La serie di Valentina del 1989: poco conosciuta oggi, ma cult all’epoca

L’uscita del Diabolik dei Manetti Bros. è prevista per il 2021. Non sappiamo quando realmente uscirà, ma nell’attesa abbiamo deciso di ripercorrere la storia del mai abbastanza ricordato “cinefumetto” italiano. Un cinema figlio di anni in cui ai produttori, incredibilmente, l’idea di portare sullo schermo le icone del fumetto tricolore non sembrava poi così assurda.

Le puntate precedenti:

  1. Cenerentola e il signor Bonaventura (1941)
  2. Kriminal (1966)
  3. Satanik (1968)
  4. Diabolik (1968)
  5. Isabella duchessa dei diavoli (1969)
  6. Baba Yaga (1973)
  7. Sturmtruppen (1976)
  8. Tex e il signore degli abissi (1985)

Nona puntata: Valentina (1989)

Bene o male conosciamo tutti la gloriosa storia di Mediaset e di come Silvio ci regalò l’infanzia con le innumerevoli mattinate/pomeriggi/serate di Italia 1: la RAI aveva il monopolio, Silvio lo sfidò trasmettendo Canale 5 in tutta Italia (infrangendo ovviamente la legge), Craxi cambiò la legge apposita per aiutare il compagno di merende, Silvio poi comprò Rete 4 dalla Mondadori, Italia 1 dalla Rusconi, e la nostra infanzia poté finalmente essere marchiata da un copyright chiamato Mediaset.

Sin da subito Italia 1 fu indirizzata al pubblico giovane, con un “giovane” che oscillava tra il “bambini che devono ancora scoprire il mondo” e il “15enne arrapato che in assenza di internet non ha il coraggio di comprare riviste porno in edicola”: se per accontentare la prima categoria Italia 1 regalò al Bel Paese pietre miliari che verranno ereditate anche dalle generazioni successive come Siamo fatti così, Holly e Benji, Denver, I Puffi, e tanti altri cartoni, per venire incontro agli ormoni della seconda categoria Italia 1 negli anni ’80 commissionò programmi come Drive In, o Matrjoska, programma di seconda serata che si vide sospeso prima ancora di andare in onda a causa della puntata pilota, che doveva vedere Moana Pozzi completamente nuda impegnata a leggere una poesia.

A sostituire Matrjoska fu un programma chiamato L’araba fenice, che si serviva di un un brutto alieno chiamato Scrondo – una specie di Yoda deforme e inquietante – come mascotte, e con la Pozzi che appariva nuda lo stesso. Quindi insomma, cambiare tutto per non cambiare niente.

Immagine cercata appositamente nella qualità più bassa possibile per rendere meglio l’inquietudine.

La Pozzi quella poesia mai trasmessa la lesse poi nel 1990, stavolta vestita, con un Fabrizio Bracconeri (almeno credo… era un tizio roscio, grasso e riccio) più brutto e allupato che mai a tirarle fuori il foglio con la poesia letteralmente dalle tette, il tutto con la moderazione di Gerry Scotti. Insomma, una tipica serata Mediaset. E fu così che Silvio agli spettatori di fine anni ’80 oltre che l’infanzia regalò anche la pubertà.

Coi nudi della Pozzi e non solo la seconda serata di Italia 1 si era fatta la fama di fascia oraria “proibita” piena di erotismo e softcore “legale”. Fu lì che nel 1989 fu commissionata una serie che non solo doveva confermare questa fascia oraria “erotica e proibita”, ma incarnare lo zeitgeist della Milano di quell’irripetibile momento storico. Erano ovviamente gli anni della Milano da bere, del boom economico, degli yuppies, dei paninari, di Berlusconi e Craxi, del Milan di Sacchi campione d’Europa, dell’imprenditoria, del consumismo sfrenato e dell’alta moda. E con le parole chiave “Milano”, “erotismo”, ed “alta moda”, la prima idea che venne fu quella di adattare liberamente la Valentina di Crepax.

Sotto il vestito niente – La serie

Per interpretare Valentina fu presa Demetra Hampton, modella americana di appena 20 anni con nessuna esperienza di recitazione. Poteva essere una mossa azzardata, ma la Hampton – aiutata anche dall’essere ridoppiata per non far risaltare l’accento straniero – fu una scelta azzeccatissima, seppur decisamente più formosa della Valentina cartacea: perché avere un bel faccino è facile per chi è nata con la benedizione di Madre Natura, ma affiancare al bel faccino anche una certa presenza scenica e un carisma che buca lo schermo non è da tutte, soprattutto se al debutto assoluto come attrice, per di più protagonista.

La Hampton resse molto bene il debutto diventando un sex symbol istantaneo, tanto che col passare delle puntate lo speaker di Italia 1 passò dall’annunciare “Valentina tornerà venerdì prossimo” a “Demetra Hampton tornerà venerdì prossimo”, e proseguì la carriera di attrice venendo anche coinvolta in produzioni di discreta importanza come Tre colonne in cronaca dei Vanzina (dove recitò accanto a nomi come Gian Maria Volontè e Sergio Castellitto) e Chicken Park, film diretto da Jerry Calà, film nato come parodia di Jurassic Park dove al posto dei dinosauri troviamo delle galline giganti. Sì, sarà anche considerato uno dei film più brutti di tutti i tempi, ma lavorare col Re degli anni ’80 italiani aveva comunque il suo relativo prestigio.

A interrompere la sua promettente ascesa ai tempi fu anche l’evento che mise fine alla Milano da bere: lo scandalo di Tangentopoli. La Hampton era infatti fidanzata con l’assessore di Milano Walter Armanini, che dopo essere stato condannato per Tangentopoli fuggì in Brasile da latitante per qualche mese, portandosi dietro proprio Demetra. Come dicevo prima, la serie di Valentina non era solo una serie, ma puro zeitgeist milanese dell’epoca in tutto e per tutto, destino del cast incluso.

Tra l’altro oltre alla Hampton il cast dell’epoca fu anche un inconsapevole concentrato di future star dell’intrattenimento italiano come Antonello Fassari, un’irriconoscibile Sabrina Ferilli, Giorgio Tirabassi e un Kim Rossi Stuart appena uscito dalla saga de Il ragazzo dal kimono d’oro.

Di base portare Valentina in TV era più che altro un pretesto per esaltare la coolness della Milano anni ’80, o più in generale per avere un alto tasso di nudi per alimentare lo stereotipo di fascia oraria sexy che la seconda serata di Italia 1 ai tempi si era costruita, ma nonostante questo riesce a mantenere una discreta fedeltà al fumetto, almeno considerando quanto il fumetto di Crepax non fosse semplicissimo da adattare, coi suoi (tanti) momenti a metà tra il surreale, l’erotico e l’onirico. Proprio le sequenze oniriche caratteristiche del fumetto sono le più sacrificate -seppur comunque presenti – preferendo spesso il giallo a tutto il resto, rendendola quasi Sotto il vestito niente formato serie, nonostante la tipica regia videoclippara degli anni ’80 (a cui Valentina non sfugge affatto) potesse sposarsi facilmente con le immagini tipiche dei sogni.

C’è più Milano da bere nella serie di Valentina che nello spot dell’amaro Ramazzotti

La serie tra una puntata e l’altra spazia molto tra il giallo, l’erotico, e il sovrannaturale, dando ad ognuna una personalità e un genere ben distinto: se la puntata 4 Valentina si ritrova contro dei semplici rapitori, mentre nella 5 deve affrontare “solo” un presunto stalker, nella 6 ha invece a che fare con un vampiro, nella 8 con un androide che spara laser dalle mani, nella 9 con un gruppo di streghe… insomma, un’alternanza tale che chiunque non conoscesse lo stile a tratti surreale del fumetto potrebbe storcere il naso e crederla una follia senza capo né coda, ma che oltre all’essere motivate dalla fonte originale, rende comunque la serie sempre abbastanza fresca.

A dare comunque una “avvertenza” sullo spirito surreale della serie è già la prima puntata, dove Valentina incontra una strega chiamata Baba Yaga, in un rifacimento di una famosa storia di Valentina che tra l’altro aveva già fatto da soggetto 16 anni prima per Baba Yaga, prima e unica trasposizione cinematografica su Valentina (ne parliamo qui).

Nello stile Valentina è forse la cosa più anni ’80 mai prodotta in Italia (a partire dall’ipnotica sigla), un perfetto mix tra gli anni ’80 italiani (e milanesi) e quelli più pacchiani e videoclippari degli USA. Aiutata da una durata a puntata di appena 20 minuti la serie è più che guardabile, con ogni puntata abbastanza diversa dalla precedente per i motivi che ho citato prima, con un buon ritmo, uno stile abbastanza caratteristico che lo rendono a suo modo uno specchio interessante dei tempi, e dai contesti e dall’estetica decisamente diversi dall’Italia anni ’80 che siamo solitamente abituati a vedere al cinema, film dell’epoca inclusi.

A scrivere tutte le puntate furono Gianfranco Giagni e Gianfranco Manfredi, che dopo anni di scrittura di film e romanzi, con la serie di Valentina iniziò ad approcciarsi professionalmente anche al mondo dei fumetti, fino a farne parte effettivamente già 2 anni dopo Valentina, unendosi alla Bonelli e creando personaggi come Gordon Link o Magico Vento (uno dei più famosi personaggi della Bonelli nati negli anni ’90). Manfredi e Gagni non erano nuovi a collaborazioni: i due avevano già firmato – con Gagni alla regia e Manfredi sempre alla scrittura – un horror del 1987, I nidi del ragno, da cui Manfredi prenderà in prestito il soggetto per una sua storia scritta per Dylan Dog.

Ai tempi della serie di Valentina non ero ancora nato, ma a giudicare da quanto leggo in giro fu in discreto cult che fece parlare di sé, nonostante negli anni non se ne sia più sentito parlare spesso (anche se qualche anno fa è stato distribuito un cofanetto con tutta la serie in DVD), al contrario di tante altre serie TV italiane cult di quel periodo come I ragazzi della 3C, Professione vacanze o Fantaghirò. Resta tutt’oggi l’unica serie TV live action mai prodotta su un fumetto italiano (anche se proprio in questi giorni è emerso un progetto per portare in TV Julia della Bonelli), dopo il tentativo mai decollato di creare una serie su Tex con Giuliano Gemma nel 1985, poi riconvertita in film.

3 pensieri riguardo “La serie di Valentina del 1989: poco conosciuta oggi, ma cult all’epoca

  • Gennaio 23, 2021 in 4:23 pm
    Permalink

    “Il Nido del Ragno” di Giagni l’ho beccato su Italia 1 in una notte insonne di qualche anno fa. Non sapevo che avesse ispirato una storia di Dylan Dog? Sapete dirmi quale?

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *