Perché secondo noi La compagnia dell’anello è il migliore della trilogia de Il signore degli anelli

Premessa: non ho mai letto i libri di J. R. R. Tolkien, anche se ne sono sempre stato incuriosito, quindi il mio giudizio su Il signore degli anelli è relativo ai soli film. Seconda premessa: non mi è mai piaciuto l’high fantasy (il fantasy medievale, per intenderci), e il fatto che – nonostante questo – Il signore degli anelli mi abbia conquistato lo stesso la dice lunga su quanto la trilogia di Peter Jackson sia riuscita. Terza premessa: la trilogia di Peter Jackson è una delle poche della storia del cinema ad aver mantenuto ogni capitolo sullo stesso – altissimo – livello, dunque decretare il migliore è puramente soggettivo. Quarta premessa che premessa non è: ma che evento fu La compagnia dell’anello?

La compagnia dell’anello è sempre stato il mio preferito della trilogia per una lunga serie di motivi, in particolare per il clamore che generò anche grazie al suo uscire nel momento giusto, un momento storico in cui la sua uscita poteva risultare ancor più sensazionalistica di quanto già non fosse. Oggi siamo bombardati di franchise con un blockbuster da 1 miliardo di dollari di incassi al mese, con una tecnologia tale che ci consente di portare su schermo qualsiasi mondo di fantasia vogliamo praticamente senza alcun limite, e che ci fa dare per scontate produzioni che fino a 20 anni fa (che sono tanti e pochi al tempo stesso) sarebbero state impensabili.

Anzi, oggi possiamo persino permetterci di far “accontentare” Il signore degli anelli della televisione (parlo ovviamente della serie Amazon in produzione). Ai tempi no, si diceva che solo due film non si sarebbero mai potuti trasporre sullo schermo (non “difficili da trasporre”, ma proprio “impossibili”): Il giovane Holden, a causa del rifiuto categorico di Salinger di concedere le sue opere ad Hollywood, e Il signore degli anelli per oggettivi limiti tecnologici, senza contare i costi che avrebbero potuto mandare in bancarotta qualsiasi casa di produzione.

Non a caso qualsiasi tentativo fatto in precedenza presentava numerosi tagli o semplificazioni rispetto ai libri originali (persino la trilogia di Jackson doveva limitarsi a due film inizialmente), fino ad arrivare a un “compromesso” col film animato di Ralph Bakshi. Ai tempi l’arrivo de Il signore degli anelli al cinema era l’impossibile che diventava per la prima volta possibile. Fu come rompere prepotentemente un tabù lungo 50 anni, un tabù non dovuto ai soliti impedimenti burocratici, ma dai limiti dei propri tempi, una celebrazione di quanto l’industria e la tecnologia avessero fatto passi da gigante, il punto d’arrivo definitivo dopo la quale tutto sarebbe stato possibile, il segno che ormai non ci fosse fantasia che non potesse arrivare in sala.

La grandezza de Il signore degli anelli è anche nell’essere uscito 20 anni fa, quando la CGI ancora non surclassava l’arte artigianale dietro le scenografie

La compagnia dell’anello ha un enorme pregio, che chi come me non ama i tratti tipici del fantasy medievale: non ha epica, e non cerca di risuonare epico in nessun caso. Ovviamente è da intendersi in senso lato e nell’accezione più positiva: non ha molte delle sottotrame “politiche” dei fantasy legate a eredità al trono o cose simili (o meglio, qui sono solo accennate senza essere ancora un tema centrale), non è carico di momenti ad effetto, né di aforismi da ripetere, o di retorica melensa, di eroismi, del bene che epicamente vince sul male o di discorsi motivazionali (tutte cose presenti nei sequel che però riusciranno incredibilmente a non essere retorici, ma anzi gestiti con maestria)… nulla di tutto questo. È piuttosto un horror mascherato, una discesa negli inferi graduale e sempre più oscura man mano che i minuti scorrono, che vive più di angoscia e suspense crescente che di trama.

Andando a vedere la trilogia nel complesso, La compagnia dell’anello è forse il più “povero” di elementi a livello di storia. Serve più a fare da punto di partenza, col resto del film che è poco più di un viaggio finito male, utile più a lanciare il viaggio “vero”, quello in solitaria di Frodo e Sam, oltre che tutte le altre storie parallele (come l’ascesa al trono di Aragorn, o le vicende di Merry e Pipino) che domineranno la scena nei sequel, ed è forse il motivo per cui la maggior parte di fan, pur adorandolo, gli preferisce spesso uno tra Le due torri e Il ritorno del Re. Ma pur essendo – per così dire – il più “povero” di contenuti, La compagnia è forse il più ricco in tutto quello che è il contorno, che poi tanto contorno non è, visto che l’intera trilogia ha basato buona parte della sua forza su un comparto tecnico tutt’oggi ineguagliato.

Si potrebbe parlare all’infinito di quanto la CGI pur essendo del 2001 non senta minimamente il peso degli anni, risultando persino migliore di molti esempi moderni (e no, non è una frase fatta), di quanto mixare effetti pratici alla computer grafica – senza che quest’ultimi siano per forza predominanti – sia ancora la scelta esteticamente migliore da seguire, o di quanto sia tutt’oggi il film scenograficamente più imponente dell’era moderna, con una cura di ambienti e costumi talmente maniacale da rendere imbarazzante il confronto coi blockbuster moderni, sempre più schiavi di green screen non necessari e CGI usata per la minima esigenza.

Provate a immaginare Il signore degli anelli fatto oggi, con la Contea, o in generale le vallate e le foreste della Nuova Zelanda, sostituite da freddi e tristi green screen, non sarebbe lo stesso film, no?

Funziona perché il suo interesse primario è rendere il suo mondo vivo, piuttosto che portare avanti una semplice trama

E proprio il dare il giusto spazio al lato più artigianale della messa in scena, usando la CGI solo se necessario, da all’intera Terra di mezzo un sensazione di vero e tangibile, dove le armature e le armi sono sporche, letali, arrugginite, e pesanti, mentre gli ambienti risultano ostili già al primo sguardo. E proprio la forza degli ambienti, unita al talento di Jackson, fa la fortuna del taglio che più distingue La compagnia dai sequel, ossia dal suo spirito horror. Quasi tutto il viaggio di Frodo, soprattutto nella seconda parte a fianco della Compagnia, è una specie di survival movie, con momenti che fanno a botte per decretare quale possa essere il più iconico (le scene notturne al Puledro Impennato e a Collevento, tutta la parte nelle miniere di Moria… scegliere è impossibile), e un crescendo di oscurità che aumenta man mano che la Compagnia si avvicina a Mordor, senza mai risultare epico, ma crepuscolare e inquietante. Facendo anche qui un miracolo: quello di non risultare mai algido per questo.

È, per esigenze di trama, il più corale dei 3, capace di gestire e dare personalità a una ventina di personaggi in contemporanea riuscendo a non sacrificarne nessuno, ma anzi ottimizzandone al massimo lo scarso screen time, come nel caso di Boromir, riuscendo in quello che solitamente è il compito più difficile dei “capitoli 1” delle saghe, ossia presentare i personaggi e le dinamiche della storia senza risultare un mero spiegone introduttivo per i sequel più “liberi” di giocare con la trama. Oltre che di personaggi è anche il capitolo più ricco di ambienti, con una tale varietà da far sentire la Terra di mezzo molto più viva che negli altri film: la Contea, Mordor, la città degli Elfi, le miniere dei Nani, Lothlòrien, Gondor (nella loro semplicità le statue degli Argonath sono ancora la cosa più spettacolare e imponente di tutta la trilogia), e chi più ne ha più ne metta, con il viaggio che diventa un espediente furbo e funzionale di presentare un intero mondo immaginario sin da subito come vivo e “completo”.

Quando uscì La compagnia dell’anello avevo 7 anni, un età in cui non si percepisce il senso di attesa dei film “adulti”, ma solo dei propri. Solitamente da bambini abbiamo trepidazione solo per film indirizzati a loro, come in quegli anni potevano essere il primo film dei Pokémon, Il Grinch fino ad arrivare a film diretti più in generale a tutte le età, come Harry Potter, X- Men, o La minaccia fantasma.

Ma per La compagnia dell’anello era tutta un altra cosa: per La compagnia dell’anello trepidavo perché, dopo aver visto il primo trailer al cinema (che internet mi riferisce essere l’aprile 2000), vedevo la stessa sensazione di attesa anche negli adulti. Ai tempi non era raro imbattermi nelle librerie degli altri adulti che non fossero i miei genitori, che si trattasse di loro amici o di genitori di miei compagni di classe, nei romanzi de Il signore degli anelli prima ancora di vedere il film (diciamo che quando sei piccolo un mattone da più di 1000 pagine ti salta all’occhio): e se da bambino vedi degli adulti attendere un film tanto quando te (se non di più), allora capisci che quello che a cui assisterai non è solo il “tuo” film come poteva essere il primo film dei Pokémon, ma l’evento più atteso del pianeta. E cavolo se lo era.

Essendo stato un fenomeno letterario con 50 anni di storia alle spalle, Il signore degli anelli era molto di più della semplice “next big thing” Hollywoodiana per tutte le famiglie come poteva essere l’imminente Harry PotterIl signore degli anelli era atteso persino da chi di tutti gli altri blockbuster caciaroni non conosceva neanche il nome. Il che bastò a farmi capire, pur avendo solo 7 anni, che quello a cui avremmo assistito non sarebbe stato un semplice film, ma un vero e proprio Evento atteso da mezzo secolo da tutto il mondo, inclusi i non amanti dei fantasy. E a distanza di quasi 20 anni, direi che era proprio cosi.

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