IT: Capitolo 2 sarà pure un casino ma è il nostro casino

Ventisette anni dopo aver sconfitto ma non ucciso “It”, malefica entità che infesta la cittadina immaginaria di Derry nel Maine, i sette amici noti come “Perdenti” tornano a casa per l’epico confronto finale: un’occasione per ricordare la loro profonda amicizia, ma soprattutto per affrontare i traumi infantili che hanno condizionato le loro vite adulte.

Una volta scaduto l’embargo sono fioccate in rete le prime recensioni italiane di It: Part Deux, gettandomi immediatamente nel più nero sconforto. Tutte negative, o quasi. Sono di quelle persone che sperano che un film gli piaccia anziché no, ed il primo It – al netto degli inevitabili tradimenti rispetto al romanzo di Stephen King – mi era piaciuto molto. Rivolto al pubblico più ampio possibile, il film di Andy Muschietti (uno con le idee giuste) era stato capace di trasformare in un fenomeno di massa una storia torbida e nerissima, valorizzandone gli aspetti più spensierati (l’amicizia tra i ragazzini protagonisti) ma non tirando il freno a mano nei momenti horror.

Il risultato è stato l’horror di maggiore incasso della storia del cinema, ed il sequel era a questo punto inevitabile. Da fan secolare del libro l’ho atteso tanto tra speranze, paure, eccitazione ed infine uno scetticismo da autodifesa verso certe critiche perché doveva essere per forza bello o non avrei risposto più di me. Poi l’ho visto.

Mettiamola così: It 2 – La vendetta è una follia. Una follia irresistibile, se lo chiedete a me, ma forse ora che l’ho visto posso dire che le critiche in realtà non mi sorprendono, non tutte almeno (di quelle assurde vi parlo dopo). Richiamato a bordo per continuare il discorso inaugurato due anni fa, Muschietti ha deciso di fare quello che non per forza ci aspettavamo da un semiesordiente con la responsabilità di bissare un successo del genere:  se l’è rischiata. Non si è adagiato sulla formula che fece funzionare il primo ma ha girato un film più audace in cui troverete tutto meno quello che vi aspettavate, e potreste gioire come incazzarvi a morte.

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I perdenti.

La prima cosa che viene in mente di fare al regista argentino – forte del budget più sostanzioso – è inserire parecchi elementi del romanzo che aveva dovuto sacrificare nel primo film. La scelta è un’arma a doppio taglio, che lo espone di più alle lamentele dei puristi, sensibili come non mai non tanto al cosa viene mostrato ma al come, ma lui osa ed eccovi serviti, pronti ad implodere perché non è così che avete sempre immaginato questa o quella scena. Pazienza.

La seconda cosa che fa invece è inventare di sana pianta fior di sequenze immaginifiche, spesso con risultati eccellenti (più sequenze rimangono impresse); poi, come tocco finale, annega con notevole sfacciataggine il tutto nella commedia, con gag e battute che stemperano senza pietà i momenti più truci (comunque niente male): il risultato finale è un film forse troppo denso ma dal ritmo costante e dall’animo pazzerello, che dura quasi tre ore e non si ferma mai.

L’umorismo, che mi ero preparato a trovare insopportabile, è effettivamente onnipresente, ma il più delle volte funziona molto bene. Non è quel genere di umorismo scemo alla Marvel Studios che arriva a cazzo mentre il resto del film è tendenzialmente serioso, ma è una costante ed è funzionale alla credibilità del rapporto tra i protagonisti. Sono amici e cazzeggiano. Ci sta.

Ovviamente ci sono dei problemi: certe aggiunte dal romanzo risultano abbastanza posticce (su tutte il ritrovo sotterraneo dei Losers), e in generale se la sceneggiatura del mediocre Gary Dauberman (Annabelle 3, a.k.a. tutto ciò che un horror non dovrebbe essere) non potesse contare sulla regia forsennata di Muschietti probabilmente faremmo molto più caso alle magagne narrative, che non sono poche.

La primissima parte ad esempio, con la presentazione dei personaggi adulti, ha i suoi momenti piuttosto goffi, oltre ad una banalizzazione deludente del materiale d’origine (anche se ci sono due camei gustosi: Peter Bogdanovich e Brandon Crane, il Ben Hanscom della miniserie anni ’90) ed un andamento così frettoloso che da quando inizia il film a quando ti ritrovi con tutti e sette di nuovo insieme sembrano passati trenta secondi.

Il tutto però comincia a funzionare molto meglio dopo la riunione del gruppo, e questo ci conduce alla critica che tra tutte ho trovato più insensata: “il cast adulto, ad eccezione di Bill Hader, non funziona”. Ma che pazzia è!? Sono affiatatissimi e sono perfetti! Fisionomia, lavoro sui personaggi, performance. Sono tutti – nessuno escluso – credibilissimi come controparti adulte dei personaggi visti due anni fa, e risultati così non sono affatto scontati.

Poi certo, Bill Hader nel ruolo di Richie Tozier ruba la scena, ma con lui anche un adorabile James Ransome nel ruolo di Eddie: i due sembrano essere protagonisti di un pazzo buddy movie a parte. Quanto a Hader, i critici parlano di Oscar, e visto che a sorpresa la backstory del suo personaggio tocca proprio un certo tema particolare (in maniera posticcia, ma tant’è) forse non è un’ipotesi così assurda.

Una persona a cui darei l’Oscar sulla fiducia.

Chi ne esce davvero penalizzato invece è proprio il Pennywise di Bill Skarsgard, meno spaventoso se contrapposto a degli adulti e che in questo secondo atto non è tanto diverso dal Freddy Krueger post-Nightmare 2: un boogeyman gigione che buca lo schermo ad ogni sua apparizione e diverte, ma riesce a piazzare pochi reali spaventi (notevole la scena allo stadio).

Preso atto di alcuni problemi innegabili, It – Capitolo 2 non è affatto l’aberrazione che in molti dicono. Ha tantissimo cuore, tantissime idee ed è tantissimo simpatico: posso dire di averlo amato quanto il primo (che resta però superiore), e di essere felice per l’esperienza nella sua interezza.

Può dispiacere se si pensa a quanta roba bellissima del libro sarebbe stato bello vedere su schermo, ma compari, era impossibile accontentarci tutti. Abbiamo una trasposizione finalmente ricca ed ambiziosa, e finché non realizzeranno una serie HBO da 8 stagioni direi che ci possiamo accontentare.

La coppia dell’anno.

TUTTAVIA, se proprio mi dovessi trasformare per un attimo in un nazista della carta stampata, forse mi lamenterei del finale. Non della battaglia finale, cambiata per necessità filmiche (filmare quella roba scritta da Stephen King sotto l’effetto della droga™ era impossibile), ma del  finalissimo con la risoluzione dei vari archi narrativi. Rispetto alle (splendide) ultime pagine del libro è troppo banale ed accomodante, l’unico tradimento a lasciare davvero con l’amaro in bocca. Per il resto, nel bene e nel male, un film troppo folle, energico e creativo per lasciare indifferenti.

Eddie Da Silva

Killer professionista in pensione.

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