1981: L’anno del lupo mannaro

Quarant’anni fa usciva L’ululato, veneratissimo film di lupi mannari diretto da Joe Dante. Era il 1981. Non un anno qualsiasi: l’anno del lupo mannaro. Nello stesso anno – esattamente 40 anni dopo il classico con Lon Chaney Jr. – uscì infatti Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis, che assieme al film di Dante formò la doppietta definitiva per i film moderni sulla licantropia.

Ad oggi restano i film “licantropeschi” più amati e più citati di sempre e – stando a quanto mi racconta gente più grande di me – furono anche motivo di faide e scissioni: da una parte i fanatici horror che preferivano le trasformazioni de L’ululato, dall’altro quelli che preferivano quella di Un lupo mannaro americano a Londra. Pazzi.

Il motivo per cui le trasformazioni dei due film sono così dibattute lo dobbiamo sicuramente al fatto che uscirono lo stesso anno, ma anche che furono i primi a mostrarle in maniera cruda, “realistica”, senza soluzioni di montaggio trite e ritrite (il trucco “tipico” fino a quel momento era quello di utilizzare le dissolvenze incrociate).

E poi in effetti un po’ di rivalità di base tra i due film c’era: il progetto di Landis era in stallo da parecchio tempo, ed era previsto che la leggenda pluripremiata del make-up Rick Baker – che già s’era messo al lavoro su delle innovative protesi – ne fosse il truccatore. Landis però non si decideva a far partire la produzione, anche quando i trucchi erano già belli che pronti.

Rick Baker e il suo cane Fido.

Quando Dante salì a bordo de L’ululato approcciò Baker, che accettò proprio per non sprecare il lavoro messo a punto. Landis lo venne e a sapere e, pur di non perdere l’opportunità di girare utilizzando le creazioni di Baker, si sbrigò e fece partire il progetto nel minor tempo possibile, “riprendendosi” Baker, che per correttezza raccomandò a Joe Dante un suo pupillo: Rob Bottin.

Il nome di Bottin è ben noto tra gli appassionati: suoi i trucchi di classici come La cosa, Robocop, Atto di forza… un rimpiazzo “di lusso”, come poi si è visto: le trasformazioni da lui curate furono anch’esse impressionanti, differenti abbastanza da quelle di Baker da creare scissioni tra i fan.

Sul set de L’ululato. A sinistra Joe Dante, a destra Rob Bottin.

Scegliete voi il vostro preferito (io sono #TeamLandis), ma sono due grandi film, entrambi assurti meritatamente a classici. Due opere innovative per gli stessi aspetti, pur avendo basi radicalmente diverse: il film di Landis aggiornava ai suoi tempi la tragedia dell’Uomo Lupo di Lon Chaney Jr., con un ragazzo “qualunque” alle prese da un giorno all’altro con un morbo la cui unica soluzione è la morte; quello di Dante partiva dalla trovata inedita di una “colonia” di lupi mannari in terapia.

Sono entrambi pregni di sequenze suggestive, di grandi atmosfere, frutto del lavoro di grandi registi e di grandi artisti del make-up.

Baker e Landis decisero di concentrarsi sul dolore che poteva comportare una simile trasformazione, avvalendosi della performance “sofferta” di David Naughton; Bottin e Dante invece ne marcarono l’aspetto “spaventoso”.

La trasformazione ne L’ululato avviene di fronte ad una terrorizzata Dee Wallace, quella di Un lupo mannaro a Londra in completa solitudine, in un silenzio rotto da lancinanti grida di dolore. Ci sono soluzioni “tecniche” che i due film hanno in comune, come la maschera dal volto allungabile ideata da Baker, ma la resa “spettacolare” è diversa.

Dante tiene l’attore fermo e muove la camera per esaltare i dettagli della metamorfosi (trivia: le escrescenze sottopelle erano dei preservativi su cui veniva soffiata dell’aria) ed evitare un effetto troppo statico, a tratti velocizzando anche la pellicola; Landis utilizza invece la camera fissa e fa muovere quanto può Naughton, esaltandone il dolore fisico. Entrambe le sequenze sono un trionfo di effetti pratici e di puro orrore su pellicola.

Triste se pensiamo che Bottin ha fatto sempre meno cose per il cinema e che Baker – scoraggiato soprattutto dall’esperienza nel recente Wolfman con Benicio Del Toro – abbia deciso di ritirarsi. E la sua pessima esperienza con Wolfman, piena di interferenze dai piani alti e risultante in un film che sputa sul suo lavoro utilizzando per lo più CGI, non fu nemmeno la prima: c’era già stato lo sciagurato Cursed di Wes Craven. Un film che venne girato prima con gli effetti pratici di Baker, poi completamente rigirato impiegando per lo più dimenticabili effetti in CGI.

Ma questa chicca è sopravvissuta, per fortuna.

I licantropi hanno continuato a comparire in miriadi di film e di serie televisive, a volte meritevoli e a volte decisamente no. C’è stato pure il caso relativamente recente di Late Phases (2014), che ha recuperato il gusto old school per gli effetti pratici con notevoli risultati.

Possiamo però dire tranquillamente che i lupi mannari non ce l’hanno più avuto un anno come il 1981, che li voleva più “freschi” e spaventosi che mai, e con risultati senza precedenti.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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