditko ironizzano sulla genesi delle loro storie

Gli ultimi 5 numeri, per quanto poco ispirati, furono comunque di enorme importanza (e non solo perché nel n°37, il penultimo di Ditko, debutterà un certo Norman Osborn), visto che venne presentato il nuovo cast formato da Gwen Stacy ed Harry Osborn, le dinamiche universitarie di Peter Parker, che con l’arrivo di John Romita ai disegni al posto di Ditko diverranno più centrali.

Inizialmente Peter non aveva un gran rapporto con Harry e Gwen, visto che tutto il campus era concorde nel ritenere Peter un pallone gonfiato che snobbava l’intero studentato senza mai degnarsi di salutare o interagire con qualcuno (soprattutto a causa degli impegni da Spider-Man e gli eventi de Il Capitolo Finale). Gwen stessa -ancora sprovvista del suo iconico fermacapelli- sembrava una nuova Liz Allan più acida e irritabile piuttosto che il personaggio angelico che sarebbe diventata con John Romita. Nonostante ciò, più Peter la ignorava, e più Gwen si interessava a lui. Donne…

Tutto cambiava e un’era finiva, e non solo perché se ne stava andando Ditko: Peter iniziava l’università, Liz Allan lasciava Flash e si apprestava a sparire dalle storie per parecchi anni, Betty Brant abbandonava il Bugle e New York ponendo fine alla prima love story del Ragno, Gwen Stacy ed Harry Osborn guadagnavano terreno, e a breve avrebbe finalmente debuttato (stavolta per davvero) Mary Jane. Ma soprattutto, il più grande dei cambiamenti: il Sessantotto era dietro l’angolo. Sono gli anni in cui alla Marvel le lettere dei fan non arrivano più solo dalle scuole e dai licei ma dalle università: il target si stava espandendo, i lettori erano cresciuti e i personaggi erano chiamati a crescere con loro trattando tematiche più attuali, che Lee si interessò a inserire a partire dal n°38, dove Peter arriva alla sua università in un clima di contestazione e proteste.

Nello Spider-Man di Lee e Ditko c’erano certo recap continui, dialoghi verbosi, spiegoni costanti, alcuni insegnamenti un pò naive, ingenuità tipiche di quegli anni, e tutto quello che volete… ma la freschezza di idee di quelle 20 pagine mensili di 60 anni fa non è mai più stata eguagliata, e per decenni scrittori su scrittori hanno tentato di essere all’altezza del ciclo originale di Lee e Ditko, ovviamente invano. Troppo spesso Spider-Man è stato dipinto come un semplice trash talker alla Deadpool, un eterno adolescente che viene addirittura retrocesso allo status di 30 anni fa, annullando decenni di crescita ed evoluzione (come One More Day), pur di restituire ai lettori un presunto tono più “giovanile” e inutilmente nostalgico. Ma a molti autori e fan è sempre sfuggito il punto fondamentale che rendeva Spider-Man differente come promesso 60 anni fa su Amazing Fantasy #15: Peter Parker era un personaggio condannato a crescere e andare avanti, senza nostalgia o spiritosaggini che trasformassero in una macchietta comica il personaggio che ha vissuto più lutti e tragedie della storia del fumetto (zio Ben, George Stacy, Gwen Stacy, Harry Osborn, Ben Reilly, la sua figlia mai nata).

L’ultima vignetta disegnata da Ditko

Perché Da un grande potere derivano grandi responsabilità non è solo un mantra, ma un intero motore narrativo, un leitmotiv da applicare al personaggio ogni volta che si perde la bussola della sua narrazione, piuttosto che un tormentone da ripetere giusto per strizzare l’occhio ai fan, e che ogni volta che è stato tralasciato ha fatto cadere il personaggio nelle sue storie peggiori.

Ma per fortuna, quando ci sarà bisogno di recuperare la bussola, avremo sempre il vero lascito ai poster del personaggio, il capolavoro destinato a non invecchiare mai di Lee e Ditko, il più grande fumetto di formazione mai scritto.

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