Brivido: l’unica (folle) regia di Stephen King

L’unico film da regista di Stephen King è un delirio da molti irriso e da lui stesso rinnegato, ma – come un po’ tutti i film con la fama di essere terribili – ha anche i suoi estimatori.

In effetti a guardarlo viene veramente difficile volergli male: premessa e realizzazione sono totalmente sopra le righe, fieramente camp, e il divertimento è tantissimo. A dire il vero, al netto di tutto, non si può dire che gli manchino dei momenti assolutamente memorabili.

Così, per dirne uno.

La premessa? Per effetto dell’incontro tra la terra e la scia “malefica” di una cometa, tutti i macchinari creati dall’uomo prendono vita. Non siamo in un film sci-fi moderno e soprattutto siamo nel 1986, lontani dalle esigenze dei peggiori nerd che vogliono spiegazioni dettagliate e sofisticate per ogni evento di fantasia in un film. È ancora tutta aperta campagna, è pura anarchia, e il film si comporta (fortunatamente) di conseguenza.

Oggetti che prendono vita, dicevamo: questo include tagliaerba, distributori automatici, bancomat (nel bellissimo cameo di King in persona), automobili e camion. Soprattutto camion. Camion con la faccia del Green Goblin, tra gli altri.

E poi è bene leggere i titoli di testa, signore e signori: “music by AC/DC”!

E alla fine sì, è proprio così: i nostri amici sono a tutti gli effetti i “compositori” del film, perché di fatto non ci sono musiche orchestrali aggiuntive atte a farlo sembrare un film nella norma, ma solo i pezzi della band australiana.

Brivido è un film nel quale i personaggi si armano disinvolti di bazooka e fanno esplodere un sacco di roba, in cui i macchinari che prendono vita uccidono senza pietà, senza che il ritmo rallenti un attimo per concedere alle morti anche solo un minimo di enfasi. Dopo che ci viene spiegata la premessa, quel che ci spetta non è altro che un susseguirsi di morte e distruzione del tutto casuale, che non guarda in faccia a nessuno. E con gli AC/DC in sottofondo.

L’intero album della colonna sonora.

Praticamente il film che il me stesso delle medie – perso sempre in mille discussioni su quanto gli AC/DC fossero vera musica e il resto merda, nonché piccolo cultore di horror anni ‘80 – poteva solamente sognare; peccato che l’abbia visto solo più tardi, al liceo, quando invece facevo un po’ il conformista e mi accodavo a qualunque critica rivolta a film considerati “oh mio Dio troppo traaaash”. Do un consiglio a chiunque abbia un figlio di 13, 14 anni che un minimo si interessa di film: proibitegli di guardare recensioni di film “trash” su Youtube fatte da tizi senza senso dell’umorismo e fategli mettere il like a 6 e mezzo.

Comunque ora sono cresciuto e ho capito quali sono i veri film brutti e imbarazzanti. Indizio: di solito non ne hanno affatto la fama. Brivido è chiaramente un pastrocchio, complice anche una storia produttiva folle, ma ci metterei la firma se da qui al giorno in cui crepo mi promettessero solo film “brutti” così.

A molti disperati, per farsi accettare, tocca etichettare simili anomalie cinematografiche sotto la voce “guilty pleasure”, espressione con la quale non sarò mai d’accordo. Per quanto mi riguarda una cosa ti piace o non ti piace, ma non c’è mai colpa, soprattutto se per “colpa” s’intende venire meno ai dettami della cinefilia snob. Comunque adesso parlerei della storia produttiva folle, che dite?

Che cazzo stiamo facendo qui?

Brivido è tratto da Camion, racconto contenuto nella raccolta A volte ritornano, ed è il quinto adattamento kinghiano prodotto da Dino De Laurentiis dopo La zona morta, Fenomeni paranormali incontrollabili, L’occhio del gatto e Unico indizio la luna piena.

Degli ultimi due King curò le sceneggiature (con i risultati migliori ne L’occhio del gatto, film che peraltro presenta l’universo condiviso kinghiano nella bellissima sequenza dei titoli di testa), e sedette spesso anche in sala di montaggio vicino a De Laurentiis, con il quale strinse presto amicizia. Proprio durante le sessioni di montaggio di uno di questi film disse all’amico che aveva davvero voglia di mettersi a dirigere. Risposta? “Perché no? Dovresti!”. E così ebbe inizio l’incubo.

Tanto per cominciare, King voleva come protagonista Bruce Springsteen, proprio in quegli anni in trattative anche con Paul Schrader per recitare in quello che sarebbe poi diventato La luce del giorno (la storia qui).

La risposta di Dino De Laurentiis fu “Bruce chi???”: non per fare il simpatico tipo meme, ma perché non sapeva effettivamente chi fosse. Venne assunto Emilio Estevez, figlio di Martin e fratello di Charlie Sheen nonché astro nascente che già aveva preso parte a Breakfast Club e St. Elmo’s Fire, imponendosi come uno dei membri cardine del famigerato Brat Pack anni ’80. A quanto pare questo fece perdere a King un po’ tutto l’entusiasmo.

Sul set lo scrittore era poi costantemente ubriaco e fatto di cocaina, e non aveva minimamente idea di come si dirigesse un film. Qualcuno fece stampare per lui questa iconica t-shirt:

Era poi circondato da una crew multietnica che vantava tra i membri diversi italiani, tra cui il direttore della fotografia Armando Nannuzzi.

Nannuzzi in patria aveva lavorato con Dino Risi, Luigi Comencini, Pier Paolo Pasolini, Ettore Scola… molti dei nostri grandi registi, insomma. Era un ottimo direttore della fotografia, cosa che è possibile constatare anche qui. Purtroppo proprio sul set di Brivido – che trovandosi in North Carolina era sottoposto a meno controlli dei normali set hollywoodiani – ebbe luogo un incidente orribile che gli costò un occhio.

Ironia della sorte, fu proprio per colpa di un macchinario che “prese vita” e impazzì: trattasi di un tagliaerba, quello che in una scena insegue un ragazzino in bici. Nannuzzi chiese a King di rimuovere la lama dal tagliaerba, sia per ragioni di sicurezza che perché nell’effettivo non sarebbe proprio comparsa nella ripresa. King rifiutò. Pare che comunicare con lui fosse difficilissimo, complici le varie sostanze in circolo nel suo organismo.

Il tagliaerba radiocomandato venne azionato dall’addetto agli effetti speciali e perse improvvisamente il controllo, il tutto ad una velocità spaventosa, danneggiando dapprima alcuna dell’attrezzatura, poi un supporto di legno che reggeva una delle cineprese. Quel supporto si scheggiò, e una scheggia finì dritta in un occhio di Nannuzzi, che in uno slancio di grande professionismo tornò sul set due settimane dopo con una benda da pirata.

Pare infatti che secondo i dottori le condizioni dell’occhio fossero reversibili, ma i danni si rivelarono troppo profondi. Durante le riprese però Nannuzzi non lo sapeva, e con ottimismo decise di portare a termine il lavoro. Anni dopo fece causa a King per 18 milioni di dollari, il tutto risolto poi con un accordo stragiudiziale.

Il resto del cast e della crew ricorda proprio quanto fossero assurdamente pericolose tutte le riprese: in scene di distruzione vera, di incendi ed esplosioni realizzate dal vero, non è che ci fossero chissà quali precauzioni. Non erano nemmeno ben attrezzati per stunt abbastanza tipici come un uomo in fiamme, e a quanto pare ebbero parecchie difficoltà a “spegnere” lo stuntman per quella scena. Per non parlare poi un uragano insorto proprio durante gli ultimi giorni di lavorazione… Le riprese di questo film furono insomma sopra le righe e decisamente atipiche, proprio come il risultato finale.

Ma si può odiare una roba del genere?

Quando uscì in sala fu un fiasco di incassi e di critiche, poi il resto andò come da copione, e oggi il film è diventato un cult. King dal canto suo decise di non dirigere mai più niente, e a quanto pare si scusa regolarmente con Emilio Estevez anche a distanza di anni per avergli fatto prendere parte a quello che lui chiama “a moron-movie”.

Quel che è certo è che questo film può dirci tanto sulla figura di Stephen King negli anni ’80: sappiamo infatti che era già da un po’ che venivano tratti film dalle sue opere, alcuni dei quali capolavori assoluti (Carrie, Shining, Misery), ma non avendo vissuto quei tempi è difficile rendersi davvero conto di quanto fosse – passatemi la retorica – una vera e propria rockstar letteraria. Brivido, non tanto come film ma come evento, può darcene un’idea. Basti guardare questo poster, in cui la sua figura giganteggia rispetto a tutto il resto: quanti esempi simili ricordate?

O sennò c’è questo trailer, dove compare in carne ed ossa in pieno stile William Castle per convogliare in sala il suo pubblico:

Non tornò mai a dirigere, ma non c’è dubbio che se avesse voluto avrebbe potuto farlo, e magari aggiustando il tiro sarebbe potuto diventare anche un regista interessante. Qui c’è tanta rozzezza, e l’inesperienza traspare da molti momenti, ma a compensare c’è la sua mente creativa – all’epoca ancora in stato di grazia – che non ci risparmia guizzi da non sottovalutare. Un film da non prendere sul serio nemmeno un attimo, perfetto divertissement della domenica (lo dico perché l’ho riguardato domenica scorsa e mi ci sono divertito come un pupo). E poi, continuo a dirlo, ci sono gli AC/DC che ci tengono compagnia per un tutto il viaggio: non tutti gli esordi hanno certi privilegi.

Yeardley Smith.

Piccola curiosità: nei panni di una goffa e cartoonesca neo-sposina abbiamo Yeardley Smith, che di lì a poco sarebbe diventata la doppiatrice di Lisa Simpson.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *