A Spider-Man: No Way Home, tolta l’hype, resta molto poco

SEZIONE NO SPOILER

(Articolo di Dario Antolini)

Partiamo col dire che lo Spider-Man di Tom Holland ha sempre avuto un grosso problema: non crescere mai. Perché nonostante le morti illustri, i cattivi affrontati, e i 200 film, è rimasto ancora allo stesso punto di Civil War, film di ormai quasi 7 anni fa. E nonostante tutto, su No Way Home siamo ancora siamo costretti a vederlo atteggiarsi come un ragazzino inesperto (e la scusa “è un adolescente” non ha mai retto, visto che la crescita dell’eroe è da sempre il leitmotiv di una sceneggiatura base). Così come aveva il problema di non subire mai le conseguenze delle sue azioni, fattore che con il personaggio di Spider-Man non ci si può permettere di trascurare.

No Way Home in parte rimedia a questi errori, passando però per tante di quelle atrocità da far dimenticare immediatamente i (pochi) pregi.

Non è un segreto che No Way Home sia una gigantesca operazione nostalgia, una scorciatoia per introdurre personaggi storici senza lo sforzo di ricrearne il mito da zero (o di evitare eventuali paragoni di nuovi Goblin o Octopus con colossi come Alfred Molina e Willem Dafoe). Peccato sia puro fumo negli occhi, un contentino buttato nella mischia per mascherare le proprie lacune, perché ogni volta che c’è da camminare sulle proprie gambe, soprattutto nella prima parte, No Way Home non fa che minare la propria credibilità.

Plot (non è spoiler, parliamo di roba vista nei trailer): dopo gli eventi di Far From Home tutti sanno dell’identità di Peter, che deve fare i conti con le conseguenze, ossia i suoi amici respinti dall’MIT per la loro controversa vicinanza a Spider-Man e… basta. Sul serio, la caduta dell’identità segreta di Peter non ha altre conseguenze nella sua vita privata: va persino a scuola, tra l’altro esponendo così tutto il liceo a pericoli (la mancanza di vere conseguenze nello Spider-Man di Holland che dicevamo prima).

Peter Parker chiede dunque al Dr. Strange di far dimenticare a tutti l’accaduto e Strange, pur essendo lo Stregone Supremo, non ha nulla di meglio da fare che stravolgere gli equilibri dell’universo per un 17enne che rosica per non essere entrato all’MIT (non proprio un posto dove entra chiunque). Ma l’incantesimo va storto e apre il multiverso perché… Tom Holland distrae il Dr. Strange rincoglionendolo di chiacchiere durante l’incantesimo. Ebbene sì, i Marvel Studios hanno preso il già orrendo orrendo plot di One More Day e sono riusciti a renderlo persino più scemo. E ce ne voleva.

Ma il vero problema di No Way Home non è (solo) in certe cadute. A No Way Home manca tutto quello che vorrebbe ostentare di essere: manca epica, manca potenza, manca la regia, ossia la forza di tramutare un copione in cinema, e non a fare da semplice trasposizione audiovisiva di un accumulo di pagine con dialoghi e scene.

Mancano le emozioni, e altre cose a cui prova a compensare pescando da materiale seminato da qualcun’altro 20 anni fa, sperando di attingere a vecchie emozioni collettive piuttosto che a crearne di nuove. Dal Goblin di Dafoe, all’Octopus di Molina, la mitologia era già bella che apparecchiata, persino con gli stessi attori con più possibilità tecnologiche di 20 anni fa; eppure è vuota, incapace di essere all’altezza della sua eredità, e dovremmo apparentemente essere tutti felici, come se il prezzo da pagare per emozionarci (ossia rivedere vecchie facce familiari) sia necessariamente chiudere entrambi gli occhi sulla pochezza del tutto.

Perché finché non arrivano i personaggi del multiverso come Goblin & co., No Way Home è un disastro di scrittura che si riempie di incoerenze e smentite, compromettendo dinamiche e logiche interne (mi spiegate come cavolo è possibile che il Dr. Strange, che su Infinity War aveva attaccato un pippone così su quanto non si scherzasse con gli equilibri dell’universo, possa aiutare l’egoistico desiderio di tre 17enni non ammessi all’università? O come Ned Leeds e Spider-Man, due che non hanno poteri magici o altro, possano contrastare e manipolare la magia del Dr. Strange a loro piacimento?), ma quello che viene dopo non è meglio.

La nostalgia non basta a fare un film

Se No Way Home voleva essere un tributo al passato il risultato è spento, fiacco, fatto solo per inseguire i meme, incapace di emozionare e sfruttare allo stesso modo materiale che i propri predecessori avevano reso oro (ovviamente non parlo di Marc Webb); e che anzi, quel passato sa solo smitizzarlo per risultare cool (l’Octopus di Molina è presente solo per essere umiliato quanto basta per ammazzare qualsiasi pretesa di prenderlo un minimo sul serio).

La stessa presenza di molti dei villain è un inutile riempitivo, anche insensato per quelle che sono le logiche della trama (in pratica: Goblin, Octopus, l’Uomo Sabbia ecc. non vogliono tornare nei loro mondi, perché sanno che il loro destino è morire affrontando i loro Spider-Man, al che c’è da chiedersi “Ma allora perché cavolo quelli che non morivano nei vecchi film non salutano tutti e tornano nel loro mondo?”).

Ma la sensazione generale è che tutto il film sia stato improvvisato a riprese in corso. Nulla di strano, ad Hollywood si fanno sempre cambiamenti in corso d’opera, ma la sensazione è che qui qualcosa sia sfuggito di mano costringendo a scelte anche molto artigianali per arrangiarsi (l’unico momento in cui l’Uomo Sabbia appare in forma umana viene da una scena di Spider-Man 3, non nel senso che è un flashback, ma che è letteralmente una sua vecchia inquadratura appiccicata sul set di No Way Home). Il modo stesso in cui i villain vengono raggirati, col tipico irritante deus ex machina del MCU, ossia il solito macchinario risolvi-qualsiasi-intoppo-di-sceneggiatura della Stark, è segno di improvvisazione e mancanza di idee.

L’unico villain a salvarsi dall’uragano devastatore dei Marvel Studios è il solito fuoriclasse Willem Dafoe, che ribalta il film a suo piacimento e approfitta del revival per tirare fuori un Goblin più cattivo e spietato di quello visto con Raimi, ma meno affascinante solo per ovvie questioni di screen time. Ovviamente non hanno avuto il coraggio di tenere il costume verde a lungo, o si sarebbero sentiti in dovere di ironizzarci sopra come già fatto nell’atroce battuta – già vista nel trailer – su “Otto Octavius”.

A essere onesti un momento in cui No Way Home smette di essere un live action su un meme e diventa un film c’è, negli ultimi 5 minuti, dove viene concentrato tutto quello che lo Spider-Man del MCU non è stato negli ultimi 7 anni: un personaggio che deve affrontare le conseguenze delle sue azioni.

Vedendo gli ultimi 5 minuti si potrebbe quasi esultare e pensare che abbiano preso la giusta direzione sul personaggio, e lo farei, se non sapessi che i Marvel Studios sono troppo pavidi per non risolvere tutto a tarallucci e vino già dal prossimo film, e che farlo dopo 7 anni è un tantino tardi. Gli aggiustamenti su tutto quello che non andava con lo Spider-Man di Holland ci sono, ma sono posticci e tardivi, caselle da spuntare per assolversi dalla critiche e darsi una sorta di auto-immunità, correndo ai ripari anche cambiando repentinamente personalità ai personaggi (come zia Milf, che si risveglia vecchia mentore dopo 2 film da macchietta comica presa in prestito da American Pie) che non possono redimere errori su cui i Marvel Studios hanno perseverato fin troppo.

Gli ultimi 5 minuti bastano a No Way Home per essere infinitamente superiore a Far From Home, ma non basta comunque a salvare quello che è stato uno Spider-Man cannato sin dal principio (e non per colpe del povero Tom Holland), e un film che non è altro che un’operazione nostalgia fiacca e vuota.

E ora passiamo alla…

SEZIONE SPOILER

(Articolo di Eddie Da Silva)

Sì, Tobey Maguire e Andrew Garfield ci sono. E sì, certo che mi sono emozionato quando ho rivisto Tobey Maguire: è solo per lui se sono andato in sala a vedere questo film, perché dopo l’insulso Far From Home mi ero ripromesso di dire addio allo Spider-Man di Tom Holland. Invece hanno dovuto toccarmi le cose mie, ed eccomi qua. Diciamolo subito: sono stati molto più bravi di quanto mi aspettassi. Questo però non vuol dire che lo siano stati abbastanza.

Il lavoro migliore, in sostanza, è quasi tutto sulla carta. Il rispetto per i due Spider-Man della “vecchia guardia” per fortuna è più di quanto fosse realistico aspettarsi, visto l’umorismo puerile e scioccamente “dissacrante” a cui ci ha abituati la saga di Jon Watts. Lo script non rischia abbastanza da regalare cose interessanti, ma nemmeno irritanti o disastrose. Non hanno sputato sul ricordo; non hanno nemmeno provato a farci nulla, ma tant’è.

(Non vedrete nulla di così bello visivamente, purtroppo)

Siccome scomoda i pesi massimi, però, stavolta cade vittima del confronto più che mai. Proprio nel maneggiare la stessa materia di Raimi, Jon Watts mostra tutti i suoi limiti: la regia essenzialmente è piatta, impersonale. Avevo letto da qualche parte che il nostro si era vantato di aver inserito dei movimenti di macchina “alla Raimi”, e a guardare il film la cosa fa sorridere: sì, ha semplicemente scoperto che in un film si possono usare i movimenti di macchina. Bello il cinema, eh?

Vi ricordate l’affaire Scorsese-Marvel? Lo so che ha stufato, ma proprio stamattina mi sono imbattuto in un’informazione che mi mancava: tra i migliori film del ventunesimo secolo, per Martin Scorsese c’è il primo Spider-Man di Sam Raimi. Strano! Si tenta di far passare Scorsese per uno contrario ai supereroi a prescindere dalla qualità dei film, e invece gli piace lo Spider-Man di Sam Raimi.

Forse un giorno sarà chiaro quello che intende Scorsese, e smetteremo di leggere le sue dichiarazioni come le menate di un vecchio passatista e incapace di adeguarsi.

Non mi risulta che il primo Spider-Man di Raimi voglia darsi delle arie da film “alto”, adulto. Anzi. A me sembra un fumettone in piena regola. Però gioca secondo le regole del cinema, per cui se hai una buona idea per una scena hai due opzioni: puoi filmarla e basta, o puoi filmarla mettendoci dell’arte.

No Way Home sorprende quando ci mette dell’arte, e ahinoi lo fa pochissime volte. Col senno di poi è un bene che la presenza dei due Spider-Man sia stata tenuta segreta fino all’ultimo, perché esauritasi l’euforia data dal semplice fatto di rivederli lì sullo schermo, purtroppo, non è che rimanga chissà quanto.

Diciamo che se per Andrew Garfield è un’occasione di riscatto e lui la prende platealmente con entusiasmo, Maguire non riesce a nascondere di essere stato trascinato un po’ di peso nell’operazione. Scomparso dai radar per anni dopo il suo terzo Spider-Man, senza bisogno né voglia di dimostrare alcunché, avrà semplicemente preteso e ottenuto parecchi soldi e si sarà prestato alla cosa senza grossa voglia di dare qualcosa in più di quello che abbiamo già visto.

La sua interpretazione, francamente dimessa, senza i guizzi che saprebbe in realtà metterci, è indicativa: non sembra avere una gran considerazione dell’operazione. Per Raimi era disposto a farsi leccare i capelli da una mucca e a ballare per strada come uno scemo (a scanso di equivoci: scena di un’ironia meravigliosa, che questo film si sogna); per Jon Watts evidentemente non avrà trovato abbastanza stimoli da mettersi davvero in gioco.

Oltretutto, nei suoi film eravamo abituati a vederlo dirompente, epico, imponente sotto il costume. Qui non gli viene dedicato mezzo primo piano quando è in maschera, e di fatto nemmeno il fanservice si rivela soddisfacente.

A latere, abbiamo un Tom Holland francamente sempre più irritante nel ruolo: il suo Spider-Man straparla istericamente, si comporta solo da idiota per quasi tutto il film, e verrebbe voglia di vederlo messo da parte in favore degli altri due, il che penso dica tutto.

Le scene tra i tre Spider-Man sono okay; né fastidiose né esaltanti. Il sapore è quello di un episodio crossover dei Power Rangers: una cosa che ti fa piacere che succeda ma che non va oltre l’evento, oltre la superficie. Il pubblico ha applaudito: fa piacere, ma non ci sono mai davvero scelte da applaudire; il fanservice è rispettoso ma blando.

Una cosa che ho amato davvero in questo film è il finale, veramente bello e poetico, molto lontano dal didascalismo tipico dei prodotti MCU. Succede infatti che Peter Parker “risolve” la questione chiedendo al Dr. Strange di impiegare un nuovo incantesimo: la cosa funziona, ma nessuno si ricorda più chi sia Peter Parker, quindi nemmeno i suoi affetti. Peter in seguito va a trovare MJ sperando di “ricominciare da capo”, ma quando nota che quest’ultima porta ancora le ferite del duello finale decide di tornare sui suoi passi, accontentandosi di sapere che la donna che ama stia bene.

Un momento che è quasi un post-it di scuse per quello che i film precedenti con Holland ci avevano fatto mancare: il sacrificio – sofferto ma necessario – e la solitudine dell’eroe. Notare poi come Tony Stark non venga praticamente mai menzionato se non in maniera molto vaga, e meno male. È così che funzionano i franchise oggi: ci vogliono sei film prima che il personaggio diventi quello che avrebbe dovuto essere fin da subito.

Questi ultimi minuti non bastano a fare di No Way Home un gran film, ma stupisce che per una volta abbiano avuto la decenza di lasciar parlare le immagini, di lasciar respirare per un attimo il personaggio. Una chiusura agrodolce e, finalmente, cinematografica.

Jon Watts è strano; ogni tanto gli scappano momenti di cinema veramente bello: in Homecoming era la scena in macchina con Michael Keaton, qui il finale. Chissà perché per la maggior parte del tempo ci tenga a fare il cialtrone, quando una certa capacità nel costruire momenti “intimi” l’avrebbe anche dimostrata.

Nel complesso, un’operazione mediamente piacevole e indolore, con qualche raro guizzo. Non un film che rivedrei né che abbia alcuna ragion d’essere fuori dalla sua dimensione di evento, ma aspettarsi di più sarebbe stato ingenuo.

PS: Quasi dimenticavo: ma quanto è insulsa la versione di J. Jonah Jameson che hanno scritto per questo film? Come non capire nulla di un personaggio e sprecare un attore magnifico. Imbarazzante.

PPS: Ironia della sorte, la cosa migliore di questo film l’ha girata Sam Raimi. Il teaser di Doctor Strange 2 promette faville. Speriamo.

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