8mm – Delitto a luci rosse è il capolavoro di Joel Schumacher?

Iniziamo parlando di Andrew Kevin Walker. Chi è Andrew Kevin Walker? Nientemeno che lo sceneggiatore di Seven. Se si escludono però il cult di David Fincher ed Il mistero di Sleepy Hollow di Tim Burton, a portare la sua firma sono per lo più cose poco (se non per nulla) ricordate.

Prima di Seven, Walker s’era fatto le ossa con l’horror. Il suo primo credit su IMDB è un episodio (bruttino) de I racconti della cripta (serie per noi importantissima di cui vi parliamo qui), subito dopo abbiamo il mio amato Brainscan – Il gioco della morte, un film del ’94 che sembrava girato dieci anni prima, infine un thrillerino intitolato Premonizioni.

E poi Seven. Seven fu un successone, e rimane un film celebratissimo anche oggi. Personalmente è il film di Fincher che preferisco: un neo-noir dalle splendide atmosfere tetre e con un finale cattivissimo, memorabile.

Guardando 8mm – Delitto a luci rosse, tra i pochi titoli della filmografia di Joel Schumacher che ancora mi mancavano, mi sono detto “Che bello! Certo che questo senso di malessere fa proprio Seven!”. E infatti l’autore era lo stesso. Ora, non so quanto sia effettivamente rimasto del suo copione originale – Walker disconosce il film, dice che lui lo aveva scritto molto più sporco e che glielo riscrissero per renderlo filmabile -, però vi assicuro che senza saperlo a me è sembrato un film tutt’altro che timido, che avvicinandosi al finale diventa invero piuttosto straziante. Ma andiamo con ordine.

Gli snuff movie

Quello di 8mm era un copione che parlava di snuff movie. Sono sicuro che frequentate tutti il deep web e saprete di che si parla, però un disclaimer per i più puri di cuore è doveroso.

Visti ancora come una pseudo-leggenda metropolitana (ma i casi certificati esistono), gli snuff sono filmati che essenzialmente mostrano degli omicidi ripresi dal vero. La “leggenda” vuole che esista un mercato per questi filmati, una terrificante realtà underground fatta di maniaci pronti a confezionarli e di altri maniaci pronti a spenderci sopra cospicue somme di denaro pur di soddisfare le loro perversioni.

Nicolas Cage riguarda L’apprendista stregone

Il “mito” dello snuff nacque nel 1971, quando lo scrittore Edward Sanders utilizzò il termine “snuff movie” per la prima volta in un libro sulla Manson Family, e presto venne fomentato anche dal Cinema. Nel 1976 ad esempio arrivò un film intitolato proprio Snuff: le tematiche erano quelle, mentre la messa in scena era quella grezza tipica dei film d’exploitation, con scene di violenza rozze ed irrealistiche. Ma nel giro di qualche anno i film con ambizioni “realistiche” andarono affinandosi.

Capitava infatti non di rado che dei film semplicemente molto credibili venissero scambiati per snuff autentici, come il Cannibal Holocaust del nostro Ruggero Deodato (che rischiò anche il carcere) nel 1980, o più avanti, dal 1985, la saga horror giapponese Guinea Pig, il cui secondo episodio, Flowers of Flesh and Blood, aveva effetti truculenti così credibili da spingere il prode Charlie Sheen a presentarlo all’FBI.

Poi arrivò internet. Le videocamere a cassetta avevano prezzi accessibili e chiunque poteva entrarne in possesso. La possibilità di vedere realizzati dei veri film snuff si intensificarono, e le autorità si trovarono costrette a tenere d’occhio il fenomeno. Vennero sventati dei tentativi organizzati via internet da maniaci prontamente monitorati, ma arrivò pure qualche caso in cui dei pazzi riuscirono effettivamente nei loro intenti.

Adesso, senza addentrarci troppo e dunque rischiare di rendere questo pezzo troppo macabro (i casi veri sono agghiaccianti), quello che posso dire è che le probabilità che un fenomeno del genere sia “vivo” mi sembrano molto alte.

Nicolas Cage e Joaquin Phoenix guardano Suicide Squad

E se è un tema che può andare a braccetto con l’horror underground (il mainstream lo tirò in ballo nel periodo del torture-porn nei primi anni del 2000, con film come Hostel di Eli Roth), non si può dire che sia facile da trattare in uno studio movie hollywoodiano. Specie se non si parla di un film horror, ma di un thriller come all’epoca se ne facevano tanti.

Questo per dire quanto coraggio ebbe Joel Schumacher, che fu sì costretto a smussare le parti più estreme della sceneggiatura, ma realizzò anche un film emotivamente senza sconti.

Un neo-noir di grande atmosfera. E l’ennesimo film sottovalutato del buon Joel.

Nicolas Cage interpreta il detective privato Tom Welles, mandato ad indagare su un film snuff da una anziana e ricca vedova. Il film in questione, trovato nella cassaforte del suo defunto marito, presenta l’omicidio di una giovane ragazza. Non c’è ancora la certezza che sia autentico, ma di certo lo sembra. La vedova ha bisogno di sapere che il filmato è finto e che la ragazza sta bene, ma le indagini conducono Welles in territori più spiacevoli del previsto, facendogli pian piano perdere il controllo.

Va detto che sulla realtà dello snuff nel ’99 c’erano ancora poche certezze. L’alone di leggenda metropolitana resisteva alla grande, quindi l’intuizione più potente del film è quella di ipotizzare e poi guardare “da vicino” il microcosmo di pervertiti in cui il fenomeno poteva prendere forma e diffondersi.

L’attore nato per interpretare il Joker, qua assieme a uno coi capelli blu

Lo fa mettendo in piedi un mondo underground affascinante e dalle atmosfere malsane centratissime, che visto oggi rischia a tratti di sembrare ingenuo ma che dà comunque un grande fascino al tutto. Quanto al discorso morale, la sceneggiatura di Walker non vuole i “mostri” come figure tormentate, marchiate dal trauma, col tipico background del maniaco medio che alla fine – in qualche modo – ci troviamo “forzati” a comprendere.

I maniaci di 8mm lo fanno “perché possono”, come i ricchi annoiati del romanzo Meno di zero di Bret Easton Ellis (che, per coincidenza, in una scena guardavano proprio uno snuff).

Cage –  in barba ai meme – è un attore spettacolare. Schumacher lo dirige molto bene, “costringendolo” ad interiorizzare l’orrore per poi farlo esplodere soltanto alla fine. Il Nicolas Cage impazzito, quello diventato lo zimbello di internet per via delle clip decontestualizzate in cui fa “AAAHHHHHHHH” con gli occhi sgranati, arriva quando il suo personaggio – che non si capacita di tanto orrore – non può fare a meno di sclerare.

Il suo personaggio si trova davanti ad un’idea di “male” troppo orrenda e difficile da accettare, e quello che nasceva come l’ennesimo lavoro si trasforma in una crociata personale. Che poi sembra l’incipit di un qualunque thrilleraccio brutto, ma vi assicuro che è gestito con una maestria che quel tipo di film di solito non ha assolutamente.

La regia di Schumacher è elegante, in certe sequenze (come la drammatica scena della telefonata, o l’inquietante e teso confronto finale) davvero magistrale.

Io non so che cosa abbia fatto Joel Schumachr ai critici che gli hanno sempre voluto così male. Questo film l’ho visto senza sapere nulla della sua reputazione, per venire poi a scoprire che è tendenzialmente visto come una porcheria. Gli articoli che ne parlano bene mettono le mani avanti. Certe persone di mia conoscenza che lo apprezzano parlano di “guilty pleasure”. Mah. Vabbe’ che per ‘sta gente sarò io lo strano a cui – per dire – al netto dei loro difetti piacciono anche i suoi Batman (di cui parliamo qui e qui), però insomma, 8mm ha forse una colonna sonora un po’ fricchettona a tratti fuori posto, ma a parte quello si comporta esattamente come si confà ad un Signor Film.

Per la sua riuscita dobbiamo dire grazie a Nicolas Cage e Joel Schumacher, i due talenti eccentrici marchiati a vita per i loro scivoloni artistici, come se invece i loro traguardi non avessero valore. Uno lo stanno rivalutando solo perché si presta a fare il meme vivente, l’altro perché è morto. Noi (ma siamo sicuri che non siamo i soli) li abbiamo sempre visti come due uomini di Cinema giganteschi.

Eddie Da Silva

Cantante di un gruppo Garage Rock e, occasionalmente, un intellettuale.

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