Baba Yaga: l’unico adattamento al cinema della Valentina di Crepax

L’uscita del Diabolik dei Manetti Bros. sarebbe ancora prevista per capodanno, e benché la situazione cinema sia ben nota non è arrivata ancora nessuna smentita. Non sappiamo quando effettivamente uscirà, ma nell’attesa abbiamo deciso di ripercorrere la storia del mai abbastanza ricordato “cinefumetto” italiano. Un cinema figlio di anni in cui ai produttori, incredibilmente, l’idea di portare sullo schermo le icone del fumetto tricolore non sembrava poi così assurda.

Le puntate precedenti:

  1. Cenerentola e il signor Bonaventura (1941)
  2. Kriminal (1966)
  3. Satanik (1968)
  4. Diabolik (1968)
  5. Isabella duchessa dei diavoli (1969)

Sesta puntata: Baba Yaga (1973)

Valentina è probabilmente il più grande breakout character mai esistito in Italia. Che cos’è un “breakout character”? Qui in Italia è meglio nota come “sindrome di Fonzie”, il che dovrebbe darvi qualche suggerimento: negli USA i cosiddetti breakout character sono quei personaggi concepiti per essere secondari, o comunque di poca rilevanza, ma che inspiegabilmente, senza che l’autore ne abbia alcuna intenzione, emergono imprevedibilmente e si prendono la scena fino a diventare i veri protagonisti come avessero vita propria.

Per questo in Italia è nota come sindrome di Fonzie: chiunque abbia visto le prime puntate di Happy Days non potrà non notare quanto in realtà Fonzie fosse inizialmente un personaggio sullo sfondo, con poche battute, e uno screen time ancora più scarso (per di più sprovvisto anche del suo iconico giubbotto di pelle). Questo non gli impedì però di farsi notare finché non divenne a tutti gli effetti un co-protagonista e, infine, protagonista assoluto dopo l’addio di Ron Howard dalla serie.

Qualche anno prima aveva avuto un destino simile Spock, che da personaggio secondario divenne in breve il vero simbolo di Star Trek, o Bugs Bunny, che debuttò come comprimario di un cortometraggio con Porky Pig (primo vero simbolo delle Merrie Melodies) fino a sostituirlo come volto dei Looney Tunes. Nei fumetti i breakout character più popolari sono indubbiamente Braccio di ferro, anche lui debuttante come comparsa; Wolverine, che da personaggio usa e getta usato per una storia di Hulk diventerà il personaggio più popolare della Marvel dopo Spider-Man; Snoopy, che diventerà persino più popolare di Charlie Brown e, appunto, Valentina.

Valentina debutta infatti nel 1965 come fidanzata di Neutron, personaggio creato da Guido Crepax che aveva il potere di manipolare il tempo a suo piacimento con lo sguardo. In brevissimo tempo Valentina passò dall’essere “la fidanzata di…” a protagonista vera e propria di storie tutte sue, spesso in cotesti erotici e soprattutto onirici, diventando uno dei simboli più riconosciuti del fumetto italiano.

Al contrario di molti fumettisti, il talento di Crepax non nasce al servizio della Nona arte, ma per la grafica pubblicitaria. Negli anni ’50 infatti Crepax realizza perlopiù illustrazioni di riviste o copertine (l’illustrazione dell’LP di Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno è sua), fino ad arrivare nel mondo dei fumetti solo negli anni ’60. Al servizio della Nona Arte, Crepax sconvolse la classica e assodata geometria delle vignette, imponendosi con uno taglio molto più cinematografico, e uno stile grafico che farà scuola anche al di fuori dall’Italia (l’esempio più eclatante è indubbiamente Frank Miller, che con Crepax ha visibilmente qualche debito).

Il suo stile più vicino al cinema che agli standard fumettistici dell’epoca lo portò ad essere assunto come stroyboard artist da Tinto Brass per Col cuore in gola nel 1967, e fu lì che proprio Brass si interessò per primo a portare al cinema Valentina, per poi fare dietrofront, dopo aver ritenuto effettivamente impossibile adattare l’estetica di Crepax sul grande schermo. A raccogliere la sfida un paio di anni dopo fu Corrado Farina, regista principalmente di cortometraggi e monografie, che nel 1970 ne realizzerà una proprio sulle opere di Crepax chiamata “Il Freud a fumetti” (disponibile su Youtube grazie al canale del figlio Alberto, da vedere anche come semplice sintesi della storia del fumetto in Italia).

Baba Yaga anticipa quello che sarà il fenomeno dei B-Movie italiani degli anni ’70

Dopo aver fatto il suo debutto al cinema come regista per Hanno cambiato faccia, Farina decise di portare i fumetti di Crepax al cinema, adattando Baba Yaga: Il fascino delle streghe, storia di Valentina di cui già aveva usato qualche tavola per il suo cortometraggio. Al netto dell’impossibiltà di poter tradurre le tavole di Valentina sul grande schermo, il film fa anche discretamente il suo mestiere, addentrandosi persino in territori inusuali per il cinema italiano (soprattutto per quello dell’epoca).

I fumetti di Valentina erano infatti caratterizzati da una forte componente surreale, derivata da un massiccio uso di Crepax del linguaggio dei sogni e di scene a sfondo onirico, e per certi versi Baba Yaga tiene fede a questa tradizione diventando a tratti un semi-horror, anche se alla lunga accusa il dover portare sullo schermo un fumetto decisamente inadattabile, nonostante tutto il progetto trasudi sempre una certa cura da parte di Farina, rendendo le goffaggini del film visibilmente in buona fede, e dando al film anche un certo fascino visivo e mai eccessivamente lento e macchinoso.

Il film uscì in sordina nel 1973 senza incassare molto: da una parte ci fu l’ingenuità di chiamare il film senza il nome del fumetto, preferendo un più vago e poco familiare per la cultura italiana “Baba Yaga” (la Baba Yaga è una creatura appartenente principalmente al folklore est-europeo), dall’altra un montaggio finale che non piacque neanche a Farina, con 20 minuti di scene tagliate per questioni di censura, soprattutto per le scene di nudo (molto presenti nei fumetti). Farina fece anche causa alla produzione insieme a Tinto Brass, vincendola, in quanto a suo dire il montaggio originale era già stato approvato in precedenza dalla produzione.

Per molti versi Baba Yaga, pur non appartenendo in modo troppo dichiarato a nessuno dei due, è un precursore di due dei generi che faranno le fortune dei B-Movie italiani degli anni ’70 e ’80: l’horror e (in minor parte) l’erotico, in Italia ancora alle prime armi. Un film avveniristico senza essere troppo sperimentale, che prima ancora dell’avvento sul genere dei vari Fulci, Argento, Deodato & co. resterà un assoluta novità, per quanto passata sottotraccia.

Un pensiero su “Baba Yaga: l’unico adattamento al cinema della Valentina di Crepax

  • Dicembre 1, 2021 in 2:20 pm
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    Grazie della gentile citazione. Devo però fare una piccola rettifica là dove dici che “Farina fece anche causa alla produzione insieme a Tinto Brass, vincendola”: Brass, ovviamente dato che non aveva nulla a che fare con “Baba Yaga”, non fece nulla ma diede a Papà consigli su come comportarsi dall’alto della sua lunga esperienza pregressa in faccende del genere. E non ci fu alcuna causa: Papà piantò su un bel casino, questo sì, ottenendo dai produttori/distributori di riavere in mano il film per salvare il salvabile. Una sorta di “ultimate cut” Papà la mise insieme per l’inglese Shameless, reinsertando materiale sparito per anni e recuperato nei sotterranei della Ferratella.

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