Candyman merita il suo posto tra i classici dell’horror

Non tutti guardano film horror. Ad alcuni semplicemente non interessano, ad altri mette paura soltanto l’idea; tutti però sappiamo riconoscerne le icone. Dalle più classiche ed archetipiche come Dracula o Frankenstien, alle più recenti ed ampiamente citate come Michael Myers, Freddy Krueger, Jason Vhoores, Chucky e così via.

Poi c’è Candyman, la cui fama è inspiegabilmente circoscritta al mondo degli appassionati del genere. Mostro dal background tragico che ha echi del romanzo gotico, Candyman – ideato da Clive Barker e portato al cinema da Bernard Rose – fu un personaggio rivoluzionario. Il motivo? Banalmente, il genere horror tra le sue icone non aveva ancora avuto un villain afroamericano. O almeno nulla che non fosse camp o derivativo tipo questo:

Candyman, a differenza dei suoi colleghi sempre in cerca di prede, compare solo se invocato. Come fare? Semplice, basta dire cinque volte il suo nome davanti allo specchio, aspettare che compaia dal nulla e farsi squartare con l’uncino che ha al posto della mano.

“Candyman x5”

All’apparenza dovrebbe trattarsi di un boogeyman come un altro, ma la scelta dell’etnia del suo interprete non fu casuale, né tanto meno il setting: la storia originale di Clive Barker (The Forbidden) si svolgeva nei sobborghi di Liverpool, qua invece siamo a Chicago, più precisamente al Cabrini Green, complesso di case popolari teatro di criminalità e scontri tra gang rivali della comunità nera. Fu il regista Bernard Rose (che come Barker è inglesissimo) ad avere questa intuizione, regalando al personaggio un background inedito rispetto alla sua versione letteraria: figlio di un ex schiavo, colto e ben istruito, Candyman in origine è il pittore Daniel Robitaille. Si innamora di una donna bianca, agli altri bianchi del posto la cosa non va bene e lui viene brutalmente mutilato e dato in pasto alle api.

Uno stravolgimento che aggiunse uno strato di riflessione sui problemi razziali decisamente inedito per l’horror dell’epoca. Ma pure di adesso, se escludiamo Jordan Peele, che infatti ha curato l’imminente sequel/reboot di Candyman.

Il Cabrini Green.

Una storia che parla di se stessa

Candyman è un film meta che vuole riflettere sul concetto di orrore, sulla sua origine, sul perché abbiamo voglia (o bisogno) di racconti dell’orrore. La base del film e del racconto di Barker è infatti il fascino esercitato dalle leggende metropolitane. Nativo di Liverpool, Barker ha sempre avuto una grande mente immaginifica (basti pensare ai mondi e alle creature di Hellraiser o Cabal), ma per lui il terrore peggiore scaturiva dalle suggestioni date dal contesto urbano. Liverpool infatti era un posto violento, e molte delle sue paure trovavano riscontro in effettivi fatti di cronaca. Poi c’erano le assurde storielle urbane: sua nonna per tenerlo lontano dai bagni pubblici gli raccontò di un uomo armato di uncino rintanato nei cessi e pronto a recidere il pene ai ragazzini.

La protagonista Helen Lile (una grande Virginia Madsen) è una studentessa che sta lavorando ad una tesi su questi miti folkoristici. Sembra un lavoro moderatamente interessante, finché non si imbatte nella sinistra fiaba di Candyman. Helen scopre infatti che la leggenda nasce al Cabrini Green, luogo violentissimo molto temuto dagli abitanti di Chicago che lei decide comunque di visitare. Al Cabrini i bambini temono Candyman, ci sono graffiti che lo ritraggono e mitomani che fingono di essere lui.

Helen, crepi l’avarizia, invoca anche il nome di Candyman cinque volte davanti allo specchio. Lui però non la uccide subito come fa con gli altri, ma la trascina in un incubo senza via d’uscita, facendola sembrare l’artefice dei suoi delitti. Non sopporta che lei abbia preso sottogamba la sua storia, che non ci abbia creduto: lui esiste finché la gente è disposta a credere e ad avere paura. Non è solo un boogeyman, è una metafora ambulante sul concetto stesso di storia dell’orrore. Mentre la trascina in basso però tenta anche di sedurla, di convincerla a diventare parte del mito, a seguirlo nella dannazione. A rendere in definitiva così interessante il personaggio è la sua disperata ricerca dell’amore che gli fu brutalmente strappato via.

Rose trova in Tony Todd l’interprete ideale per Candyman, con la sua aria aristocratica, la sua voce profonda e la sua presenza imponente. Il suo volto è capace di incutere terrore e far trasparire allo stesso tempo una profonda tristezza, ed è talmente perfetto che viene difficile pensare ad un altro attore nello stesso ruolo.

28 anni dopo

Ho rivisto Candyman per la prima volta dopo anni, e contro ogni previsione mi ha spaventato sul serio. Dico contro ogni previsione perché non me lo ricordavo così inquietante: forse ero meno attento alle sfumature? O forse l’horror moderno ci ha un po’ fatto abbassare la guardia?

Bernard Rose rifiuta categoricamente di affidarsi a qualunque cliché del genere. Tanto per cominciare, niente scream queen: Virginia Madsen non doveva mettersi a urlare quando vedeva il mostro, ma cadere in trance. E venne ipnotizzata sul serio, cosa che alla lunga la mise non poco a disagio, ma l’effetto è clamoroso: Candyman appare incontrastabile, un’entità ultraterrena davanti alla quale cadere inerme è l’unica reazione possibile. E poi c’è l’uso dei trucchetti. Ad oggi quando si sente parlare male del genere horror la prima cosa che viene tirata in ballo sono i jumpscare, e c’è poco da argomentare: sono sovra-utilizzati ed ampiamente prevedibili. Fatto sta che in Candyman c’è più di un jumpscare che mi ha fatto gelare il sangue. Com’è potuto succedere? È facile, la musica non li annuncia mai. Rose non voleva delle musiche di maniera, così chiamò Philip Glass.

Glass, l’ultima persona a cui si poteva pensare per un film del genere (infatti lo ha rinnegato a lungo), arrangia le sue musiche solo per piano, organo e voci. L’effetto è qualcosa di tanto atipico quanto efficace; lo score suona suggestivo, inquietante e a tratti solenne (come a sottolineare l’aura tragica del mostro), si scolla a fatica dalla testa e permea il film di un’atmosfera unica. È la ciliegina sulla torta di un lavoro che sfida ogni convenzione del genere non perché determinato a distinguersi, ma a spaventare sul serio.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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