A Classic Horror Story si autoassolve e ci condanna

Impossibile parlare a dovere di A Classic Horror Story – seconda fatica di Roberto De Feo, stavolta affiancato da Paolo Strippoli – senza ricorrere ai proverbiali “spoiler”, quindi vi avviso che ne farò parecchi.

Mi ero avvicinato a questo film con molta aspettativa. Impossibile infatti non notare con quanta malafede lo si stesse già distruggendo nella sezione commenti dei primi (notevoli) trailer rilasciati da Netfix, in modo così balordo da farmi fare subito il tifo per l’operazione: quando si parla di prodotti italiani un minimo più ambiziosi, infatti, i commentatori cinefili (o sedicenti tali) avvertono il bisogno impellente di ribadire che loro con il cinema italiano proprio non ci vogliono avere niente a che fare, che se un film è italiano sicuro sarà immondizia.

Con un gusto quasi sadico, quindi, si sputa preventivamente sul lavoro di fior di professionisti del settore, gente che magari sui social ci sta anche e che finisce suo malgrado per leggerle, il tutto per la gioia di questi goblin carichi di una sicumera e di un’arroganza che potrebbero avere solo virtualmente.

Ogni giovane regista emergente nostrano si trova costretto a confrontarsi con questa inscalfibile malafede, ed è mossi dalla rabbia per questa situazione che sono partiti De Feo e Strippoli, realizzando un horror meta che ha alla base un discorso singolare: invece di riflettere realmente sui meccanismi del genere, infatti, riflette sui suoi fruitori.

Iniziamo effettivamente nel modo più classico: un camper, cinque personaggi che non si conoscono tra loro, una destinazione comune. Il proprietario del mezzo, Fabrizio, è un aspirante regista che documenta il viaggio su Instagram. Poi un imprevisto: il camper sbanda, finisce contro un albero, tutti perdono i sensi.

Quando si svegliano si trovano in mezzo ai boschi, in una località ignota e sperduta che presto diventerà teatro di orrori raccapriccianti, poi scopriremo che si trattava di una messa in scena di Fabrizio. Fabrizio è infatti autore di snuff movie per la mafia (?), e per sfogare la sua frustrazione verso il cinismo dell’industria e degli spettatori realizza così il suo horror con questo curioso modus operandi.

A Classic Horror Story più che un film è uno sfogo. Prima dicevo che “riflette” sui fruitori, ma non è la parola giusta: quello che fa è piuttosto inveire contro il pubblico, lo stesso tipo di pubblico che descrivevo prima e di cui è sacrosanto pensare tutto il peggio possibile, ma che viene trattato esattamente come in un post di sfogo su Facebook, adagiandosi sull’idea che una simile presa di posizione sia già forte abbastanza da non aver bisogno di inquadrare l’oggetto della critica in uno schema un minimo più stratificato.

Poi si presenta con una confezione e con valori di produzione notevoli, effettivamente sopra la media nostrana e che in superficie garantiscono che il film possa essere definito “esportabile” (e infatti su Netflix è stato visto parecchio e non solo qua), ma lì si ferma: il discorso che fa è poverissimo, gli attori recitano dialoghi al limite dell’imbarazzante e giustamente non riescono a brillare, scadendo anzi spesso in brutture tipiche del cinema italiano “sbagliato”.

Dai dialoghi in “doppiaggese” alla classica recitazione “sussurrata” semi-incomprensibile (che purtroppo rovina più di una sequenza), dall’abuso di cliché stantii al citazionismo superficialissimo, A Classic Horror Story è vittima di un paradosso non indifferente: essere un film horror presunto “meta” che scade però negli stereotipi, senza saperli inquadrare, senza tradire nessuna ironia di fondo, così concentrato sulla sua sfida verso il pubblico da scordarsi di avere una personalità.

La sua unica funzione è quella di dare sfogo in maniera didascalica alla frustrazione dei suoi autori, scadendo purtroppo nel patetico. L’autocommiserazione (perché alla fine di questa si tratta) arriva poi al culmine in una scena post-crediti puerile, inelegante ed evitabilissima.

L’impressione è che al meta si potesse tranquillamente rinunciare, raccontando semplicemente una storia. Scream e Quella casa nel bosco (specie il secondo) sono evidenti punti di riferimento, ma dall’acume di quelle sceneggiature siamo lontani anni luce: quei film erano riflessivi, ma allo stesso tempo avevano delle sceneggiature concentrate che non lesinavano in intrattenimento puramente horror.

Qui il problema è che il terrore praticamente non è contemplato: la tensione sta a zero, le trovate sono ai minimi storici e non c’è nemmeno un singolo momento che riesca effettivamente a creare disagio o raccapriccio (una sequenza gore potenzialmente potentissima viene sbrigata fuori campo).

Quel che ci rimane è un film quasi ricattatorio, che davanti a tutte queste mancanze mette la polemica e il vittimismo, incolpando preventivamente lo spettatore potenzialmente deluso di non averlo compreso, di non avergli nemmeno dato una possibilità. La banalità della prima (noiosissima) parte gli va perdonata perché è voluta, la seconda parte va invece abbracciata fortissimo perché sennò è proprio vero che non ci va di veder vincere l’horror in Italia.

Il fatto invece è che se fosse stata davvero una “classica storia horror”, rinunciando a camuffarsi da profonda riflessione sull’inettitudine del pubblico nostrano (con tanto di retorica su quanto aborriamo l’horror ma la violenza ai TG ci piaccia invece moltissimo…), avremmo avuto un film quantomeno onesto, come Roberto De Feo ha già dimostrato di saper fare (The Nest, il suo esordio, era decisamente un bel prodotto). Di A Classic Horror Story ci si ricorderà invece grazie alla sua supponenza, che non è proprio il massimo.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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