American Psycho è il miglior adattamento da un libro di Bret Easton Ellis

Esattamente 20 anni fa usciva American Psycho, black comedy satirica con un memorabile Christian Bale, e ormai possiamo tranquillamente considerarlo un cult.

La sua fama infatti è cresciuta parecchio negli anni: un tempo credevo di essere tra i pochi conoscerlo, ma poi cominciarono a fioccare sempre più condivisioni social della scena in cui Jared Leto muore ammazzato a suon di asciate sulle note di Hip to be Square. Che è una bella scena: c’è un monologo simpatico su Huey Lewis and The News (se lo chiedete a me il gruppo più spettacolare degli anni ’80), un Bale scoppiettante nel ruolo dello yuppie/serial killer Patrick Bateman, e Jared Leto che muore ammazzato a suon di asciate prima di poter dire “metodo Stanislavskij!”. Quella scena, insieme all’esilarante siparietto sui biglietti da visita (“ha persino una filigrana!”) è ormai scolpita nel nostro immaginario da cinefili colti e raffinati. Vent’anni quindi! Vogliamo festeggiare?

Partiamo dall’inizio: che cos’è American Psycho? Da dove nasce?

1991. Bret Easton Ellis ha 27 anni ed è ancora l’enfant prodige della letteratura americana. Ha pubblicato già due romanzi: Meno di zero e Le regole dell’attrazione, il primo diventato un film per il cinema nel 1987 (da noi col titolo Al di là di tutti i limiti). Se Meno di zero parlava in maniera spiazzante e con humour nero del vuoto esistenziale dei ricchi teen-agers in quel di Los Angeles, Le regole dell’attrazione continuava su quella linea raccontando il college americano (stavolta nel New Hampshire) senza la solita lente bonaria e goliardica.

I personaggi di Ellis, belli, ricchi e viziosi, si rendono spesso protagonisti di situazioni estreme, al limite, ma non c’è nemmeno un momento in cui la cosa sembri davvero divertirli o appagarli. E non sono queste situazioni quanto i rapporti interpersonali a spaventarli: incapaci di provare sentimenti veri, si abbandonano semplicemente al vuoto nel quale hanno deciso di gettare le loro esistenze.

Gli stessi temi tornano nel suo terzo romanzo, il più celebrato e discusso American Psycho. Stavolta però il volume è sparato a mille, e con l’ambientazione spostata a New York –  più nello specifico a Wall Street – la satira sociale si fa più incazzata (e più divertente), mentre il protagonista Patrick Bateman – uno yuppie superficialissimo e misogino con la fissa per Donald Trump (cosa purtroppo assente nel film) – sfoga la sua frustrazione direttamente ammazzando gente. O così pare. Le descrizioni minuziose e agghiaccianti dei suoi omicidi sono così sopra le righe e arrivano in maniera così inaspettata da lasciare un velo di ambiguità sulla figura di Bateman: sta succedendo davvero o è solo il caos nella sua testa?

Un romanzo molto difficile da portare al cinema, infatti in molti ci provarono per poi lasciar perdere. Tra i tanti abbiamo: il compianto Stuart Gordon, che voleva realizzarne la versione più violenta e vicina possibile al libro con protagonista Johnny Depp (la versione che rimpiango di più); David Cronenberg, che voleva Brad Pitt; ed infine Oliver Stone, che voleva Leonardo Di Caprio. Toccò alla fine a Mary Harron, regista e sceneggiatrice con una certa sensibilità per il black humour (suo uno dei miei episodi preferiti di Tales from the Crypt) ma non proprio della statura di quegli autori lì.

È probabile che tutte e tre le potenziali versioni sopraelencate si sarebbero rivelate migliori, ma il risultato è comunque decoroso.

American Psycho infatti è il miglior film tratto da un lavoro di Ellis, l’unico ad aver capito davvero con che cosa andava a misurarsi: c’è il vuoto disperato del suo protagonista, c’è lo humour e c’è la satira. Non si scade mai nel “maledettismo” superficiale (come invece accade nel film de Le regole dell’attrazione), merito una profonda comprensione del materiale di partenza. La Harron però dirige in maniera blanda la sua stessa sceneggiatura, che è essenzialmente un bignami del libro con tutte le sottigliezze comiche e i temi al punto giusto ma troppo sintetico, che finisce per non avere il respiro che dovrebbe (il frettoloso finale è la prova definitiva) e non sfruttare il potenziale dei suoi elementi più forti.

Basti pensare alla violenza: nelle pagine di Ellis è spintissima, roba che non avrebbe stonato in A Serbian Film (lui stesso a distanza di anni dice di faticare a rileggerle), per cui giustissimo smorzarla anche pesantemente, il problema è che qua è talmente annacquata da lasciare quasi indifferenti. Il libro quando uscì mandò in bestia molte attiviste femministe, che lo additarono come misogino (trivia: una delle più infervorate era Gloria Steinem, matrigna di Christian Bale): comprensibile ma sbagliato, per quanto estremo il gore del libro non era fine a sé stesso. Ellis prende le manie del maschio bianco ricco e di successo, il suo materialismo e la sua misoginia di fondo e porta tutto all’estremo; le scene efferate – che probabilmente nemmeno hanno luogo sul serio – sono la grottesca sublimazione di quei valori.

Il film non si prende il rischio di essere frainteso come il libro; la misoginia del personaggio viene tenuta a bada per renderlo più “accettabile”, i suoi lati più morbosi vengono smorzati: tutto è per lo più accennato, e in definitiva American Psycho intrattiene ma non regala sensazioni forti. Ma forse è il caso di fare pace con ciò che si preclude di essere e tenerci quello che è: una divertente commedia horror con buone intuizioni e più di una scena da antologia. E con un Christian Bale eccezionale.

Se il film è tuttora così amato è soprattutto grazie alla sua prova: alla sua voce sommessa, alle sottigliezze comiche fantastiche e all’espressione “cordiale”, un’inquietante maschera che riesce a malapena a contenere la disperazione e la follia. Impossibile ormai scindere il personaggio dalla sua controparte cinematografica, che alla veneranda età di vent’anni è ormai decisamente uno dei villain più memorabili della storia del cinema horror.

PS: I più navigati lo sapranno, ma esiste un sequel direct-to-video con Mila Kunis, che da noi uscì persino nelle sale. Nel film, il personaggio della Kunis sopravvive a Patrick Bateman, lo uccide e diventa serial killer a sua volta. E con queste premesse vi lascio immaginare il capolavoro.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *