Avatar era invecchiato male già dopo il primo giorno

Negli ultimi anni si è visto tra i cinefili del web un uso sempre più spropositato di parole ed espressioni da appiccicare in ogni occasione quando non si sa che altro dire: “piccolo gioiellino”, “buco di sceneggiatura”, e tanti altri. Ma quello che personalmente odio più di chiunque altro, perché oggettivamente insensato, è “invecchiato male” o, nella sua peggior variante, “è troppo figlio dei suoi tempi”. Perché la cosa dovrebbe essere un difetto?

Ogni singolo prodotto è figlio della sua epoca nel bene e nel male, e dunque è destinato a invecchiare sempre e comunque, perché fino a prova contraria nessuno è dotato della sfera di cristallo. O davvero pensiamo che, al contrario dei decenni passati, tutti i nostri film attuali supereranno la prova del tempo? Anzi, nella piatta standardizzazione che il cinema moderno – e non solo – sta subendo, ben vengano film ancora capaci di sapersi distinguere.

Giudicare le cose col senno del poi è pretenzioso e ingenuo, nel cinema come in ogni altro ambito, e proprio questa incapacità di contestualizzare il passato ci sta facendo sforare sempre più nel ridicolo, come testimoniano i vari disclaimer che ormai le major devono piazzare nei loro film più vecchi per paura di urtare la “nuova” sensibilità. Allora perché ho usato un’espressione che odio nel titolo per descrivere Avatar? Perché in effetti una categoria di film che invecchiano male c’è: quella dei film che vivono della tendenza del momento (e non della “novità”, perché novità e tendenza non vanno confuse), del tormentone di turno, e che sono dunque destinati a non reggere la prova del tempo già a pochi mesi di distanza.

Beh, Avatar il suo fenomeno lo ha vissuto solo in funzione di una tendenza che, grazie a Dio, già dopo qualche mese mostrava tutti i suoi limiti.

Perché Avatar non è un film, è un prodotto che ha vissuto solo in ottica del 3D e di tutte le altre rivoluzioni tecnologiche di cui si fece portavoce, un’attrazione da luna park invecchiata male già dopo i titoli di coda.

Un’attrazione anche abbastanza noiosa, a dire il vero

Quando uscì Avatar mi piacque pure, ma non mi conquistò minimamente. Avevo 15 anni, quindi l’età adatta a illudermi che un film che mi lanciava immagini in faccia potesse davvero essere figo. Avatar è forse l’unico film capace di scrivere la storia del cinema senza essere diventato un fenomeno di costume. Già ad un anno dalla sua uscita, Avatar era bello che dimenticato, un bel paradosso per un film che a suo modo ha avuto il suo posto nel libri di storia del cinema, venendo prontamente riesumato solo per questioni di contabilità, come per la sfida di Avengers: Endgame di 2 anni fa.

L’accusa più comune che si fa ad Avatar da svariati anni è di somigliare troppo a Pocahontas, il che è vero a metà: il problema non è assomigliare troppo a Pocahontas in sé, ma di assomigliare troppo a Balla coi lupi, Atlantis, L’ultimo samurai, Un uomo chiamato cavallo, in parte persino King Kong (se vogliamo ampliare il concetto ai suoi derivati persino Point Break e Fast and Furious, per assurdo), e anche al già citato Pocahontas, o a qualsiasi film segua lo schema dell’invasore che, scoprendo la cultura che è chiamato a colonizzare, improvvisamente si ribella alla causa imperialista che lui stesso rappresenta unendosi alla ribellione.

Ripetere schemi e archetipi non è mai stato un impedimento nella narrativa (quasi ogni mito o franchise moderno è legato all’ultracentenaria struttura del monomito/viaggio dell’eroe), ma diventa un problema dal momento in cui il tema viene seguito in maniera scolastica, alla lettera senza la minima variazione, e soprattutto dal momento che l’intero immaginario prodotto non risulta minimamente accattivante o affascinante. Cosa che, se sei un film di fantascienza che non brilla per contenuti, pesa il doppio.

Tutto il mondo di Avatar, e di Pandora in particolare, è privo di fascino e piatto visivamente, il che è ancora più assurdo se si pensa al budget faraonico a disposizione. Per restare in tema blockbuster, solo pochi mesi dopo Tron Legacy darà lezioni a tutti i suoi “colleghi” blockbuster su come si possa ancora concepire un mondo di fantasia del tutto inedito senza fare i salti mortali. Tron Legay sarà anche un filmaccio, perché lo è, ma guai a dire che – oltre alle musiche – non avesse un’estetica originale e accattivante. Anzi, a dirla tutta forse è stato davvero l’ultimo film ad avere un’estetica memorabile, purtroppo al servizio di un film decisamente mediocre.

Sul serio… come può l’uomo che ha fatto quel capolavoro assoluto di Terminator 2 incappare in un film del genere? Di certo non sono io quello che può dire a James Cameron come si fa un film, ma è innegabile che per Avatar tutto il suo talento e le sue energie siano state spese solo per i tecnicismi, con tutta la sua promozione costruita quasi sempre solo in funzione degli effetti visivi e del motion capture rivoluzionario.

Tolta Sigourney Weaver perché è Sigourney Weaver, non c’è un singolo personaggio che non si comporti come una marionetta ai servizi della trama: i cattivi sono cattivi perché… sono cattivi, i buoni sono super buoni, gli alieni sono ancora più super buoni degli umani buoni (vi prego, ridatemi gli alieni stronzi e sadici di Mars Attacks o di quella cafonata di Independence Day, che già ci pensano i social a esplodere di “noi esseri umani meritiamo l’estinzione” e “il vero animale è l’uomo”), e con i pochi momenti in cui i personaggi potevano trasudare umanità liquidati in poco tempo (vedere Jake, che è paraplegico, riacquistare l’uso delle gambe tramite l’avatar, e cavarsela con un sorrisetto e basta la dice lunga).

Il resto non è che vada meglio, con spiegoni su spiegoni che vanno a braccetto con messaggi pieni di “eco-stronzate” (come le chiamano nel film) pieni di retorica, ambientalismo livello base, un pacifismo abbastanza naïve, e messaggi sociali da prima elementare, come quando uno dei cattivoni alfa dice a Sigourney Weaver all’inizio del film ”Vuoi sapere perché siamo qui? Per l’Unobtanium (un minerale prezioso di Pandora) che possiamo vendere a 20 milioni di dollari al chilo. Questa è l’unica ragione!”, praticamente come se in un film sulla guerra in Iraq avessero fatto dire a un cattivone “E’ per questo che siamo qui… per il petrolio!!!”… denuncia sociale livello “I veri ladri non stanno in carcere, stanno in Parlamento”. Con la differenza che quest’ultima mi fa sempre ridere.

Avatar è una critica all’occidentalizzazione che più basica non si può, ma che fu ben accolta perché ad Hollywood – e non solo – qualsiasi film si presenti anti-capitalistico/anti-militarista/anti- imperialista/qualche alto anti, viene prontamente accolto all’unanimità con un entusiasmo spesso esasperato e ingiustificato. Ai tempi qualsiasi film (anche quelli che non centravano niente) veniva applaudito per essere “una critica alla guerra in Iraq di Bush”, così come oggi qualsiasi cosa (anche quelle che non centrano niente) viene applaudita come “una critica all’America di Trump”, come se la cosa si dovesse necessariamente tradurre in “buon film”. Ora che, grazie a Dio, la Casa Bianca si è liberata di entrambi, chissà se riusciremo finalmente a valutare e goderci un film in quanto film e basta, senza che qualcuno gli affibbi il solito messaggio pseudo politico con interpretazioni pacifiste da primo liceo.

Il 3D non è altro che fumo negli occhi (letteralmente e figuratamente)

Avatar dovette tutto il suo clamore unicamente alle innovazioni tecnologiche che proponeva, come – tra le varie – il 3D, che Hollywood dagli anni ’50 ciclicamente tenta di vendere come “il futuro” fallendo ogni volta (e se sono 50 anni che continua a non sfondare un motivo ci sarà), concentrandosi così tanto sulla sua finta rivoluzione da dimenticarsi tutto quello che rende il cinema cinema. Le parole “arte” e “3D” non possono coesistere per definizione.

Il 3D è un elemento esterno allo schermo, e il cinema (o l’arte in generale) per essere compreso e goduto non deve essere pregiudicato e condizionato da fattori esterni al rettangolo dello schermo che possano inorridirci, divertirci, o impressionarci, come il 3D fa per definizione. Qualcuno difende il fallimento del 3D riconducendolo a 3D posticci, ma la vera domanda è: ma il cinema ha davvero bisogno del 3D di Avatar? La risposta è no.

La realtà aumentata può andare bene come intrattenimento spensierato, come attrazione da luna park, o a chi ambisce a vedere film come semplice pretesto per farsi dei pop corn, ma non sarà mai né il futuro del cinema, né un valore aggiunto, perché qualsiasi film che necessiti di un elemento esterno per essere recepito in un certo modo, sarà poco più che un attrazione da luna park. Forse arriverà il giorno in cui degli occhialini di plastica saranno imprescindibili per godersi un film, ma per favore, non cercate di chiamarlo Cinema.

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